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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Il Foglio Rassegna Stampa
19.03.2026 Larijani, per i media italiani era un ‘raffinato intellettuale’
Analisi di Giulio Meotti

Testata: Il Foglio
Data: 19 marzo 2026
Pagina: 1-I
Autore: Giulio Meotti
Titolo: «Dimenticate l’architetto delle stragi iraniane: Ali Larijani era un “raffinato intellettuale”»

Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 19/03/2026, a pagina 1/I, l'analisi di Giulio Meotti dal titolo: "Dimenticate l’architetto delle stragi iraniane: Ali Larijani era un “raffinato intellettuale”".

Informazione Corretta
Giulio Meotti

Death of influential Ali Larijani could be bigger loss to Iran than  Khamenei | Iran | The Guardian
Incredibile come venga ripulita anche l'immagine di colui che ha architettato le stragi dei manifestanti. Larijani si è comportato come un nazista spietato per tutta la sua carriera, definirlo un raffinato intellettuale è pericoloso

 

Roma. Non era l’architetto delle stragi iraniane che dopo la morte di Khamenei gestiva il regime. Ali Larijani era un kantiano in divisa, un “pensatore poliedrico” che per purocaso aveva le mani sporche di sangue iraniano (trentamilasolo a gennaio). Per la Nbc, “un intellettuale al servizio del regime”. “Larijani ha scritto un interessante libro suCartesio per conciliare il pensiero occidentale e quello islamico”, scrive Bruno Maçães, editorialista del New York Times ed ex ministro degli Affari europei del Portogallo.Per Haaretz, “un pensatore brillante che coniuga vita di contemplazione e di azione: un’impresa non da poco”. La stampa italiana va da “filosofo raffinato” (Ansa) a “fine intellettuale” (Repubblica), come se tre libri in farsi su Kant rendessero Larijani meno responsabile dei morti che il Consiglio di sicurezza nazionale ha sulla coscienza.

Per il Corriere, “Larijani era un devoto della Repubblica islamica, ma aveva una profonda passione per la filosofia e ha pubblicato tre libri su Kant”. Il “ma” segna il passaggio a una promozione accademica, non un salto nel baratro del totalitarismo. Il Fatto si sdilinquisce: “Larijani univa una solida formazione scientifica a un percorso accademico in filosofia occidentale. Autore di saggi filosofici, era considerato un intellettuale raffinato, capace di utilizzare logica e dialettica anche nei contesti negoziali più complessi”.

Vecchia storia. Marwan Barghouti, l’organizzatore della Seconda intifada condannato a cinque ergastoli, è diventato “Mandela”. “Haniyeh, il professore di letteratura diventato leader politico di Hamas”. Così la Repubblica. “Haniyeh, relativamente moderato”, la Reuters. Mohammed Deif, il capo militare di Hamas, fu descritto da Avvenire come un “miliziano” con “trascorsi di teatro”. “Uomo pragmatico e portato al dialogo”: l’Unità sull’altro leader di Hamas, Khaled Meshaal. Quando Israele uccise Hassan Nasrallah, il Guardian lo definì “studioso islamico qualificato, oratore efficace e organizzatore competente”. Per l’Associated Press, Nasrallah era “un oratore focoso visto come un estremista”. Il New York Times aveva raffigurato il leader spirituale della Fratellanza musulmana, Yusuf Qaradawi, teorico degli attentatori suicidi, come “impegnato nel pluralismo e nella democrazia”. Ma è difficile fare peggio del Washington Post, che parlò del “califfo” dell’Isis, Abu Bakr al Baghdadi, come di un “austero studioso religioso”. Il giornale fu travolto dalle polemiche e dovette cambiare il titolo in “leader estremista”, che per uno che ha organizzato il genocidio di migliaia di yazidi faceva comunque ridere. 

L’allora viceministro della Cultura iraniano, Mohammad Ali Ramin, docente di Filosofia a Tehran, studi nella città tedesca di Karlsruhe e che disse che “il regime sionista si avvia alla fine come un ratto morto”, nel 2008 ebbe un’idea brillante per sfruttare queste legioni di kantiani in cerca di un regime.

Organizzare a Teheran la Giornata mondiale della filosofia sotto l’egida dell’Unesco. Pochi fiatarono. Fu Jürgen Habermas, il filosofo francofortese appena scomparso, a promuovere con pochi altri una valorosa iniziativa di boicottaggio contro la designazione da parte dell’Onu di Teheran capitale mondiale della filosofia, mentre nelle galere della Rivoluzione islamica marcivano sociologi come Kian Tajbakhsh e filosofi come Akbar Ganji. Alla fine la direttrice generale dell’Unesco, la bulgara Irina Bokova, trovò una soluzione pilatesca: niente blasone ufficiale del Palazzo di vetro e a Teheran mandò “solo” una funzionaria dell’organismo, Pilar Alvarez-Laso. Ma più di un filosofo occidentale andò nella Repubblica islamica a parlare con Mohammad- Javad Larijani, fratello di Ali e favorevole alla lapidazione delle “adultere”. Ci andò anche Gianni Vattimo.

Il filosofo che aveva passato la vita a decostruire l’occidente e a sognare le “moltitudini” e che si ritrovò seduto a tavola con un apologeta della sharia. Il postmoderno occidentale che corteggia il premoderno teocratico.

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