Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Non è la nostra guerra neanche quando impiccano i nostri Newsletter di Giulio Meotti
Testata: Newsletter di Giulio Meotti Data: 24 marzo 2026 Pagina: 1 Autore: Giulio Meotti Titolo: «Non è la nostra guerra neanche quando impiccano i nostri»
Riprendiamo l'articolo di Giulio Meotti, dalla sua newsletter, dal titolo: "Non è la nostra guerra neanche quando impiccano i nostri".
Giulio Meotti
Ma "non è la nostra guerra" neanche quando Teheran impicca in mondovisione uno dei nostri? E' stato impiccato, infatti, anche un cittadino svedese. Ma per i paese europei, è escluso un intervento contro l'Iran.
Fino a quando non capiremo che la debolezza non è una virtù ma un suicidio lento continueremo a incassare rispondendo con inutili note diplomatiche che nessuno legge e prende sul serio.
Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius era stato esplicito: “Questa non è la nostra guerra, non l’abbiamo iniziata noi, Donald Trump cosa si aspetta che possano fare una manciata o due di fregate europee nello Stretto di Hormuz che la potente Marina statunitense non sia in grado di fare?”.
Le fregate europee nello Stretto di Hormuz? Inutili, secondo alcuni. Meglio lasciare tutto alla Marina americana, come se la difesa dei nostri interessi fosse un servizio in abbonamento a pagamento.
Ma non è la nostra guerra neanche quando Teheran impicca in mondovisione uno dei nostri?
“È con profondo sgomento che ho appreso dell’esecuzione di un cittadino svedese in Iran, in questo momento difficile il mio pensiero va ai familiari”, ha dichiarato la ministra degli Esteri svedese, Maria Malmer Stenergard, dopo aver ricordato che la pena di morte è “una punizione disumana e crudele”.
Tutto qui? Chi non sa difendere i propri figli non è più padre di nulla.
Kourosh Keyvani è stato condannato per “spionaggio a favore di Israele”, che in Iran è come dire “sei passato con il rosso”.
Stoccolma ha convocato l’ambasciatore iraniano “per protestare per l’esecuzione di un cittadino svedese”.
Kaja Kallas condanna. La Svezia condanna. Tutti condannano. E poi? Poi niente. Sempre niente. E il mondo iraniano, tra le mura di Evin, rise sommessamente.
La sovranità non si mendica, si esercita. E chi non la esercita diventa preda.
Convocare l’ambasciatore dopo che ti impiccano un cittadino è il gesto di chi non ha artigli, è un segnale di impotenza.
Perché l’Europa ha smesso di credere che esistano conseguenze che valga la pena infliggere.
Ed è come se l’Iran ci dicesse: “Ecco, uccidiamo i vostri e voi non potete fare niente”.
Siamo una manica di fifoni che hanno smarrito il senso della sovranità e della reciprocità. L’Iran tiene in ostaggio cittadini europei da anni: dual nationals usati come pedine per ottenere concessioni. Giornalisti, attivisti, ricercatori finiti nelle prigioni di Evin per “corruzione sulla terra” o “guerra contro Allah”. Ogni volta la stessa farsa: condanna, esecuzione o ergastolo, protesta formale.
Immaginate per un momento una reazione diversa. Espulsione immediata di tutto il personale diplomatico iraniano. Blocco di tutti gli asset finanziari iraniani. Sostegno concreto ai dissidenti interni, non solo tweet. Rafforzamento delle presenze militari nel Golfo, in collaborazione con Stati Uniti e Israele. Invece no: restiamo paralizzati dal timore di “escalation”, come se l’escalation non fosse già in corso da decenni e a senso unico.
Il Belgio ha appena dovuto mandare i soldati per strada a difendere i pochi ebrei rimasti nel regno.
Questa viltà collettiva ha radici profonde che affondano in un terreno avvelenato.
Dopo la fine della Guerra Fredda abbiamo creduto che la storia fosse finita, che il soft power bastasse, che il commercio avrebbe addomesticato tutti e che se ci fossimo messi il velo ci avrebbero trattato con un po’ di riguardo. Ci sbagliavamo di grosso.
Guidata dal primo ministro svedese socialdemocratico Stefan Löfven e dal ministro del Commercio Anna Linde, la delegazione comprendeva undici donne. Indossavano tutte il velo islamico tutto il tempo mentre erano in Iran, pur fiere della propria aderenza ai valori della sinistra e si proclamassero “orgogliosamente femministe”.
Sarà perché in Iran c’erano in ballo le laute commesse miliardarie per i grandi gruppi industriali svedesi o perché è sempre stato più facile fare sceneggiate con Donald Trump che con Ali Khamenei. Fatto sta che nessuno fiatò. Una scena patetica, degna di Sottomissione di Michel Houellebecq.
Il mondo è tornato hobbesiano: stati sovrani, interessi nazionali, uso della forza. L’Iran lo ha capito prima di noi, mentre noi discutevamo di gender e transizione ecologica.
Siamo una civiltà che ha perso il senso del tragico e del reale. Preferiamo la narrazione consolatoria: “i diritti umani”, “il multilateralismo”, “la comunità internazionale”, dove noi ci presentiamo disarmati, con bouquet di fiori e comunicati stampa.
Nietzsche aveva previsto l’ultimo uomo, quello che “batte le palpebre e dice: ‘Abbiamo inventato la felicità’”. Ecco, noi siamo diventati quell’ultimo uomo: sbattiamo le palpebre davanti al patibolo e twittiamo la nostra indignazione.
Ma la storia non concede proroghe ai popoli che hanno dimenticato di essere vivi e di doversi difendere.
La newsletter di Giulio Meotti è uno spazio vivo curato ogni giorno da un giornalista che, in solitaria, prova a raccontarci cosa sia diventato e dove stia andando il nostro Occidente. Uno spazio unico dove tenere in allenamento lo spirito critico e garantire diritto di cittadinanza a informazioni “vietate” ai lettori italiani (per codardia e paura editoriale).
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