Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Trump rinvia i raid «9 aprile stop alla guerra». Si tratta con Teheran Analisi di Dario Mazzocchi
Testata: Libero Data: 24 marzo 2026 Pagina: 16 Autore: Dario Mazzocchi Titolo: «Trump rinvia i raid «9 aprile stop alla guerra». Si tratta con Teheran»
Riprendiamo da LIBERO di oggi, 24/03/2026, pag. 16, con il titolo "Trump rinvia i raid «9 aprile stop alla guerra». Si tratta con Teheran", la cronaca di Dario Mazzocchi.
Dario Mazzocchi
Trump non vede l'ora di concludere la guerra con l'Iran e tornare a fare affari nel Golfo (anche con gli ayatollah). Fissa pure una data per la fine delle ostilità: il 9 aprile. Così però regala la vittoria a un Iran ormai in ginocchio.
Un Iran senza armi nucleari: è il punto fermo fissato dal presidente americano Donald Trump, in un lunedì contraddistinto dalle voci sempre più fitte sull’avvio delle trattative tra Washington e Teheran, per quanto negate da quest’ultima. L’inquilino della Casa Bianca ha rimarcato il concetto a più riprese in una conferenza stampa a Memphis. Prima di salire a bordo dell’Air Force One, ha dichiarato ai giornalisti: «Vogliamo che non ci sia alcuna bomba nucleare, nessuna arma nucleare, nemmeno lontanamente». Ha quindi aggiunto che gli Stati Uniti vogliono l’uranio arricchito dell’Iran - Trump l’ha definito «polvere nucleare» - e ha concluso: «Penso che lo otterremo».
Un passaggio chiave che, se si materializzasse, «sarebbe molto positivo» per tutti, da Israele agli altri Paesi del Medio Oriente, e il nemico avrebbe accettato: niente più atomica. La linea americana resta offensiva, almeno nei toni, considerando la tregua di cinque giorni nelle operazioni militari. «Praticamente tutti nel regime sono stati uccisi, stanno davvero ripartendo da zero», ha aggiunto il presidente Trump, per concludere che il cambio di regime è inevitabile, dato che i vertici sono stati praticamente azzerati. In questo contesto, avanzando l’ipotesi di trovare una soluzione come quella venezuelana, gli Usa potrebbero relazionarsi «con alcune persone che trovo molto ragionevoli, molto solide», tra cui individuare interlocutori con cui intessere rapporti per trovare la quadra, anche sullo stretto di Hormuz.
«C’è una vera possibilità di raggiungere un accordo ma non garantisco nulla», ha rivelato sulla possibilità che venga controllato in modo congiunto, «forse da me e da chiunque sia l’ayatollah». Su questo aspetto, attraverso una fonte dei servizi di sicurezza iraniani citata dall’agenzia stampa russa Ria Novosti, la Repubblica islamica progetta un «nuovo regime legale», ma senza fornire ulteriori spiegazioni. Un’uscita vaga, mentre è concreta quella degli Emirati Arabi Uniti: il sultano Ahmed Al Jaber – ossia il ministro dell’Industria e della Tecnologia e il capo dell’azienda petrolifera di Stato – ha ammonito che nessuna nazione dovrebbe essere autorizzata a «tenere in ostaggio Hormuz» e che l’azione iraniana equivale a «un atto di terrorismo economico».
Parole forti che fanno da corollario ai rumors sullo stato delle trattative. La Casa Bianca ha confermato che dei colloqui sono già avvenuti domenica, con la prospettiva di un incontro tra le parti a Islamabad (Pakistan) tra il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf e altri funzionari di Teheran e gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner. A rilanciare l’ipotesi è il sito Axios, che può contare su una forte rete di informatori negli ambienti di Washington e che prospetta la partecipazione anche del vicepresidente J.D. Vance, descritto da una parte della stampa come il più scettico nel circolo trumpiano sull’intervento in Iran. «Questa volta fanno sul serio», ha riassunto Trump da Memphis, «vogliono arrivare a un accordo e ci riusciremo, spero».
Resta da decifrare il muro del regime. Se infatti gli americani – Trump in testa – hanno rilanciato i 15 punti attorno ai quali sarebbe stato trovato l’accordo per privare Teheran dell’atomica, Esmail Baghaei, portavoce del ministero degli Esteri, ha ribattuto che negoziati non ce ne sono stati, ma che allo stesso tempo «sono stati ricevuti messaggi» da Washington per avviare interlocuzioni. Più deciso Ghalibaf, con un messaggio su X: «Non si sono svolti negoziati con gli Stati Uniti e le fake news vengono utilizzate per manipolare i mercati finanziari e petroliferi e uscire dal pantano in cui Stati Uniti e Israele sono intrappolati».
Allo «spirito di buona volontà per allentare le tensioni» ha accennato un altro funzionario ad Al Jazeera, riferendosi ai messaggi recapitati attraverso Egitto e Turchia: la fonte ha ammesso così che – a dispetto di quanto dichiarato da Ghalibaf – qualcosa si muove, al netto degli angoli da smussare.
COLLOQUI I dettagli fanno la differenza. «Ogni azione contro i siti energetici iraniani sarà affrontata con una risposta immediata, decisiva ed efficace da parte delle forze armate», ha sottolineato Baghaei nel suo comunicato. «Ho messo in pausa gli attacchi contro le centrali elettriche dell’Iran e mi auguro di non doverlo fare», ha detto Trump da Memphis. Nel frattempo, Vance sarebbe stato impegnato in un colloquio telefonico con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, per esaminare i possibili elementi di un accordo tra le parti coinvolte e porre fine al conflitto.
Fine che avrebbe una data precisa: il 9 aprile, stando alle indicazioni raccolte dalla testata Ynet da un funzionario di Gerusalemme, che ha confermato che le trattative con gli iraniani dovrebbero svolgersi, proprio a Islamabad, entro questa settimana. Di colloquio in colloquio, il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif ha confermato di aver sentito il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, garantendogli l’aiuto necessario «per riportare la pace nella regione»: lo Stato islamico si impegna «a svolgere un ruolo costruttivo» in questa direzione. L’importanza del dialogo è stata quindi ribadita da Ishaq Dar, ministro degli Esteri pakistano, che si è confrontato con il collega Abbas Araghchi. Gli indizi si sommano.