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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Il Foglio Rassegna Stampa
07.03.2026 Inondare le tv con le lezioni da sballo di un prof. iraniano sulla libertà
Editoriale del direttore Claudio Cerasa

Testata: Il Foglio
Data: 07 marzo 2026
Pagina: 1
Autore: Claudio Cerasa
Titolo: «Contro gli umanitaristi a gettone incapaci di ribellarsi agli ayatollah. Lezioni da sballo di un prof. iraniano»

Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 07/03/2026, a pag. 1/4, con il titolo "Contro gli umanitaristi a gettone incapaci di ribellarsi agli ayatollah. Lezioni da sballo di un prof. iraniano", l'editoriale del direttore Claudio Cerasa.

ClaudioCerasa

Claudio Cerasa

Quale futuro per il Medio Oriente, se ne parlerà a Borgo con il professor  Abdolmohammadi - Vita Trentina
Il politologo Pejman Abdolmohammadi sostiene che il regime degli ayatollah abbia distrutto l’Iran e che l’islamismo politico sia la principale causa dell’instabilità in Medio Oriente.
Secondo lui, gran parte del popolo iraniano è ostile alla Repubblica islamica e potrebbe sostenere un cambiamento di regime, anche favorito da pressioni esterne contro Teheran

Pejman Abdolmohammadi è un politologo importante. E’ nato inIran, è cresciuto in Italia, insegna Studi sul medio oriente e Relazioni internazionali, ha scritto alcuni libri e saggi sugli ayatollah e ha il profilo perfetto per essere indigesto a molti talk-show. Non tanto per il suo cognome impronunciabile, se lo incontrate chiamatelo Pejman, pronunciato “Pejsman”,ma perché le sue idee sono lo specchio perfetto di quello che un pezzo importante dell’opinione pubblica italiana tenta a tutti i costi di rimuovere, accecata dalle piccolepolarizzazioni nazionali. E si capisce perché le sue idee siano difficili da portare in tv. Pejman Abdolmohammadi chiama le cose con il loro nome. Non ha paura a dire che l’Iran è stato ucciso dall’integralismo islamico. Non ha paura a dire che il regime degli ayatollah è peggio di un governo in mano alla mafia.

