lunedi` 16 marzo 2026
CHI SIAMO SUGGERIMENTI IMMAGINI RASSEGNA STAMPA RUBRICHE STORIA
I numeri telefonici delle redazioni
dei principali telegiornali italiani.
Stampa articolo
Ingrandisci articolo
Clicca su e-mail per inviare a chi vuoi la pagina che hai appena letto
Caro/a abbonato/a,
CLICCA QUI per vedere
la HOME PAGE

vai alla pagina twitter
CLICCA QUI per vedere il VIDEO

Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



Clicca qui






Newsletter di Giulio Meotti Rassegna Stampa
16.03.2026 Siamo all'ora più vera delle due guerre
Newsletter di Giulio Meotti

Testata: Newsletter di Giulio Meotti
Data: 16 marzo 2026
Pagina: 1
Autore: Giulio Meotti
Titolo: «Siamo all'ora più vera delle due guerre»

Riprendiamo l'articolo di Giulio Meotti, dalla sua newsletter, dal titolo: "Siamo all'ora più vera delle due guerre". 


Giulio Meotti

Per decenni, i cosiddetti “esperti occidentali” ci avevano avvertito che era troppo rischioso attaccare Teheran, che gli iraniani avevano troppi missili, che le loro forze armate erano troppo grandi, che la loro leadership troppo astuta, che era inevitabile che l’Iran fabbricasse la bomba atomica e che non c’era altro che potessimo fare se non firmare trattati inutili che non valevano la carta su cui erano scritti.

“Se l’Iran avesse l’atomica, Israele non oserebbe attaccare”, diceva un tronfio Massimo D’AlemaJacques Chirac teorizzava che la bomba atomica iraniana non sarebbe stata “molto pericolosa”. Carlo Rovelli, il fisico dell’ignobile processino revisionista a Enrico Fermi, ha scritto di “non capire che minaccia sarebbe il nucleare iraniano”. Per essere uno che studia i buchi neri, non capisce molto Rovelli.

“L’Iran ha il diritto di arricchire l’uranio”, secondo il Nobel per la Fisica Giorgio Parisi, quello che ha cacciato Ratzinger dalla Sapienza.

 

In un saggio che ha fatto scalpore, “Perché l’Iran dovrebbe ottenere la bomba”, pubblicato da Foreign Affairs, il famoso politologo Kenneth Waltz ha teorizzato la bomba iraniana come “fonte di stabilità”.

Il disfattismo è l’abito consunto delle classi dirigenti occidentali decadenti.

Ora gran parte dei commenti sulla guerra sono altrettanto disfattisti: accendete qualsiasi tv italiana, anche l’orrida Mediaset, e sentirete soltanto ospiti che gongolano all’ipotesi di una sconfitta israelo-americana.

Vediamo i fatti.

Le operazioni militari USA-Israele hanno avuto finora un successo straordinario e, a due settimane dall’inizio del conflitto, il regime islamico è costretto ad attaccare le navi, minacciare di piazzare mine, bombardare le infrastrutture petrolifere e scatenare il terrorismo economico in un ultimo tentativo di sopravvivenza.

I capi della Repubblica Islamica sono sotto terra. Il regime ha visto migliaia di suoi siti ridotti in frantumi. Ha subito perdite catastrofiche. Le sue difese aeree sono annientate. La sua aeronautica è finita. La sua marina è in fondo a Hormuz. A Teheran, gli iraniani ora indicano a Israele i siti delle forze della repressione da colpire.

Resta “il lavoro per smantellate il programma atomico iraniano”, come spiega con dovizia di particolari il Wall Street Journal, e sperare nel frattempo in una fine del regime, retto dal fantasma cartonato di Mojtaba Khamenei, che come scrive il Mail on Sunday è “ossessionato dalla fine dei giorni” e dal ritorno del Mahdi, il Messia islamico nascosto.

Auguri a chi pensa ancora di convivere con questi fanatici con il dito sulla spoletta.

Resta da capire se il regime islamico cade.

