Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Un pregiudizio ostile che va indicato (e denunciato) con un termine preciso: sionofobia Analisi di Alex Zarfati
Testata: israele.net Data: 11 marzo 2026 Pagina: 1 Autore: Alex Zarfati Titolo: «Negare agli ebrei il diritto all’autodeterminazione e ad esistere come stato sovrano nella propria patria storica non è un’opinione politica. È un pregiudizio ostile che va indicato (e denunciato) con un termine preciso: sionofobia»
Riprendiamo dal sito www.israele.net - diretto da Marco Paganoni - l'articolo di medium.com di Alex Zarfati , dal titolo: "Negare agli ebrei il diritto all’autodeterminazione e ad esistere come stato sovrano nella propria patria storica non è un’opinione politica. È un pregiudizio ostile che va indicato (e denunciato) con un termine preciso: sionofobia".
Alex ZarfatiAlex Zarfati propone di introdurre nel lessico italiano il termine sionofobia per descrivere l’avversione al diritto del popolo ebraico all’autodeterminazione nella propria patria storica
Scrive Alex Zarfati: Nel lessico pubblico contemporaneo esistono parole che non si limitano a descrivere la realtà, ma contribuiscono a organizzarla. Termini come islamofobia, omofobia o xenofobia non sono semplici etichette: sono strumenti semantici che permettono di distinguere tra critica legittima e ostilità identitaria.
In altre parole, introducono categorie che rendono visibile un fenomeno e ne delimitano il significato morale.
È dunque significativo che nel dibattito italiano manchi quasi del tutto un termine che descriva una forma di avversione sempre più diffusa: non l’opposizione a singole politiche dello Stato di Israele, ma il rifiuto del principio secondo cui il popolo ebraico abbia diritto all’autodeterminazione nella propria patria storica.
È in questo vuoto linguistico che si colloca la proposta di introdurre nel lessico italiano la parola sionofobia.
Il termine deriva dall’inglese Zionophobia, espressione promossa negli ultimi anni nel dibattito anglosassone da Judea Pearl, informatico israeliano-americano tra i più influenti studiosi contemporanei di intelligenza artificiale, premio Turing e padre del giornalista Daniel Pearl, assassinato da Al-Qaeda nel 2002.
Pearl ha suggerito di utilizzare questo concetto per descrivere una dinamica ormai evidente: l’ostilità verso il sionismo e verso chi si identifica come sionista, che in molti contesti si trasforma in una forma indiretta di pregiudizio anti-ebraico.
Per comprendere la portata di questo fenomeno è necessario chiarire, prima di tutto, cosa sia il sionismo.
Il sionismo non nasce come un programma di governo né come un’ideologia monolitica. È piuttosto la declinazione ebraica del principio di autodeterminazione dei popoli che tra XIX e XX secolo ha contribuito alla nascita della maggior parte degli Stati moderni.
Nella sua definizione più essenziale, il sionismo afferma che il popolo ebraico, in quanto popolo, possiede il diritto di autodeterminarsi politicamente nella propria patria storica. In questo senso si colloca nello stesso orizzonte teorico e politico che ha prodotto i movimenti nazionali europei.
Per un pubblico italiano il parallelo più illuminante è quello con il Risorgimento. Quando Giuseppe Mazzini parlava di patria, non si riferiva semplicemente a un territorio amministrativo, ma a una comunità storica e culturale che rivendica il diritto di esistere come soggetto politico. La patria, nella visione mazziniana, non era un privilegio ma un diritto: la condizione attraverso cui un popolo assume la responsabilità della propria storia.
Il sionismo nasce da una logica simile. Un popolo disperso, spesso privo di protezione politica e storicamente esposto alla persecuzione, rivendica il diritto di tornare a essere soggetto della propria esistenza collettiva.
Non sorprende quindi che la grande maggioranza degli ebrei nel mondo si riconosca, in forme diverse, nel sionismo. Non necessariamente come adesione alle politiche di un determinato governo israeliano, ma come riconoscimento del principio che il popolo ebraico abbia diritto a una propria casa nazionale.
