Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Quando si usa il discorso sulla natura che ci circonda per fare propaganda contro Israele Commento di Deborah Fait
Testata: Informazione Corretta Data: 11 marzo 2026 Pagina: 1 Autore: Deborah Fait Titolo: «Quando si usa il discorso sulla natura che ci circonda per fare propaganda contro Israele»
Quando si usa il discorso sulla natura che ci circonda per fare propaganda contro Israele Commento di Deborah Fait
Deborah Fait
"La pelle del mondo", sulla Rai, parla di natura, ma ci infila propaganda antisionista. Non appena si tocca il tema di Betlemme, inizia il repertorio pro-Pal. E noi paghiamo.
Stefano Mancuso e Cecilia Sala hanno presentato una trasmissione su RAI play dal titolo "La pelle del mondo". Un servizio che parla di natura, alberi, coltivazioni, in poche parole di ecologia e etologia. Argomenti importanti che potevano essere svolti in decine di modalità. Quale hanno scelto i due in apertura del servizio? Ma i palestinesi, naturalmente, Betlemme, in poche parole la propaganda. Servizio ignobile, propaganda spicciola, esattamente quello che ci si poteva aspettare. Cecilia Sala, nota giornalista proPal e Stefano Mancuso, neuroscienziato, docente presso l'Università di Firenze, con evidenti simpatie sinistrorse. Entrambi hanno dedicato l'inizio della loro trasmissione tessendo le lodi di uno sconosciuto studioso palestinese e fin qui poteva andare, ma hanno fatto di più e di peggio: non potevano mancare le accuse di terrorismo contro "i coloni", come in lingua italiana, vengono erroneamente chiamati gli abitanti ebrei israeliani di Giudea e Samaria (altrimenti dette Cisgiordania, nome falso con cui vengono definite le terre ebraiche occupate negli anni '50 dalla Giordania). Vediamo di fare un po' di chiarezza.
C’è una verità che raramente compare nei servizi televisivi indignati contro Israele: una parte enorme dell’agricoltura moderna nasce proprio in Israele, in quella terra che per secoli era stata povera, paludosa o desertica. E non è propaganda. È storia.
Quando i pionieri ebrei arrivarono nella Palestina ottomana e poi mandataria tra fine Ottocento e primi decenni del Novecento, non trovarono affatto il giardino rigoglioso che oggi alcuni raccontano. Trovarono paludi, malaria, terreni sassosi e vaste aree desertiche. La valle di Hula, nel nord, era una grande zona paludosa infestata da zanzare portatrici di malaria e fu bonificata negli anni ’50 per renderla coltivabile. Mancuso e Sala hanno accusato gli ebrei venuti dall'Europa di aver portato in Israele (per i due: Palestina), piante che necessitavano di troppa acqua. Con quelle piante hanno bonificato ecologicamente la paludi! Sono state portate apposta! Qualcuno dovrebbe informarsi prima di dire sciocchezze. Era una terra dura, abbandonata o sfruttata in modo minimo. Ed è proprio da quella sfida che nasce una delle rivoluzioni agricole più importanti del XX secolo. Negli anni Sessanta l’ingegnere israeliano Simcha Blass sviluppò il moderno sistema di irrigazione a goccia, poi industrializzato dall’azienda israeliana Netafim. L’idea era semplice ma geniale: portare l’acqua direttamente alla radice della pianta, goccia dopo goccia, evitando dispersioni.
Questo sistema ha cambiato l’agricoltura globale. Oggi è utilizzato in decine di paesi per coltivare in zone aride o per ridurre il consumo di acqua. Alcune applicazioni permettono di risparmiare fino al 70% di acqua e grandi quantità di fertilizzanti rispetto ai metodi tradizionali.
In altre parole: una tecnologia nata nel deserto del Negev, dall'idea diun ingegnere ebreo, è diventata una delle armi più importanti del mondo contro la fame e la scarsità d’acqua.
Il motto sionista “far fiorire il deserto” non è retorica. Israele ha sviluppato:
irrigazione a goccia e micro-irrigazione
riciclo delle acque per l’agricoltura (tra i più alti al mondo)
coltivazioni in serre hi-tech
nuove varietà di piante resistenti alla siccità
agricoltura nel deserto del Negev
Parallelamente sono stati piantati centinaia di milioni di alberi, trasformando vaste aree aride in foreste e zone agricole.
Queste tecnologie oggi vengono utilizzate dall’Africa all’Asia, dall’India alla California. Molte di queste innovazioni nascono nei kibbutz, comunità agricole cooperative fondate all’inizio del Novecento. In quei villaggi si sperimentavano sistemi di irrigazione, coltivazione e gestione dell’acqua che poi sarebbero diventati globali.
Nel dibattito giornalistico/popolare la parola “colono” è diventata una formula ideologica che cancella la complessità della realtà. In Giudea e Samaria (Cisgiordania) esistono comunità israeliane civili, alcune nate per motivi ideologici, altre per ragioni economiche o di sicurezza. Ma una cosa raramente raccontata nei servizi televisivi è che gli attacchi contro civili israeliani in queste zone esistono da decenni: sparatorie, accoltellamenti, attentati e assalti contro auto in transito che provocano spesso dei morti. Tutto questo fatto dai palestinesi santificati dall'Occidente.
La verità è che Israele non ha soltanto difeso la propria esistenza in un ambiente ostile e pericoloso. Ha anche creato alcune delle tecnologie che oggi permettono a milioni di persone nel mondo di coltivare in condizioni difficili.
È una delle rivoluzioni agricole più importanti della storia moderna.
E forse proprio per questo, in certi programmi televisivi, è una storia che si preferisce non raccontare, esattamente come Sala e Mancuso fanno in questo loro servizio di pura propaganda.
La verità è che Israele è stata trasformata da un lavoro umano enorme: bonifiche, ricerca scientifica, agricoltura cooperativa nei kibbutz, piantagioni di centinaia di milioni di alberi, riciclo dell’acqua tra i più avanzati al mondo. Israele riutilizza per l’agricoltura la maggior parte delle sue acque reflue: una pratica che molti paesi stanno solo ora cercando di imitare. Il risultato? Coltivazioni nel deserto, vigneti, serre high-tech, varietà vegetali resistenti alla siccità. Tecnologie che oggi aiutano mezzo pianeta a combattere la fame e la scarsità d’acqua.
Ma questa storia disturba. Perché non si adatta al racconto ideologico, sempre lo stesso proclamato dai media: se un israeliano reagisce, diventa immediatamente il simbolo dell’oppressione. Se un israeliano viene attaccato, l’episodio scivola in fondo al servizio o sparisce del tutto. La storia reale, invece, è molto meno comoda: un paese nato in mezzo al deserto che ha creato alcune delle tecnologie agricole più importanti del mondo, mentre combatteva guerre che lo volevano annientare, terrorismo e isolamento internazionale.
Questa è la verità che raramente passa sullo schermo perché raccontarla significherebbe ammettere una cosa semplice e scomoda: che Israele ha anche migliorato la vita di milioni di persone nel mondo.
E forse è proprio questo il dettaglio che certi narratori preferiscono ignorare. Altri, indifferenti alla verità, con una faccia tosta indecente, semplicemente negano.