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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Il Riformista Rassegna Stampa
08.03.2026 Manifestazioni contro il conflitto in Iran. L’attivista di Firenze e la scomoda verità
Commento di Giuliano Cazzola

Testata: Il Riformista
Data: 08 marzo 2026
Pagina: 4
Autore: Giuliano Cazzola
Titolo: «Manifestazioni contro il conflitto in Iran. L’attivista di Firenze e la scomoda verità»

Riprendiamo da IL RIFORMISTA del 07/03/2026, il commento di Giuliano Cazzola dal titolo: "Manifestazioni contro il conflitto in Iran. L’attivista di Firenze e la scomoda verità"

Giuliano Cazzola - Wikipedia
Giuliano Cazzola

L'iraniana Leila Farahbakhsh denuncia l'ipocrisia dei pacifisti italiani, imbelli col regime, pronti a protestare solo contro Usa e Israele.

Poco più di un secolo fa Jaroslav Hašek, eccentrico giornalista anarchico, nel libro Le avventure del bravo soldato Švejk nella Grande Guerra (1921-23), rimasto incompiuto, regalò alla letteratura (e alla storia) il dissimulatore del militarismo attraverso l’arma spietata dell’ironia (come a dire “una risata vi seppellirà”). Il bravo soldato Švejk, infatti, mette alla berlina le assurdità belliciste che portarono alla Grande Guerra.

Nei giorni scorsi, a Firenze, abbiamo visto comparire una soldatessa Švejk, questa volta protesa a denunciare platealmente il pacifismo imbelle e settario. Mi riferisco all’attivista iraniana Leila Farahbakhsh, una designer ed esule che vive a Firenze da circa 15 anni e che il 1° marzo scorso si è messa di traverso sui Lungarni al passaggio di una manifestazione dei soliti noti (Cgil, Anpi e Arci) contro la guerra in Iran.

Leila ha rimproverato i pacifisti di manifestare contro l’intervento militare esterno (in particolare quello degli USA) ma di aver ignorato lo sterminio di civili iraniani, tra cui donne e giovani, avvenuto per mano degli ayatollah, chiedendo ad alta voce: “Perché siete stati in silenzio quando il regime ha ucciso 40.000 persone in pochi giorni?”. I manifestanti, colti di sorpresa, si sono fermati come se quelle accuse avessero colpito nel segno e sollevato dei dubbi nelle loro coscienze.

Ovviamente Leila, al pari del bambino che denuncia la nudità del sovrano, è salita all’onore delle cronache. In interviste successive ha dichiarato che parte del popolo iraniano, ormai privo di voce sotto la dittatura, vede nella fine del regime — anche attraverso pressioni esterne — l’unica reale possibilità di libertà. Questo è il leitmotiv presente anche in altre dichiarazioni raccolte, durante le manifestazioni contro il regime, da cittadine e cittadini iraniani che hanno trovato rifugio in Italia.

In sostanza, vi è la consapevolezza che lo Stato teocratico può cadere solo per intervento esterno e che il cammino verso la libertà è condizionato dagli effetti collaterali delle azioni militari, tra cui i bombardamenti e le vittime civili. Da noi, invece, si è tornati a professare la dottrina del “non si esporta la democrazia con le bombe”. Una dottrina che, proveniente da sinistra, è ormai diventata una sorta di verità rivelata.

Nel caso del regime degli ayatollah è molto difficile esprimere quelle solidarietà che si sono udite dopo la cattura di Nicolás Maduro, anche se non mancano tuttavia coloro che arruolano i preti barbiti e le loro milizie nel fronte antimperialista israelo-americano.

Pertanto è divenuto normale compiacersi per la decapitazione del regime, salvo mettere subito avanti le mani per dissentire dall’uso delle armi e delle bombe. I conti non tornano. Gli iraniani hanno provato a fare da sé al prezzo di decine di migliaia di morti, di arrestati, torturati e prenotati per l’impiccagione.

Gli attivisti iraniani in esilio non criticano Donald Trump e Benjamin Netanyahu per le azioni di guerra, ma li rimproverano di non averlo fatto prima, come avevano promesso. Ma del resto come venne liberata l’Europa dal nazifascismo: con la diplomazia o con la guerra?

Il sempiterno presidente dell’Anpi, Alfredo Pagliarulo, potrebbe chiedere a qualche ex partigiano sopravvissuto che cosa pensava quando cadevano le bombe degli alleati sulle città e le infrastrutture italiane (magari anche su qualche ospedale). Si accorgerebbe che i loro sentimenti erano gli stessi di Leila.

Purtroppo è sempre attuale la profezia di Winston Churchill dopo il Accordi di Monaco: “Potevano scegliere fra il disonore e la guerra. Hanno scelto il disonore e avranno la guerra”.

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redazione@ilriformista.it

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