Ed è proprio qui che emerge la tensione concettuale dell’antisionismo contemporaneo.
Molti di coloro che si definiscono antisionisti sostengono una distinzione molto precisa: dicono di non nutrire alcuna ostilità verso gli ebrei, ma soltanto verso le politiche dello Stato di Israele, considerate razziste, coloniali o imperialiste. Questa distinzione funziona spesso come una forma di immunità retorica: permette di attaccare Israele (e la sua stessa esistenza) senza assumersi il peso morale dell’accusa di antisemitismo.
Il problema è che questa distinzione, nella pratica, si rivela fragile — e spesso semplicemente falsa.
Negare il sionismo non significa semplicemente criticare una politica di governo. Significa sostenere che gli ebrei non dovrebbero godere dello stesso diritto che la comunità internazionale riconosce a tutti gli altri popoli. E quando un diritto universale viene negato a un solo popolo, non siamo più nel terreno della critica politica. Siamo nel terreno del pregiudizio.
È qui che il concetto di sionofobia diventa utile.
Il termine non sostituisce antisemitismo, né pretende di ridefinirlo. Al contrario, descrive una delle modalità contemporanee attraverso cui l’antisemitismo tende a manifestarsi nel linguaggio politico e mediatico.
In molti contesti pubblici la parola “ebreo” viene progressivamente sostituita dalla parola “sionista”, rendendo socialmente accettabile un’ostilità che altrimenti verrebbe immediatamente riconosciuta come antisemita. (…)
Dal punto di vista semiologico, questo slittamento non è affatto casuale. Le parole possono trasformarsi in marcatori morali. Un termine nato come descrizione può progressivamente diventare uno stigma.
In molti contesti contemporanei, infatti, la parola “sionista” non indica più semplicemente una posizione politica, ma diventa una categoria di delegittimazione: un’etichetta utilizzata per collocare qualcuno fuori dal perimetro della rispettabilità morale e quindi escluderlo dal dibattito pubblico.
Nel caso del sionismo questa distinzione tende spesso a scomparire. L’antisionismo viene rappresentato come una posizione eticamente virtuosa, mentre il sionismo viene implicitamente presentato come un’ideologia moralmente sospetta.
In questa cornice il termine “sionista” diventa facilmente un insulto.
Ed è proprio per questo che emerge la necessità di un nuovo strumento linguistico che definisca con precisione un fenomeno specifico: l’avversione al diritto del popolo ebraico all’autodeterminazione nella propria patria storica.
Non si tratta di limitare il dibattito sulle politiche dello Stato di Israele. Le politiche di qualsiasi governo democratico possono e devono essere discusse.
Il punto è un altro: quando il bersaglio non è una politica ma il diritto stesso all’esistenza di uno Stato ebraico, non siamo più nel campo della critica politica. Siamo nel campo del pregiudizio.
Quando il termine “sionista” diventa un insulto e agli ebrei viene negato lo stesso diritto riconosciuto a tutti gli altri popoli del mondo, non siamo più davanti a una semplice opinione. Siamo davanti a una nuova forma di odio.
È per questa ragione che ritengo necessario proporre anche in italiano questo termine, che non è un artificio polemico, ma uno strumento analitico.
Perché le parole non inventano i fenomeni, ma hanno il potere di renderli visibili.
Nella storia delle idee accade spesso che una realtà esista molto prima della parola che la descrive. Quando quella parola finalmente emerge, diventa improvvisamente più difficile fingere che il fenomeno non esista.
Nel dibattito pubblico italiano questa parola, fino ad oggi, è sostanzialmente sconosciuta. Eppure il fenomeno che descrive è sotto gli occhi di tutti.
Se un giorno sionofobia entrerà davvero nel nostro linguaggio comune, sarà perché descrive con precisione una realtà che molti percepiscono ma che finora non aveva ancora trovato un nome nella nostra lingua.
Negare agli ebrei il diritto di esistere come nazione non è una semplice opinione politica, è un pregiudizio preciso. E ogni pregiudizio, per essere riconosciuto, ha bisogno di una parola: sionofobia.
(Da: medium.com, 6.3.26)
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