Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
I pasdaran in pochi giorni potevano fabbricare undici bombe nucleari. Meno male che li abbiamo fermati Analisi di Daniel Mosseri
Testata: Libero Data: 05 marzo 2026 Pagina: 6 Autore: Daniel Mosseri Titolo: «I pasdaran in pochi giorni potevano fabbricare undici bombe nucleari»
Riprendiamo da LIBERO di oggi, 05/03/2026, a pag. 6, con il titolo "I pasdaran in pochi giorni potevano fabbricare undici bombe nucleari" l'analisi di Daniel Mosseri.
Daniel Mosseri
Centrifughe per l'arricchimento dell'uranio in Iran. Erano gli stessi negoziatori iraniani a vantarsi del loro programma nucleare e di quanto fossero vicini ad avere l'atomica. Lo dicevano apertamente al negoziatore americano Steve Witkoff.
Mercoledì l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ha affermato di non aver osservato «danni alle strutture contenenti materiale nucleare in Iran» da quando è iniziata la guerra al regime degli ayatollah. In un post su X, l’Aiea ha assicurato che, sulla base di un’analisi delle ultime immagini satellitari, non c’è «nessun rischio di rilascio radiologico in questo momento». Nei primi giorni di attacchi aerei e missilistici contro l’infrastruttura militare e di sicurezza iraniana, i contestati impianti con le centrifughe per l’arricchimento dell’uranio sarebbero dunque stati risparmiati.
L’Aiea ha notato danni a due edifici nei pressi del sito nucleare di Isfahan ma non rilevato alcun ulteriore impatto a Natanz dopo i «danni precedentemente segnalati agli ingressi».
Altri siti chiave, tra cui la centrale nucleare di Bushehr, non sono stati toccati, ha garantito l’agenzia Onu. È seguito lo scontato appello del direttore generale, Rafael Grossi, a usare la «massima moderazione» per evitare un incidente nucleare.
Resta allora il dubbio: dopo l’impiego da parte degli americani lo scorso giugno della «madre di tutte le bombe» contro alcuni impianti, quanto è vicina Teheran a confezionare un ordigno atomico? Due giorni fa, intervistato da FoxNews, l’inviato speciale di Donald Trump, Steve Witkoff, ha rivelato che l’Iran non ha solo accumulato una quantità di uranio altamente arricchito sufficiente per fabbricare undici bombe nucleari ma che avrebbe potuto trasformarne una parte a uso militare nel giro di pochi giorni, da cui l’urgenza dell’operazione militare Epic Fury. A riferirglielo «in modo diretto e senza alcuna vergogna», ha spiegato, erano stati gli stessi negoziatori iraniani nei giorni subito precedenti all’inizio della guerra: «Hanno 460 kg di uranio arricchito al 60% e sono consapevoli che potrebbe essere arricchito al 90% nel giro di dieci giorni al massimo per fabbricare bombe nucleari», ha affermato Witkoff.
«Producono le proprie centrifughe per arricchire questo materiale, quindi è quasi impossibile fermarli. Ne hanno una scorta infinita». L’inviato speciale ha ricordato che «quella era la loro posizione negoziale. I delegati «erano orgogliosi di aver eluso» ogni tipo di protocollo internazionale di controllo.
Una linea rossa per l’amministrazione Usa che aveva invece proposto «dieci annidi divieto assoluto di arricchimento, e noi avremmo pagato il combustibile». I progressi degli iraniani sarebbero dunque avvenuti a dispetto delle gravi perdite tra i fisici e gli ingegneri nucleari uccisi durante la Guerra dei Dodici giorni lo scorso giugno: in quel frangente l’Iran ha perso l’ex capo della sua agenzia per l’agenzia atomica, Fereidoun Abbasi-Davani, i fisici Mohammad Mehdi Tehranchi e Ahmad Reza Zolfaghari, l’ingegnere Amir Hossein, e il chimico Akbar Motalebizadeh.
Fra le parole di Witkoff e la situazione sul campo resta uno spazio di incertezza: se, come afferma l’inviato speciale, la Repubblica islamica è più vicina di sei mesi fa all’arma nucleare c’è da aspettarsi che i B2 americani, peraltro già attivi in questa fase del conflitto, proveranno a scaricare nuove bombe da 31mila chili sulle installazioni iraniane, inclusa quella della zona montuosa chiamata Pickaxe Mountain, non toccata dall’ultimo conflitto. L’America è un grande Paese e non mancano, come è giusto, le voci contrarie a un nuovo bombardamento. Il Guardian ha sentito Jeffrey Lewis, esperto di sicurezza globale presso il Middlebury Institute of International Studies di Monterey in California. «Se l’attacco non riesce a rimuovere il regime, in Iran ci saranno ancora migliaia di persone in grado di ricostituire un programma come questo», mentre i governanti saranno ancora più convinti della necessità di dotarsi di un’arma atomica. Una Corea del Nord mediorientale, insomma, più pericolosa che mai. Contrario o favorevole, Lewis va a segno: la Guerra dei Dodici giorni non ha debellato la minaccia nucleare iraniana.
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