Non ha paura a dire che immaginare un regime change non è semplice, è vero, ma dire che una cosa sia difficile non può voler dire escludere che sia giusta. E quando chiama le cose con il loro nome, il professor Pejman, come buona parte dei milioni di iraniani fuggiti dall’Iran per trovare la libertà che i propri compatrioti non possono trovare sotto il regime islamista degli ayatollah, dice che pur non amando Donald Trump e pur non amando Benjamin Netanyahu si augura che la guerra iniziata il 28 febbraio possa permettere al suo popolo di riappropriarsi di una parola che pure dovrebbe stare a cuore all’occidente intero: libertà. E’ difficile invitare in televisione il professor Pejman, perché parlare di Iran senza ipocrisie significa aprire gli occhi e fare i conti con la nostra coscienza. Si può essere di sinistra, per dire, senza sperare che in Iran vengano spazzati via, anche con la forza, coloro che da decenni uccidono il proprio popolo per evitare che il proprio popolo si appropri di alcuni diritti minimi, come poter passeggiare senza velo nelle strade della propria città? Si può essere contro la violenza nel mondo senza augurarsi che gli sponsor massimi del terrorismo globale vengano limitati nel loro raggio d’azione? E si può essere a favore del diritto internazionale senza riconoscere che il diritto internazionale, se usato come un alibi per non agire contro gli stati canaglia che usano lo stesso diritto internazionale per rimanere impuniti nella loro violazione sistematica dei diritti, non è parte delle soluzioni ma è parte dei problemi? E’ difficile invitare in tv il professor Pejman perché se gli si chiede cosa ne pensa dell’islamismo radicale risponderà, come ha risposto a noi durante una breve chiacchierata, che chi ha a cuore il rispetto dei diritti e non parla di islamismo non capisce la vera natura dei problemi del medio oriente, impoverito negli anni non solo da guerre o rivalità regionali ma prima di tutto da un’ideologia che alimenta complottismo, antisemitismo, odio verso l’occidente e che ha trasformato molti paesi in sistemi chiusi, dominati da milizie e apparati ideologici. L’islamismo politico. Non è facile invitare in tv il professor Abdolmohammadi perché se gli chiedete se è stata l’America a trasformare la guerra in medio oriente in una guerra globale vi dirà che non è così: perché la Repubblica islamica non è solo un regime interno ma è il nodo di una rete ideologica e militare che attraversa il medio oriente con milizie, organizzazioni armate, sistemi di influenza che hanno avuto negli anni un impatto importante non solo in una regione ma in tutto il mondo, perché in un mondo globalizzato se fermi i commerci, alimenti l’antisemitismo, promuovi l’Intifada e sostieni il terrorismo i riflessi delle tue azioni non potranno mai essere locali. E’ difficile invitarlo in tv il professor Abdolmohammadi perché se gli chiedete se la guerra sia giusta, se l’intervento americano e israeliano sia fatto per gli interessi dei paesi che attaccano e negli interessi del popolo iraniano, lui vi risponderà così. Vi dirà che la stragrande maggioranza del popolo iraniano è contro il regime islamico, vi ricorderà che in Iran hanno perso la vita 32 mila persone tra gennaio e febbraio sotto i colpi dei pasdaran, vi farà notare che gli iraniani hanno chiesto l’aiuto di Trump e Israele per essere liberati, le uniche forze al mondo desiderose di liberare gli iraniani dal loro cappio, e vi dirà che gli iraniani vogliono a tal punto l’aiuto di Israele e degli Stati Uniti da essere disposti a rischiare la vita per essere liberati dal regime islamico, perché sanno che una controrivoluzione può manifestarsi solo se Israele e gli Stati Uniti, più loro che i curdi, faranno tutto il necessario per eliminare il numero più alto di forze di sicurezza iraniane. E’ difficile invitarlo in tv, il professor Abdolmohammadi, perché se gli chiedete cosa ha fatto in questi anni il mondo dell’umanitarismo per l’Iran lui vi dirà che le Nazioni Unite, piuttosto che fare di tutto per combattere gli ayatollah, hanno “facilitato il genocidio avvenuto contro i cittadini iraniani”. Se gli chiedete infine cosa pensa della presunta violazione del diritto internazionale, di fronte all’attacco in Iran, vi dirà che quando i sostenitori del diritto internazionale dimostrano di essere impotenti di fronte alle vittime della repressione e quando un sistema che imprigiona e uccide dissidenti viene trattato come partner diplomatico legittimo il messaggio che arriva alla popolazione è devastante: il diritto internazionale sembra proteggere i regimi più dei cittadini e di fronte a casi come questo il problema non è chi mette in discussione il diritto internazionale ma chi lo usa come un alibi per non agire. Parlare di Iran, chiamando le cose con il proprio nome, può essere doloroso perché costringe a fare i conti con la propria coscienza, le proprie ipocrisie, i propri tic anti occidentali. Ma parlare di Iran senza chiamare le cose con il loro nome significa spostare lo sguardo dall’orrore di un paese che da decenni massacra i suoi cittadini con la complicità di chi ha usato la difesa del diritto internazionale come una scusa per non fare nulla e voltarsi dall’altra parte. E significa continuare a negare l’evidenza di un popolo disposto a correre molti rischi, anche quello di una guerra, pur di avere una possibilità di essere liberato dai totalitarismi del Nuovo millennio: l’islamismo radicale. Si può continuare a chiudere gli occhi, e far finta di nulla, o ascoltare le parole del professore Pejman Abdolmohammadi e provare a farle diventare più virali di quelle del cretino collettivo, incapace di capire che esportare la libertà è pericoloso ma meno pericoloso di essere degli utili idioti degli ayatollah.

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