Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Vita sotto i missili degli ayatollah. Intervista a Deborah Fait Intervista di Enzo Coco
Testata: Corriere dell'Alto Adige Data: 06 marzo 2026 Pagina: 1 Autore: Enzo Coco Titolo: ««Bombe senza sosta dall'Iran, in una mattina quattro volte nel rifugio: lì scherziamo per non finire in depressione»»
Riprendiamo dal CORRIERE della SERA edizione dell'Alto Adige, con il titolo "«Bombe senza sosta dall'Iran, in una mattina quattro volte nel rifugio: lì scherziamo per non finire in depressione»", l'intervista di Enzo Coco a Deborah Fait.
Deborah Fait
«Appena salgo dal rifugio la chiamo». Esordisce così via whatsapp Deborah Fait la giornalista italiana naturalizzata israeliana a lungo vissuta a Bolzano dove era arrivata nel 1972 e trasferitasi in Israele nel 1995. Ottantacinque anni e una voce squillante, Fait vive a Rehovot dove lo scorso anno è miracolosamente sfuggita ad un missile piombato nel suo salotto mentre lei dormiva in camera da letto. «Adesso vivo in un condominio - ci racconta – con sotto il rifugio antiaereo quindi quando suonano gli allarmi tutti noi scendiamo con l’ascensore e ci infiliamo lì dentro. Oggi è la quarta volta che lo facciamo e ormai ci siamo abituati».
Com’è la situazione in questo momento?
«Direi che è tragica perché l’Iran sta sparando dappertutto, ma noi tutto sommato siamo molto tranquilli. Chi ha i rifugi in casa è più fortunato perché entra subito nella camera blindata e lì non corriamo nessun pericolo».
Qual è l’atmosfera nel rifugio?
«Oserei dire che è conviviale si chiacchiera, si scambiano idee sulla situazione. Cerchiamo di sdrammatizzare perché se non lo facessimo saremmo già tutti morti di depressione con tutto quello che abbiamo già vissuto in tutti questi anni con l’Iran».
Il contrasto con l’Iran è di lunga data?
«Non è da adesso e dal 1979 che l’Iran ci tormenta, che dice che dobbiamo morire e che ha in piazza l’orologio che segna l’ultima ora in cui Israele non esisterà più».
C’è con lei suo figlio Aaron?
«No non vive con me ma è abbastanza vicino. Lui vive a Holon a 18 chilometri da Rehovot dove vivo io e dove c’è il famoso Istituto di scienze Weizmann uno dei centri di ricerca di base e formazione superiore più prestigiosi al mondo».
Come passa le giornate?
«Io scrivo, scrivo molto in particolare per Informazionecorretta.com di cui sono virtualmente la direttrice anche se l’operatività è tutta a Torino. Cos’altro vuole che faccia? Qui non ci si può muovere e si passa la giornata in casa, quindi scrivo».
Sta forse preparando un libro?
«Me lo hanno chiesto in molti. Ancora non mi sono decisa perché sono troppo pigra per farlo».
L’uomo della strada, la gente in Israele, cosa pensa della vostra situazione?
«Generalmente la gente è favorevole al governo, ma il paese è un po’ spaccato e l’opposizione in parlamento preme. Dopo il 7 ottobre però tutto è cambiato soprattutto nella nostra mentalità. Abbiamo capito che non si può fare la pace con i Palestinesi o perlomeno con la maggior parte di loro e ci fa male che il mondo si sia schierato con i terroristi. La gente si rende conto che l’Antisemitismo è vivo e vegeto. In tutto questo Israele non è capace di fare propaganda, controinformazione».
In che senso?
«Lo fa ma lo fa in ritardo. I Palestinesi enfatizzano subito ed ingigantiscono i fatti solo per fare propaganda e le agenzie di stampa gli credono e così tirano il mondo dalla loro parte. Israele invece verifica e si documenta e poi risponde, magari qualche giorno dopo, ma ormai l’opinione pubblica è già in piazza con le bandiere palestinesi. Le democrazie prima controllano e verificano mentre i terroristi sparano la notizia: a loro non interessa che sia vera. La storia dell’ospedale e dei 500 morti è un esempio lampante: i morti in realtà erano 25 e in più il missile non era israeliano ma della Jihad islamica».