Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Trump-Iran: il dilemma dei negoziati «Cedono sull’atomica», Teheran nega Analisi di Lorenzo Vita
Testata: Il Riformista Data: 24 marzo 2026 Pagina: 8 Autore: Lorenzo Vita Titolo: «Trump-Iran: il dilemma dei negoziati «Cedono sull’atomica», Teheran nega»
Riprendiamo dal RIFORMISTA del, 24/03/2026, a pagina 8, l'analisi di Lorenzo Vita dal titolo: "Trump-Iran: il dilemma dei negoziati «Cedono sull’atomica», Teheran nega".
Lorenzo Vita
Le parole di Trump oscillano tra trionfalismo e diplomazia, mostrando un strategia ancora incerta tra pressione militare e negoziato
“Abbiamo distrutto il regime iraniano, non ci minaccia più”. Le parole di Donald Trump a Memphis sembrano essere il segnale di un decisivo cambio di passo nella gestione della guerra. Tanto più perché sono arrivate dopo che lo stesso presidente degli Stati Uniti ha iniziato a confermare le trattative (non più segrete) tra Washington e Teheran e un accordo su 15 punti che a suo dire è ormai delineato. Negli ultimi giorni, la comunicazione di The Donald ha mostrato, in effetti, alcuni cambiamenti sensibili. Prima ha detto che avrebbe dato 48 ore di tempo agli iraniani per riaprire lo stretto di Hormuz, e che in caso contrario avrebbe attaccato gli impianti energetici della Repubblica islamica. Con l’avvicinarsi dello scadere delle 48 ore, Trump è intervenuto di nuovo per dare ulteriori cinque giorni a Teheran dicendo che vi erano stati colloqui “molto positivi e produttivi” tra le due parti “per la risoluzione completa e totale delle ostilità in Medio Oriente”. Mentre era a Memphis, il presidente americano non solo ha confermato la riapertura dei canali diplomatici tra Iran e Usa, ma anche che l’accordo sarebbe molto vicino. “Loro vogliono la pace, sanno che non possono avere un’arma nucleare, si sono accordati su questo” ha detto Trump, “tutto è iniziato quando gli ho detto che stavamo pianificando di attaccare alcune delle loro centrali elettriche e speriamo di non doverlo fare”. “Tutta la mia vita è stata una negoziazione, ma con l’Iran trattiamo da tempo e ora fanno davvero sul serio”, ha aggiunto il capo della Casa Bianca. E ora tutti si domandano quale possa essere questo accordo su 15 punti di cui sembra certo il presidente Usa. The Donald ha confermato che di questi punti, “il primo, il secondo e il terzo riguardano la rinuncia al programma nucleare”. Ha anche detto di essere in trattativa per un controllo congiunto dello Stretto di Hormuz e ha aggiunto di volere “una forma molto seria di cambio di regime”. E anche sull’idea del cosiddetto “regime change”, il presidente degli Stati Uniti si è mostrato ulteriormente aperto, dicendo che di fatto il cambiamento è avvenuto con l’uccisione di tutta la precedente classe dirigente, falcidiata dai bombardamenti delle forze israeliane e americane. “Un cambio di regime è automatico” ha sentenziato il tycoon. Intanto tutti guardano a Mohammad Ghalibaf, il potente presidente del parlamento iraniano, come vero interlocutore (se non l’unico) tra Washington e Teheran. Un sito iraniano ha addirittura riportato che l’amministrazione Usa si aspetta un incontro con lui entro sabato. A detta di Axios, un possibile vertice potrebbe tenersi a Islamabad, in Pakistan. Per i media americani, Trump starebbe da giorni preparando una squadra negoziale pronta a discutere con gli iraniani. Un team di cui farebbero parte sia Jared Kushner che Steve Witkoff. Quest’ultimo, attraverso la mediazione di Egitto, Pakistan e Turchia, starebbe mantenendo un canale di comunicazione con il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, che ieri ha sentito il suo omologo russo Sergei Lavrov, il quale ha ribadito l’idea di Mosca di uno stop immediato alle ostilità. I problemi però sono al momento tre. Il primo è il campo di battaglia, perché gli Stati Uniti e Israele continuano a combattere (ieri è stato colpito anche il quartier generale dei Pasdaran) e proseguono i lanci di missili da parte di Teheran. Il secondo problema, invece, è che i vertici della Repubblica islamica, quantomeno quelli ancora visibili e in grado di parlare, hanno tutti smentito le parole di Trump. Lo stesso Ghalibaf ha parlato di “fake news per manipolare i mercati”. I Guardiani della Rivoluzione hanno definito Trump un “presidente americano disonesto” e hanno gridato che il suo “comportamento contraddittorio non ci farà perdere di vista il fronte di battaglia”. E mentre Teheran lancia i suoi avvertimenti, resta un altro punto interrogativo: cosa farà Benjamin Netanyahu. Israele è apparsa particolarmente sorpresa dall’accelerazione di Trump sul fronte negoziale. Fonti di Ynet hanno addirittura scritto che Washington avrebbe fissato una data per finire il conflitto: il 9 aprile. Ma la differenza di vedute tra i due alleati su come e quando finire la guerra appare evidente. E “Bibi” dal canto suo ha anche un altro nodo da sciogliere: il fronte libanese con Hezbollah.
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