mercoledi` 25 marzo 2026
CHI SIAMO SUGGERIMENTI IMMAGINI RASSEGNA STAMPA RUBRICHE STORIA
I numeri telefonici delle redazioni
dei principali telegiornali italiani.
Stampa articolo
Ingrandisci articolo
Clicca su e-mail per inviare a chi vuoi la pagina che hai appena letto
Caro/a abbonato/a,
CLICCA QUI per vedere
la HOME PAGE

vai alla pagina twitter
CLICCA QUI per vedere il VIDEO

Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



Clicca qui






Il Foglio Rassegna Stampa
25.03.2026 Sauditi e Netanyahu: sconfiggere l'Iran, ora o mai più
Analisi di Micol Flammini

Testata: Il Foglio
Data: 25 marzo 2026
Pagina: 1/I
Autore: Micol Flammini
Titolo: «Tutte le cartucce per la resa dell’Iran»

Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 25/03/2026, a pag. 1/I, con il titolo "Tutte le cartucce per la resa dell’Iran ", l'analisi di Micol Flammini.

Micol Flammini
Micol Flammini

Trump ha fretta di porre fine alla guerra in Iran. Sauditi e israeliani no. Netanyahu e Bin Salman sanno che questa è un'occasione unica per sbarazzarsi di un nemico con cui non è possibile alcuna convivenza.

 

Donald Trump ha detto: “L’Iran ci ha fatto un regalo di grande valore economico, legato a Hormuz. Credo che porremo fine alla guerra, ma non posso dirlo con certezza”. Nessuno però si aspetta che avverrà davvero. Secondo il tempo scandito dal presidente americano, fra tre giorni arriverà un accordo con la Repubblica islamica dell’Iran. Il conto alla rovescia è vuoto, non contempla lo scorrere del tempo e in Israele, che vive come se la guerra fosse appena incominciata, le parole di Trump si accompagnano con una delle raccomandazioni che il primo ministro Levi Eshkol faceva spesso ai suoi collaboratori: “Non datevi mai degli ultimatum”. E’ stato il giornalista Nadav Eyal a ricordare cosa diceva l’ex premier. Questo tempo sospeso gira attorno a Hormuz, maper ora il conto alla rovescia di Trump è soltanto una pausa non dai bombardamenti, che continuano come se la diplomazia non si fosse mai mossa, ma dal momento delle decisioni importanti. Il Wall Street Journal ha raccontato che giovedì scorso, all’alba, i ministri degli Esteri di Egitto, Turchia, Arabia Saudita e Pakistan si sono riuniti a Riad alla ricerca di una via diplomatica per mettere fine alla guerra in Iran. Durante la riunione, i ministri si sarebbero accorti di non avere nessuno con cui parlare nella Repubblica islamica dell’Iran, fino a quando l’intelligence egiziana non è riuscita ad aprire un canale di comunicazione con il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica. La notizia dei quattro ministri riuniti a Riad è arrivata a Donald Trump dopo che aveva lanciato il suo ultimatum. Per il presidente americano un ultimatum non è scolpito nella pietra, è solito ritirare, dimenticare e così è accaduto ancora una volta. Nella riunione dei ministri degli Esteri a Riad, però, c’erano i rappresentanti di quattro paesi che hanno gradi di vicinanza diversa agli Stati Uniti. Quello con il legame più forte è l’Arabia Saudita. Fra i quattro ministri, probabilmente, le posizioni non erano neppure allineate: da una parte l’egiziano e il turco che premono per la fine della guerra; dall’altra il saudita e il pachistano al traino, tentati invece da una soluzione diversa che porti al colpo più duro possibile contro la Repubblica islamica. Il principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, ha avuto un ruolo nella guerra sin dall’inizio e la sua posizione si è rivelata straordinariamente simile a quella di Israele. Quando il presidente americano Donald Trump, a gennaio, scriveva ai manifestanti iraniani che “l’aiuto stava arrivando” e iniziava a inviare la sua “big beautiful armada”, erano gli israeliani e i sauditi a caldeggiare un intervento americano non immediato: l’armata mandata da Trump era sì “grande” ma ancora non abbastanza.

Una volta schierate in mare ben tre portaerei americane, i sauditi e gli israeliani erano concordi, in sedi molto separate, nel dire che un ritiro degli Stati Uniti dopo un tale dispiegamento di forze sarebbe stato un danno per tutto il medio oriente, perché al regime sarebbe arrivato il messaggio che con le sue minacce era riuscito ad allontanare gli americani. Mohammed bin Salman aveva detto a Trump che il rischio di non attaccare l’Iran era più alto del rischio di attaccarlo. E la guerra è iniziata.

L’Arabia Saudita, come tutti i paesi del Golfo, è stata colpita dai missili e dai droni del regime di Teheran e ora non sarebbe interessata a mettere fine alla guerra senza una punizione forte della Repubblica islamica. Il New York Times ha raccolto le testimonianze di diversi funzionari americani che hanno raccontato di telefonate in cui Bin Salman dice a Trump che la guerra all’Iran rappresenta “un’opportunità storica”. I sauditi non sono disposti a vivere a fianco a un vicino percepito come una minaccia incancellabile, vogliono che il ricatto sparisca e anche il blocco dei traffici attraverso Hormuz è ora visto come un problema risolvibile in un secondo momento rispetto alla necessità di non dare al regime l’occasione di sopravvivere in forze. Bin Salman ha mandato avanti il suo alleato pachistano come mediatore e potrebbe nascondersi anche in questo dettaglio uno degli indizi sulla decisione di Trump di concedere giorni alla diplomazia: la mediazione può servire a mostrare che l’Iran non accetta nessun compromesso. La Repubblica islamica avrebbe fatto sapere le sue condizioni: mantenimento dei programmi nucleare e missilistico; compensazioni di guerra; rassicurazioni che non sarà mai più attaccata; controllo dello Stretto di Hormuz. Le condizioni americane sono: rinuncia ai programmi nucleare e missilistico e fine del controllo sullo Stretto. Per i sauditi è inammissibile che gli iraniani possano mantenere il loro ricatto su Hormuz anche in futuro e da qui nasce la volontà saudita di punire il regime ora. Mentre gli Stati Uniti decidono di mandare tremila soldati in medio oriente a supporto delle operazioni contro Teheran, il principe ereditario starebbe valutando anche un intervento contro la Repubblica islamica. Sarebbe simbolico, ma i simboli hanno una loro potenza soprattutto se per la prima volta Riad decidesse di intervenire in una guerra che combattono anche gli israeliani. Vorrebbe dire che per i sauditi non c’è spazio per la convivenza con la Repubblica islamica.

Per inviare al Foglio la propria opinione, telefonare: 06/5890901, oppure cliccare sulla e-mail sottostanti


lettere@ilfoglio.it

Condividi sui social network:



Se ritieni questa pagina importante, mandala a tutti i tuoi amici cliccando qui

www.jerusalemonline.com
SCRIVI A IC RISPONDE DEBORAH FAIT