Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Usa: «Iran senza leader, aerei e Marina» Cronaca di Mariano Giustino
Testata: Il Riformista Data: 05 marzo 2026 Pagina: 2 Autore: Mariano Giustino Titolo: «Missile sulla Turchia e nave affondata. Usa: «Iran senza leader, aerei e Marina»»
Riprendiamo dal RIFORMISTA di oggi, 05/03/2026, a pagina 2, l'analisi di Mariano Giustino: "Missile sulla Turchia e nave affondata. Usa: «Iran senza leader, aerei e Marina»".
Mariano Giustino
La fregata iraniana Dena, silurata dagli americani al largo dello Sri Lanka. Da ieri, l'Iran non ha più una marina, né più un'aviazione.
Teheran è sottoposta a bombardamenti quotidiani, così come la parte occidentale del Paese, dove i Guardiani della rivoluzione hanno ricostruito basi militari e creato nuove strutture operative, tra cui centri di sorveglianza, installazioni di intelligence e piattaforme di lancio missilistico. Il segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Pete Hegseth, ha dichiarato che «il nostro nemico islamista radicale è finito, e lui lo sa». In questo scenario l’apparato del potere iraniano appare sotto pressione crescente: mentre gli attacchi colpiscono obiettivi strategici, all’interno del regime si diffonde il timore di un crollo imminente e per molti esponenti dell’élite politica le possibilità di fuga all’estero appaiono ormai quasi inesistenti.
La Repubblica islamica si trova infatti isolata sul piano regionale e internazionale, mentre al suo interno continua a prevalere una rigida logica di potere: chi abbandona l’istituzione rischia persecuzioni fino alla morte. La galassia del regime, dominata dal Corpo dei Guardiani della rivoluzione, mostra inoltre segni di divisione interna tra i sostenitori della linea più intransigente, come Ali Larijani, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, e la corrente vicina al presidente Pezeshkian. Quest’ultimo ha avviato i lavori del consiglio elettivo dei Guardiani della rivoluzione per sostituire i numerosi comandanti uccisi nelle operazioni militari condotte da Stati Uniti e Israele.
In questo contesto è emersa la figura di Mojtaba Khamenei, cinquantaseienne e secondogenito della guida suprema scomparsa. Mojtaba sarebbe riuscito ad assicurarsi la designazione a nuova guida suprema del Paese, anche se la nomina non è stata ancora ufficializzata. Secondo diverse fonti, la prudenza sarebbe dovuta al fatto che egli rappresenta uno dei principali obiettivi delle operazioni militari in corso e sarebbe già rimasto ferito in un attacco.
La scelta di Mojtaba Khamenei viene interpretata da molti osservatori come un segnale di debolezza del regime. Più che indicare una possibile fase di transizione, la decisione confermerebbe la volontà di mantenere una continuità dinastica e politica con il sistema costruito dal padre. La sua ascesa, sostenuta soprattutto dai Guardiani della rivoluzione, rappresenterebbe dunque la riaffermazione di una linea di rigidità e di chiusura del potere, nel tentativo di dimostrare che l’eliminazione di numerosi vertici militari e politici non ha intaccato la struttura del regime.
Sul piano militare, tuttavia, l’offensiva statunitense e israeliana sta colpendo in modo pesante l’apparato difensivo iraniano. Gli attacchi mirano a distruggere infrastrutture strategiche, installazioni militari e obiettivi economici considerati cruciali per la capacità operativa dello Stato. L’obiettivo dichiarato sarebbe quello di rendere la Repubblica islamica militarmente inoffensiva e creare le condizioni affinché la popolazione possa tornare a manifestare nelle strade con il sostegno politico e militare di Washington e Gerusalemme. In questo scenario non viene esclusa, qualora la situazione lo richiedesse, anche la possibilità di un intervento di terra destinato a provocare il definitivo cambio di regime.
Nel frattempo, la guerra sta producendo ripercussioni sempre più ampie nella regione. Dopo un attacco con drone che ha colpito la base britannica della Royal Air Force di Akrotiri a Cipro, provocando danni limitati ma nessuna vittima, si è verificato un episodio che ha coinvolto direttamente un Paese della Nato. Un missile balistico iraniano diretto verso lo spazio aereo turco è stato intercettato e abbattuto dalle forze dell’Alleanza nel Mediterraneo orientale. Il vettore aveva sorvolato Iraq e Siria e parte dei suoi frammenti è caduta nella città turca di Hatay, senza causare vittime.
Ankara ha reagito ricordando a Teheran e agli altri attori regionali che si riserva il diritto di rispondere a qualsiasi azione ostile. La Turchia rappresenta uno dei Paesi più esposti a una possibile espansione del conflitto, anche se le installazioni di Incirlik e il sistema radar di Kürecik sono basi turche utilizzate nell’ambito delle strutture della Nato. Il ministro degli Esteri Hakan Fidan ha più volte sottolineato come un’escalation militare rischi di provocare gravi conseguenze economiche ed energetiche per l’intera regione.
Un ulteriore motivo di preoccupazione riguarda il possibile afflusso di rifugiati. In Iran vive una consistente minoranza azera, stimata in circa venti milioni di persone, che in caso di collasso dello Stato potrebbe dirigersi verso il confine turco. Considerati i legami etnici e culturali tra la popolazione azera e il mondo turcico, Ankara potrebbe trovarsi in grande difficoltà nel tentativo di contenere un flusso migratorio di tali dimensioni. Per questo motivo la prospettiva di un’ulteriore escalation rappresenta per la Turchia uno scenario estremamente critico e spinge il governo turco a sostenere con sempre maggiore insistenza la necessità di una soluzione diplomatica.
Parallelamente emergono indiscrezioni secondo cui i servizi di intelligence statunitensi starebbero valutando un sostegno militare alle forze curde iraniane, con l’obiettivo di favorire una rivolta nel Kurdistan iraniano. Secondo diverse fonti, queste milizie potrebbero diventare il nucleo di una possibile operazione terrestre nell’Iran occidentale, affiancate da altri gruppi curdi attivi nel nord dell’Iraq e in Siria. I leader curdi confidano in un forte appoggio da parte degli Stati Uniti e di Israele, nella prospettiva di replicare uno schema simile a quello adottato nel 2001 in Afghanistan, quando l’Alleanza del Nord sostenuta da Washington contribuì alla caduta del regime talebano.
Nel frattempo Teheran continua a reagire intensificando gli attacchi contro infrastrutture energetiche ed economiche dei Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo. Il regime aveva previsto da tempo la possibilità di uno scontro di questo tipo e considera la guerra attuale una sfida esistenziale. Colpire gli interessi energetici regionali e provocare instabilità nei mercati globali rappresenta, secondo questa strategia, uno strumento per imporre costi elevati agli Stati Uniti, ai Paesi vicini e all’economia internazionale, nel tentativo di garantire la sopravvivenza della Repubblica islamica.
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