“Le autorità israeliane valutano che il regime al potere in Iran non sia destinato a crollare nell’immediato futuro”, poiché i capi di Teheran, pur indeboliti, mantengono il controllo e le condizioni sul terreno non sono ancora mature per un’insurrezione popolare, rivela oggi il Wall Street Journal. Amir Avivi, ex alto funzionario della difesa vicino al governo israeliano, dice che poche settimane in più di pressione militare potrebbero gettare le basi per un’insurrezione, ma che l’esito sarebbe difficile da prevedere. “C’è stata la decisione di creare le condizioni affinché la gente scenda in piazza, ma non ci siamo ancora”.

Intanto cadono i soldati americani e anche i francesi (“inaccettabile” ha detto Lapalisse Macron).

Siamo all’ora più vera della guerra: ora o Donald Trump mantiene la calma, continua a schiacciare il regime iraniano, rovescia lo shock petrolifero e riapre con la forza lo stretto di Hormuz, oppure lui e l’America sono finiti, smascherati come una ex superpotenza sconfitta da barbari armati di droni.

La “sindrome del Vietnam” non è un luogo comune.

“Dobbiamo ricominciare a vincere le guerre” disse Trump nel 2017. “E ora non vinciamo mai una guerra. Non vinciamo mai. E non combattiamo per vincere. O vinci o non combatti affatto”.

L’Occidente deve vincere o tutto è perduto. Epic Fury o Epic Fail? E se falliamo, tutti i regimi revisionisti sulla faccia della terra ne trarranno le debite considerazioni e conseguenze. E anche molti nostri nuovi amici penseranno che l’amicizia con l’“infedele” non valeva la pena.

Molti a dire il vero sembrano già falliti.

Molti paesi europei hanno deliziato i nemici dell’Occidente, scoraggiato i nostri amici e umiliato se stessi.

 

Meloni con i soldati italiani nel Kurdistan: addio alle armi

Un solo attacco coi droni, senza morti né feriti, e il contingente italiano sarà portato via dal Kurdistan iracheno, dove addestravamo gli eroici curdi alla guerra contro l’Isis in una base che prende il nome dalla fortezza legionaria di Settimio Severo.

Il “congelamento” della missione militare italiana a Erbil è un colpo clamoroso assestato dalle milizie filoiraniane in Iraq. Specie mentre trattiamo con l’Iran un “passaggio sicuro” a Hormuz.

Basta così poco per farci ritirare?

Isis che va forte intanto in Occidente. Questa è l’altra guerra, quella interna alle democrazie.

4 attentati in America in una settimana: AustinDetroitNew York e Norfolk.

Anche la Germania porta via i suoi soldati dall’Iraq, mentre continua ad acquistare armi da Israele.

La Spagna è il grande ventre molle europeo e in Italia i disfattisti si coprono dei colori spagnoli (spiace per quel gran politico che fu José María Aznar).

Le élite occidentali pronte a lavorare per la Repubblica Islamica sono già dentro al municipio di New York del sindaco islamico Mamdani. Ecco la città martire dell’11 settembre questa settimana. Così iniziò in Iran nel 1979…

 

Poi c’è l’Inghilterra, che ha appena deciso di rimuovere il volto di Winston Churchill dalle banconote.

Con chi lo sostituirà? Shakespeare? No, ricci e tassi.

 

Cinque anni fa scrissi: Churchill ha salvato due volte la civiltà e ora vogliono cancellarlo”.

Ma neanche io avrei pensato ai ricci e ai tassi.

Il glorioso Regno Unito forse merita di diventare il Regno Islamico.

Un politico laburista inglese – parlando in via ufficiosa – lo ha detto senza mezzi termini:

“Giordani, emiratini, kuwaitiani e persino canadesi si chiedono tutti: ‘Che cazzo state facendo? Da che parte state?’”.

Ecco: mentre gli iraniani si facevano massacrare nelle strade, i funzionari del Ministero degli Esteri inglese erano a festeggiare con i capi del regime l’anniversario della rivoluzione di Khomeini.

La domanda chiave è quella posta dall’ex colonnello Richard Kemp sul Telegraph: “Per quanto tempo ancora Stati Uniti e Israele combatteranno per noi?”.

