Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Stare con Hamas non conviene più al Qatar Analisi di Iuri Maria Prado
Testata: Il Riformista Data: 10 marzo 2026 Pagina: 3 Autore: Iuri Maria Prado Titolo: «Stare con Hamas non conviene più al Qatar»
Riprendiamo dal RIFORMISTA del 10/03/2026, a pagina 3, l'analisi di Iuri Maria Prado dal titolo "Stare con Hamas non conviene più al Qatar"
Iuri Maria Prado
In una sola foto: Abu Mazen (ANP), l'emiro del Qatar e il capo di Hamas Khaled Mashaal. Il Qatar ha sempre ospitato i vertici terroristi di Hamas. Adesso, con i missili iraniani che piovono anche su Doha, l'emiro deve aver capito che sostenere il terrorismo non paga, può essere controproducente.
Erano in una sontuosa suite di Doha i dirigenti di Hamas che, ringraziando Dio, festeggiavano i massacri del 7 ottobre. Ed era di quello stesso giorno il comunicato ministeriale del Qatar che non solo non condannava quell’attacco, ma ne imputava a Israele la responsabilità.
Due anni e mezzo dopo, quel Paese finanziatore, protettore e garante dell’organizzazione terroristica palestinese sarebbe stato preso di mira dai missili della Repubblica Islamica dell’Iran. E avrebbe annunciato di espellere i dirigenti di Hamas, colpevoli di non aver condannato il bombardamento dello Stato che assicurava loro quel dorato rifugio.
È un altro effetto — e questa volta esemplare — del cambio di scena nei rapporti di potere tra gli attori in movimento sul palco mediorientale. Non è per resipiscenza geopolitica che il Qatar — l’ambiguo treccartaro degli accordi per Gaza — si determina a far sloggiare i superstiti plenipotenziari di Hamas dai propri lussuosi ripari. È l’irrompere della realtà a far dichiarare al Qatar, con quell’annuncio, il fallimento della propria strategia, l’insostenibilità del proprio ruolo di burattinaio della destabilizzazione in catenaccio con la serpe iraniana che ora gli si rivolta contro.
Non era davvero nell’interesse dei palestinesi il fiume di denaro che il Qatar faceva sfociare nella Striscia: era nell’interesse proprio, perché remunerava i costruttori di bunker e tunnel che facevano di Gaza l’aculeo puntato contro il ventre di Israele.
La realtà imprevista avrebbe stracciato quel disegno e, dopo due anni di guerra, l’avrebbe sostituito con la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che spodestava Gaza dal ruolo ammissibile di eterna patata bollente solo per Israele. Gaza diventava formalmente ciò che era sostanzialmente: un pericolo per la regione e per gli Stati circostanti, non solo per Israele.
Il Qatar, a quel punto, era scoperto e vulnerabile — e soprattutto indifendibile — nella sua funzione di alimentatore di quel pericolo.
I missili iraniani sul Qatar descrivono in modo molto efficace la catastrofica sconfitta di chi aveva scommesso sull’affidabilità di quell’ordine terroristico, sulla tenuta dell’equilibrio storto che finiva per minacciare anche quelli che credevano di giovarsene.
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