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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Informazione Corretta Rassegna Stampa
20.03.2026 Israele sotto il fuoco: vivere normalmente mentre si combatte
Commento di Deborah Fait (con video)

Testata: Informazione Corretta
Data: 20 marzo 2026
Pagina: 1
Autore: Deborah Fait
Titolo: «Israele sotto il fuoco: vivere normalmente mentre si combatte»

Israele sotto il fuoco: vivere normalmente mentre si combatte
Commento di Deborah Fait

Deborah Fait
Deborah Fait

Iranian missiles hit Israel as Netanyahu threatens Tehran with more 'on the  way' | Iran | The Guardian
L'Iran non molla la presa su Israele e cerca in ogni modo di colpirlo, anche con bombe a grappolo

 

In questi ultimi giorni mi è difficile scrivere perché qui, al centro di Israele, siamo costretti a correre nei rifugi più o meno ogni due ore. Funziona così: per prima cosa riceviamo sui cellulari l'avviso dell'esercito che ci informa che entro pochi minuti ci sarà un attacco e raccomanda di avvicinarsi ai rifugi. La seconda fase è il vero e proprio allarme che suona in tutte le zone interessate. Quando parte la sirena è il momento di entrare nel bunker e di chiudere la porta ermetica. Tutto avviene con calma e ordine. Nei rifugi collettivi sparsi nelle città, alcuni molto grandi, molti giovani si ritrovano e allora balli e canti si sprecano mentre i più anziani seduti ai lati battono le mani a tempo. E' un modo positivo di reagire a una situazione drammatica. E' questo che ci fa sopravvivere quasi normalmente, la positività e la resistenza straordinarie che caratterizzano gli ebrei in genere e gli israeliani in particolare. Gli israeliani amano la musica, il ballo e anche nel pericolo non rinunciano alla gioia.  Nei rifugi dei palazzi, dove comunque tutti i passanti possono entrare, si gioca a carte, i bambini si portano dietro sacchetti di giochi, qualche libro. I cani all'inizio si abbaiano l'uno contro l'altro perché ognuno vuole difendere il proprio territorio , poi si accucciano tranquilli a fianco degli amici umani.  I gattini, nelle loro gabbiette, soffiano un po', poi si addormentano, apparentemente, perché ad ogni movimento di cane parte un leggere soffio di avvertimento. Dopo l'ultimo boom si aspetta, sempre diffuso sui cellulari, l'avviso di libera uscita. Chi esce prima lo fa a suo rischio e pericolo perché potrebbe essere colpito da qualche frammento che ancora precipita dall'alto dove l'Iron Dome rincorre i missili e i droni nemici per spezzarli e farli esplodere in cielo. Ogni frammento pesa qualche quintale, morte sicura se colpisce un essere vivente.

Israele è un Paese che da decenni vive in una condizione che altrove sarebbe considerata emergenza permanente. Questa è la realtà concreta di una società che ha imparato a convivere con sirene, razzi e rifugi dal primo giorno della sua esistenza. Nel corso degli anni, organizzazioni come Hamas e HezbollahJihad palestinese sostenute soprattutto dall’Iran, hanno lanciato decine di migliaia di razzi contro il territorio israeliano, colpendo città, scuole, autobus, mercati. Attentati come quello della discoteca Dolphinarium, dove furono ammazzati 21 ragazzini nel 2001 o gli attacchi agli autobus e ai mercati di Tel Aviv e altre città israeliane sono solo alcuni esempi di una lunga scia di violenza contro civili.

la guerra non è più combattuta al fronte come accadeva un tempo, oggi la viviamo sulle nostre teste in ogni parte di questo minuscolo paese coraggioso. Quando parte una sirena, ogni cittadino ha pochi secondi per mettersi al riparo. Nel sud del Paese, vicino a Gaza, il tempo può essere inferiore ai 15 secondi. Nel nord, sotto il tiro di Hezbollah, la situazione è simile. Al centro arriviamo a 1 minuto e mezzo.

Dagli anni '90 le case sono costruite con stanze blindate. I bambini imparano a scuola cosa fare durante un attacco prima ancora di imparare la storia. Le fermate degli autobus sono spesso rinforzate per diventare rifugi improvvisati.

E poi c’è la Cupola di Ferro, Iron Dome, il sistema di difesa che intercetta il 90% dei razzi in volo. Senza di essa,  e senza gli innumerevoli rifugi costruiti negli anni lungo tutto il paese, comprese le spiagge e i parchi giochi, il numero di vittime sarebbe enormemente più alto. Ma anche con questa tecnologia, la minaccia non scompare: ogni razzo, ogni drone che passa è un rischio reale. L'Iran usa anche le vietatissime bombe a grappolo che sono decine di bombe contenute all'interno del missile. Quando questo automaticamente si apre in volo le lascia cadere tutte insieme, a grappolo appunto. L'Iron Dome non può intercettarle.  

Nonostante tutto, la vita continua. I bar restano aperti, i ristoranti colmi, le spiagge si riempiono. Le università funzionano. È una forma di resistenza civile: non fermarsi mai, non deprimersi mai. Essere ebrei oggi significa andare a testa alta guardando il nemico negli occhi e si sa quanti nemici abbiamo non solo in Medio Oriente ma in Europa e negli USA. Nemici che ci odiano talmente tanto che nei campus delle Università 3 studenti su cinque rifiutano compagni ebrei. Che siano israeliani, francesi o tedeschi è irrilevante. Sei ebreo quindi hai il marchio d'infamia. Ogni minaccia, ogni pestaggio vanno bene, ogni "assassini" è seguito da applausi a piene mani e urla scomposte.  La normalità è fragile. Nel nord del Paese, decine di migliaia di persone sono costrette a lasciare le loro case, il lavoro,  i campi ormai distrutti, a causa degli attacchi di Hezbollah . Intere comunità vivono da sfollati dentro il proprio Stato. 200.000 persone di cui nessuno parla.