 

Scrive Kemp:

“L’attacco sulla pista della RAF di Akrotiri a Cipro è stato sferrato da uno Shahed di fabbricazione iraniana lanciato da Hezbollah. La RAF di Akrotiri non è solo un’altra base militare su suolo straniero. È un territorio sovrano britannico, una delle due aree mantenute dal Regno Unito in base al Trattato del 1960 che ha creato la Repubblica di Cipro. Qual è stata la nostra risposta a un attacco diretto sul territorio sovrano britannico? Il Segretario alla Difesa John Healey ha detto che si è trattato di un attacco ‘indiscriminato’, il che chiaramente non lo è. Il suo apparente tentativo di negare che il territorio britannico fosse stato attaccato dall’asse iraniano era simile alla disperazione di Keir Starmer nel prendere le distanze dagli attacchi USA-Israele contro l’Iran, quando fin dall’inizio aveva insistito sul fatto che la Gran Bretagna non avesse avuto alcun ruolo. Ha rafforzato questa posizione negando l’uso da parte degli Stati Uniti delle basi britanniche nel Regno Unito e a Diego Garcia. Mentre la Gran Bretagna rimaneva a guardare, la Grecia ha inviato fregate per aiutare a difendere Cipro e persino la Francia ha promesso navi da guerra e sistemi di difesa aerea. Lo stato spaventoso delle nostre forze armate è stato illustrato dall’incapacità della Royal Navy di preparare anche solo una nave da guerra per salpare verso il Medio Oriente. Questo, nonostante settimane di nubi minacciose di guerra, mentre le forze statunitensi si accumulavano costantemente nella regione. A differenza del 1982, quando una task force di 40 navi lasciò la Gran Bretagna per l’Atlantico a soli quattro giorni dall’invasione argentina delle Falkland. Nel frattempo, Israele combatte per noi, attaccando Hezbollah. Israele difende i propri cittadini, ma i suoi attacchi contro i terroristi in Libano proteggeranno anche noi. Possiamo aspettarci una parola di ringraziamento da un Paese che sta mettendo a repentaglio la vita dei propri soldati e che ha costantemente supportato la Gran Bretagna con tecnologie di intelligence e di difesa salvavita per molti decenni? No, certo che no, anzi. Quello che possiamo aspettarci con l’intensificarsi dei combattimenti in Libano è un maggiore sgomento per la de-escalation, i negoziati e il compromesso, insieme al consueto puntare il dito di Starmer contro Netanyahu, uno dei due soli leader mondiali (l’altro è Trump) che ha il coraggio di schierarsi in difesa del proprio Paese e dei valori occidentali. C’è molto di più di un singolo drone abbattuto su una base britannica. Hezbollah e l’Iran sono stati responsabili dell’uccisione e della mutilazione di decine di soldati britannici in Afghanistan e Iraq. Hezbollah e l’Iran sono stati coinvolti in 20 complotti terroristici potenzialmente letali nel Regno Unito. Tutti orchestrati dal Corpo delle Guardie Rivoluzionarie di Teheran. Il rifiuto di Starmer di sostenere Trump contro l’Iran è dovuto al fatto che ritiene di non potersi permettere di essere visto partecipare a un attacco contro un Paese musulmano. E osservando Israele combattere per la Gran Bretagna, sta minando ciò che resta della nostra capacità di deterrenza sulla scena mondiale”.

Intanto in Occidente si balla al ritmo di quelli disposti a sopportare alti prezzi dell’energia contro Vladimir Putin, ma non possono tollerare un aumento del prezzo della benzina per eliminare il regime iraniano.

Prima i terroristi houthi nello Yemen hanno attaccato una delle tratte commerciali più importanti del mondo, il Mar Rosso, rallentando le catene di approvvigionamento globali. E noi abbiamo sbadigliato.

Ora il pacifista collettivo, che in tv e sui giornali si lamenta del costo di un pieno di diesel e benzina a causa della “guerra di Trump e Netanyahu”, vorrebbe lasciare che Teheran controllasse un quarto del mercato petrolifero mondiale.

Drôle de guerre. Questa espressione, che sta per la “strana guerra” o “buffa”, indica il periodo dal 3 settembre 1939, quando la Francia dichiara guerra alla Germania nazista, e il maggio 1940, quando la Francia è invasa dai nazisti. Nove mesi in cui sul fronte occidentale non accade niente.

