domenica 08 marzo 2026
CHI SIAMO SUGGERIMENTI IMMAGINI RASSEGNA STAMPA RUBRICHE STORIA
I numeri telefonici delle redazioni
dei principali telegiornali italiani.
Stampa articolo
Ingrandisci articolo
Clicca su e-mail per inviare a chi vuoi la pagina che hai appena letto
Caro/a abbonato/a,
CLICCA QUI per vedere
la HOME PAGE

vai alla pagina twitter
CLICCA QUI per vedere il VIDEO

Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



Clicca qui






Informazione Corretta Rassegna Stampa
08.03.2026 La guerra che non deve finire
Commento di Daniele Scalise

Testata: Informazione Corretta
Data: 08 marzo 2026
Pagina: 1
Autore: Daniele Scalise
Titolo: «La guerra che non deve finire»

La grammatica della paura 14. La guerra che non deve finire
Commento di Daniele Scalise 


Daniele Scalise

Se tutte le guerre mediorientali sono attribuite ad Israele, come si spiega la violenza degli altri Stati della regione, a partire dall'Iran? L'immagine che i media danno dei conflitti nel Medio Oriente è completamente deformata.

Nel dibattito europeo sull’ennesima guerra mediorientale si sta affermando una formula che circola con una naturalezza impressionante e che, proprio per questo, merita di essere osservata con attenzione. Israele – si dice e si ripete fino alla nausea – non vuole la pace. A volte la frase assume una forma appena più sofisticata e diventa un’analisi geopolitica secondo la quale lo Stato ebraico non potrebbe volerla davvero, perché la propria sicurezza dipenderebbe dalla guerra permanente, dalla superiorità militare e dal controllo territoriale. Il risultato finale resta identico: Israele viene presentato come un soggetto politico incompatibile con una pace stabile.

Una simile rappresentazione ha il pregio di semplificare enormemente il quadro, perché consente di evitare la domanda più difficile, quella che riguarda le responsabilità degli altri attori regionali e la natura dei conflitti che attraversano il Medio Oriente. Se la guerra diventa una sorta di carattere genetico dello Stato ebraico, allora tutto il resto passa in secondo piano. I programmi di distruzione dichiarati da Hamas, la strategia regionale della Repubblica islamica iraniana, la presenza di milizie armate che prosperano proprio nell’assenza di un ordine statale solido vengono relegati ai margini dell’analisi, mentre l’attenzione si concentra su un unico colpevole strutturale.

Questa costruzione retorica produce un effetto curioso. Israele diventa contemporaneamente il soggetto più potente della regione e il principale ostacolo alla sua stabilità, quasi che decenni di guerre, rivoluzioni, colpi di Stato e rivalità religiose possano essere spiegati attraverso l’esistenza di un solo Stato di nove milioni di abitanti. Nel frattempo si dimentica un dato elementare della storia diplomatica degli ultimi quarant’anni: quando accordi di pace sono stati firmati, come nel caso dell’Egitto nel 1979 o della Giordania nel 1994, Israele li ha rispettati e quelle frontiere sono diventate tra le più stabili dell’intero Medio Oriente.

L’idea della “guerra inevitabile” svolge dunque una funzione precisa nel discorso pubblico europeo. Trasforma un conflitto concreto, fatto di decisioni politiche, scelte militari e strategie regionali, in una specie di destino inevitabile legato alla natura stessa di Israele. In questo modo si produce una rassicurazione morale piuttosto comoda, perché la responsabilità non riguarda più attori specifici e non richiede più di interrogarsi sui progetti politici che animano le organizzazioni armate della regione.

Anche il linguaggio contribuisce a questo slittamento. Quando si parla di “ciclo infinito della violenza” o di “spirale che nessuno riesce a fermare”, le cause storiche tendono a dissolversi dentro una metafora meteorologica che suggerisce fenomeni naturali, quasi inevitabili. Il conflitto smette di essere il risultato di decisioni umane e diventa un paesaggio immutabile, dentro il quale Israele appare come l’elemento centrale del problema.

Proprio qui si rivela la grammatica della paura che domina una parte del dibattito occidentale. Israele viene trattato come un rischio permanente per la stabilità internazionale e, di conseguenza, ogni sua azione militare viene letta alla luce di questa premessa, mentre le minacce che provengono da attori apertamente ostili alla sua esistenza vengono spesso ridimensionate o interpretate come reazioni comprensibili.

Il paradosso è evidente. L’unico Stato della regione che ha firmato trattati di pace duraturi e che mantiene rapporti diplomatici con numerosi paesi arabi attraverso gli Accordi di Abramo viene rappresentato come l’ostacolo strutturale alla pace stessa. Una formula che permette al discorso pubblico europeo di collocarsi in una posizione moralmente confortevole, nella quale la guerra appare come il prodotto di una volontà israeliana e non come l’esito di un sistema di conflitti regionali molto più ampio e complesso.

La paura funziona spesso in questo modo. Riduce la realtà a una figura semplice e facilmente riconoscibile, costruisce un responsabile permanente e libera tutti gli altri dalla fatica di guardare davvero la storia che si ha davanti.


takinut3@gmail.com

Condividi sui social network:



Se ritieni questa pagina importante, mandala a tutti i tuoi amici cliccando qui

www.jerusalemonline.com
SCRIVI A IC RISPONDE DEBORAH FAIT