È in questo contesto che si inserisce la strategia israeliana: colpire le leadership dei gruppi armati e le basi nucleari. Operazioni mirate contro comandanti di Hamas, Hezbollah e altre milizie non sono solo azioni militari: sono viste da Israele come una necessità per ridurre la capacità operativa di chi organizza e pianifica attacchi contro civili.

Negli anni, queste operazioni hanno effettivamente indebolito diverse strutture terroristiche, interrompendo catene di comando e rallentando la pianificazione degli attacchi. Da lontano, tutto questo può sembrare geopolitica. In Israele, è vita quotidiana. Significa mandare i figli a scuola sapendo che potrebbero dover correre in un rifugio. Significa vivere con una tensione costante, anche nei momenti di apparente calma. Eppure, significa anche sviluppare una resistenza umana rara: una società che, pur sotto attacco, continua a funzionare in modo straordinario.

Che l’eliminazione dei capi delle organizzazioni terroristiche renda il mondo un posto migliore è difficilmente contestabile: per milioni di israeliani, ridurre la capacità di chi lancia razzi e organizza attentati significa aumentare, anche solo di poco, le possibilità di vivere una vita normale.

E in Israele, la normalità è una conquista.

Adesso due parole sull'argomento che rende il mio fegato molto dolorante. 

Accendete la TV su un talk show qualsiasi, su un telegiornale (l'unico guardabile è il TG di Rete4 della bravissima Stefania Cavallaro ), seguite un dibattito serale: il copione è quasi sempre lo stesso. Israele sotto accusa, Israele imputato, Israele responsabile. Punto. Fine della storia.

Una narrazione unilaterale. Ma soprattutto incompleta.

Mentre studi televisivi e salotti si riempiono di opinionisti pronti a condannare ogni azione israeliana, troppo spesso manca il contesto. E senza contesto, l’informazione diventa deformazione. La mia delusione è data non tanto dall'ostilità scontata degli opinionisti di sinistra ma dall'incapacità di saper rispondere a tono da parte di chi sta dalla parte di Israele. Ignoranza? Paura? Non lo so, non lo posso capire. La realtà è che alle accuse pochi sanno oppone verità storiche o di attualità. 

La realtà è che Israele vive da decenni sotto minaccia costante non dal titolo dell’ultimo TG, ma da quasi 80 anni. Attacchi, guerre, terrorismo, missili, isolamento internazionale. E, soprattutto negli ultimi anni, una pressione crescente da parte dell’Iran, che non ha mai nascosto il proprio obiettivo strategico: la distruzione dello Stato ebraico. Eppure questo dato fondamentale scivola via, risulta marginale, quando non del tutto assente. il discorso si concentra quasi sempre sull’azione israeliana, mai sulla lunga sequenza di minacce e aggressioni che la precedono  da decenni con centinaia, migliaia di vittime ebree.

Si discute dell’attacco, ma non della pressione.
Si commenta sempre e con rabbia, la risposta, ma si dimentica la provocazione.
Si giudica l’effetto, ignorando la causa.

Così Israele finisce per apparire, sistematicamente, come l’aggressore per definizione. Mentre chi lo minaccia da anni, apertamente o per procura, resta sullo sfondo, sfocato, quasi invisibile. 

L’informazione dovrebbe illuminare, non selezionare. Dovrebbe spiegare, non semplificare, peggio, far odiare una delle parti, quella democratica naturalmente. Troppo spesso si sceglie la scorciatoia: un colpevole immediato, una complessità rimossa.

Israele è imputato in un tribunale che non chiude mai, che non sospende mai le udienze, che non ammette appello. È quello dei talk show e dei telegiornali italiani. Il verdetto è sempre lo stesso: colpevole

Non importa cosa sia successo prima. Non importa da dove partano le minacce. Non importa che da decenni, non da settimane,  Israele viva sotto pressione militare, terrorismo e dichiarazioni esplicite di annientamento da parte dell’Iran e dei suoi alleati regionali.

Tutto questo scompare.

Scompare nei servizi “equilibrati”.
Scompare nei dibattiti “pluralisti”.
Scompare nelle analisi “approfondite”.

Resta solo Israele con il dito del mondo puntato contro. Si commenta ogni sua azione al microscopio, con toni indignati, con esperti improvvisati, con moralismi a getto continuo. E allora si costruisce un racconto comodo: Israele forte, quindi colpevole. Israele reagisce, quindi aggressore. Israele si difende, quindi …genocidio!

È la scorciatoia perfetta per non far capire nulla ai telespettatori.

Il problema non è solo l’ostilità. È la pigrizia intellettuale travestita da informazione. È l’omissione sistematica della storia di questi ultimi 80 anni. E così, sera dopo sera, si alimenta un’opinione pubblica che vede solo metà della realtà. La metà sbagliata.

Non si racconta che uno Stato sotto minaccia permanente non vive come uno Stato qualsiasi.
Questo richiederebbe studio, onestà, coraggio. Valori di cui molti giornalisti e opinionisti sono privi.

E il pubblico? Convinto di essere informato, mentre assiste, sera dopo sera,  a una rappresentazione che non rispecchia la realtà storica, ma il suo contrario: la propaganda antisemita.

Mentre scrivevo questo pezzo sono scesa due volte in rifugio. La nostra vita quotidiana!

Ecco il video (clicca sulla foto):


takinut3@gmail.com

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