Un giornalista spagnolo, Manuel Chaves Nogales, fuggì in Francia dove assistette al crollo della Repubblica. Il suo libro, Agonia della Francia, è assolutamente attuale. Nelle pagine di questo saggio (1941), Nogales racconta che mentre i soldati tedeschi marciavano per le strade di Parigi i francesi sciamavano fuori dai cinema, “in tempo per l’aperitivo al bistrot”.

Il pieno benzina è il nuovo bistrot.

Quando l’ultimo missile tacerà e lo stretto di Hormuz riaprirà (speriamo senza l’Iran khomeinista), questa cicatrice invisibile rimarrà: la prova che, nel 2026, la nostra salute economica si misura con le convulsioni di un regime teocratico a 5.000 chilometri di distanza.

Scrive Walter Russell Mead sul Wall Street Journal:

“Mentre l’impennata dei prezzi dell’energia e il calo dei mercati in tutto il mondo determinavano un cambiamento di umore, molti analisti e leader stranieri hanno concluso che le strategie dell’Iran stavano funzionando e che gli Stati Uniti avrebbero dovuto scegliere tra porre fine alla guerra ben prima della vittoria o impegnare un gran numero di truppe di terra in un altro pantano mediorientale in divenire. Il pessimismo è prematuro. I cambiamenti di umore sono comuni in guerra, quando paura, speranza e rabbia si mescolano. La lezione che si può trarre finora è che la minaccia dell’Iran per l’America è maggiore di quanto molti sostenitori dell’Iran avessero capito e più difficile da affrontare di quanto molti falchi iraniani sperassero. Con attacchi missilistici e droni, Teheran è riuscita a bloccare il traffico in entrata e in uscita dallo Stretto di Hormuz e ha costretto i paesi del Golfo a ridurre la produzione di petrolio e gas. Se la via d’acqua rimarrà in gran parte chiusa, possiamo aspettarci quello che gli analisti definiscono il più grande shock energetico dagli anni ’70. Il Golfo è anche un importante centro per la produzione di fertilizzanti. La Casa Bianca e il Congresso possono aspettarsi telefonate da parte di agricoltori con i costi che aumentano vertiginosamente e i paesi poveri esclusi dal mercato dei fertilizzanti. Fin dalla Seconda guerra mondiale, i presidenti americani di entrambi gli schieramenti ritenevano che impedire a qualsiasi paese ostile di ricattare il resto del mondo bloccando le esportazioni dal Golfo fosse un interesse nazionale vitale. Questa realtà, non le pressioni israeliane, è stata la forza trainante della politica americana in medio oriente. Gli shock bellici che stanno scuotendo i mercati finanziari globali dimostrano quanto questo fattore rimanga importante. Se l’Iran facesse pressione sugli Stati Uniti affinché porre fine alla guerra prima che possano rompere il blocco e paralizzare la capacità di Teheran di imporre nuovi blocchi in futuro, i mullah avrebbero un riconosciuto potere di veto sulla capacità dei loro vicini del Golfo di commerciare con il mondo. Il regime iraniano potrebbe minacciare una crisi economica globale a piacimento e accumulare armi e risorse che renderebbero la sua posizione inattaccabile. Se non verrà fermato, l’Iran potrebbe presto scoraggiare gli attacchi al suo programma nucleare minacciando di chiudere il Golfo. La guerra sembra destinata a concludersi in tre modi. Uno sarebbe una chiara e rovinosa sconfitta americana. Un mix di pressione globale e opposizione interna che costringe Trump a porre fine al conflitto prima che il commercio attraverso il Golfo venga ripristinato, con un Iran malconcio che avrebbe dimostrato la sua capacità di chiudere il Golfo a tutto ciò che la più grande potenza militare del mondo può scagliargli contro. Il potere e il prestigio dell’America, per non parlare di quelli di Trump, farebbero fatica a riprendersi da un simile fiasco. In alternativa, gli americani potrebbero riaprire il Golfo con l’emergere di un nuovo governo iraniano più concentrato sullo sviluppo del paese che sul dominio dei suoi vicini. Questa sarebbe una vittoria per Trump. Si tratterebbe di uno scenario intermedio in cui gli Stati Uniti sgomberano in gran parte il Golfo ma l’attuale regime sopravvive. L’Operazione Epic Fury verrebbe in tal caso ricordata come la madre di tutti i tagliaerba, che non risolve nulla di fondamentale se non preservare un fragile equilibrio in una parte vitale del mondo. Trump non è mai stato un grande studente, ma la scuola di guerra gli ha posto un esame che non può permettersi di fallire”.

Se esistesse l’Europa oggi vedremmo una coalizione marittima con la bandiera della UE che aiuta gli Stati Uniti e Israele a liberare il passaggio a Hormuz.

Una settimana dopo l’attacco del 7 ottobre 2023 lo scrissi su Il Foglio:

“Se Israele dovesse sparire, l’Iran estenderebbe la sua influenza su tutto il Medio Oriente fino al Mediterraneo. L’Iran potrebbe mettere il mondo in ginocchio riducendo la produzione di petrolio. Gruppi islamisti come l’Isis non sono stati ancora in grado di prendere il potere in Giordania soltanto grazie alla presenza dell’esercito israeliano. Se Israele dovesse scomparire, i palestinesi finirebbero con un’altra dittatura araba che li opprimerebbe e ridurrebbe in povertà. La prima a cadere sarebbe la Giordania, che gli islamisti disprezzano a causa dei legami di re Abdullah con l’Occidente, gli Stati Uniti e Israele. L’Iraq sarebbe subito assorbito dal super-stato ‘Shiastan’ che si espande dall’Iran khomeinista. E nulla impedirebbe all’Iran e agli islamisti di dichiarare guerra all’Arabia Saudita e ai paesi arabi alleati. Gli islamisti assumerebbero il pieno controllo di tutti i corsi d’acqua che le flotte occidentali potrebbero utilizzare per inviare navi e truppe nella regione, compreso il Golfo Persico e il Canale di Suez. A quel punto, gli Stati Uniti e l’Europa sarebbero davvero i vassalli dei regimi islamisti”.

Ho sbagliato di poco e ora siamo al momento della verità.

Chi avrà più stamina?

Perché le guerre, nella loro essenza ultima e come sapeva Winston Churchill, sono battaglie di volontà: chi resiste più a lungo, chi sopporta il peso del sacrificio senza vacillare, emerge. E la stamina non è un dono innato; la si coltiva attraverso la consapevolezza che il valore dell’Occidente eccede di gran lunga quello del pieno di carburante.

“Tutta la mia comunità di West Bloomfield, nel Michigan, è in isolamento” scrive oggi Polina Fradkin nella Free Press. “Io mi trovo a 8.000 chilometri di distanza, al riparo dai razzi iraniani in un bunker a Tel Aviv. Forse sembrerà strano dirlo, ma qui mi sento più al sicuro”.

Non è strano.

 

Basta vedere il video impressionante della bomba alla sinagoga di Liegi, in Belgio. Hanno aperto un altro fronte di questa guerra. E colpiscono dove e quando vogliono. In una settimana hanno colpito le sinagoghe di Toronto, Liegi, OsloDetroitTrondheim

Se non è una guerra mondiale, gli assomiglia molto.

E questa è la guerra che più mi preoccupa che stiamo perdendo. Il regime change occidentale.

La newsletter di Giulio Meotti è uno spazio vivo curato ogni giorno da un giornalista che, in solitaria, prova a raccontarci cosa sia diventato e dove stia andando il nostro Occidente. Uno spazio unico dove tenere in allenamento lo spirito critico e garantire diritto di cittadinanza a informazioni “vietate” ai lettori italiani (per codardia e paura editoriale).

Abbonarsi alla sua newsletter costa meno di un caffè alla settimana. Li vale.

Per abbonarsi, clicca qui


giuliomeotti@hotmail.com

Condividi sui social network:



Se ritieni questa pagina importante, mandala a tutti i tuoi amici cliccando qui

www.jerusalemonline.com
SCRIVI A IC RISPONDE DEBORAH FAIT