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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Il Riformista Rassegna Stampa
04.03.2026 Mancini: Grave il mancato avviso degli 007 italiani
Intervista di Aldo Torchiaro

Testata: Il Riformista
Data: 04 marzo 2026
Pagina: 2
Autore: Aldo Torchiaro
Titolo: «Mancini: team per la resa. Grave il mancato avviso degli 007»

Riprendiamo dal RIFORMISTA di oggi, 04/03/2026, edizione online, l'intervista di Aldo Torchiaro a Marco Mancini: "Khamenei è morto, Teheran guadagna tempo: il silenzio che blocca la procedura di successione".

File:Aldo Torchiaro.png - Wikipedia
Aldo Torchiaro

Marco Mancini, già dirigente del Dis

Marco Mancini è certamente lo 007 più noto in Italia: ha partecipato alle più importanti azioni di controspionaggio del Sismi e dell’Aise nei teatri operativi mediorientali ed è stato ai vertici del Dis fino al luglio 2021.

Chi metterebbe tra i protagonisti della possibile transizione in Iran?
«Alcuni vertici che sono stati curiosamente estromessi di recente. Hassan Rouhani è il principale promotore di una transizione verso un Paese quasi democratico. Accanto a lui metterei Mohammad Javad Zarif, ex ministro degli Esteri. La figura decisiva resta però Esmail Qaani».

Potrebbero esserci defezioni anche nell’intelligence di Teheran, vista la sconfitta alle porte?
«Sì. Metterei tra i nomi da osservare quello di Safa Vafiq, capo dell’intelligence di Hezbollah. Non è stato colpito dai raid delle ultime ore. Il fatto che non fosse tra i primi target è molto significativo».

Altre figure centrali?
«Kamal Al-Din, un diplomatico iraniano transitato in Uzbekistan insieme alla moglie Zakia».

Perché sono stati estromessi Kamal Al-Din, Zakia e Qaani?
«Sono accusati dai Pasdaran di aver sottratto, insieme a Qaani, circa 700 milioni di dollari: fondi neri delle Guardie della Rivoluzione. A quanto so, quei soldi sono stati usati per costruire una struttura interna alle Guardie utile proprio alla transizione».

Quindi questo gruppo potrebbe essere il primo nucleo della transizione, quello che può intervenire nella fase intermedia?
«Sì, sempre che non li abbiano eliminati in questi giorni. Sono loro che hanno reso possibile e intendono permettere il passaggio a un nuovo Iran. Il fatto che non siano stati colpiti all’inizio è un elemento da non sottovalutare. Al momento nessuna fonte attendibile li dà per morti».

Lei parla di un massacro taciuto: 42 mila morti, di cui 813 con passaporto americano. Che cosa è accaduto?
«Nelle manifestazioni interne il regime ha ucciso circa 42 mila persone, inclusi medici che curavano i feriti. All’interno di questo numero ci sono 813 cittadini iraniani con doppio passaporto – americani, canadesi ed ebrei di Nashville. Erano stati arrestati come “spie israeliane”. Nelle trattative di Donald Trump c’era anche la richiesta di non ucciderli. Invece li hanno eliminati tutti. Questo ha inciso molto sulla reazione di Stati Uniti e Israele».

La cyberwar è stata decisiva, ma può funzionare senza human intelligence?
«Assolutamente no. La cyber è determinante – lo dimostra la neutralizzazione di Ali Khamenei – ma senza l’asset human non si muove nulla. L’human fornisce le informazioni, la cyber colpisce con precisione. È la combinazione delle due che ha permesso il risultato».

Da quanto tempo esiste la rete di intelligence israeliana in Iran?
«Dal 2005. Da allora è attiva una rete di human intelligence sul territorio. L’operazione di questi giorni è il frutto di vent’anni di lavoro: reclutamento di fonti, basi, informatori, asset costruiti con attenzione».

Che cosa rimane oggi dell’arsenale iraniano?
«Restano circa 2.000 missili, tra Fateh-2 e Khoramshahr-4, molti nascosti in aree segrete dell’Iran, altri in Libano. E oltre 80 mila droni Shahed ancora da lanciare. È difficilissimo intercettarli tutti».

Che ruolo ha la “cultura del martirio” nel conflitto?
«Per Pasdaran, Hezbollah e Basij il martirio è un’arma. Combattono sapendo che la morte è parte della missione. Questo, unito all’arsenale, rende il quadro molto più pericoloso».

Come è stato possibile colpire così in profondità Khamenei e l’apparato iraniano?
«Grazie all’integrazione tra human e cyber intelligence. Per iniziare occorre una presenza fisica che individui telecamere, movimenti e punti nevralgici. Poi la parte tecnologica elabora dati e coordinate. L’operazione è stata chirurgica perché basata su entrambe».

Spostiamoci sul Libano: che cosa sta accadendo sul fronte Hezbollah?
«Israele ha richiamato circa 110 mila riservisti ed è entrato con migliaia di unità in territorio libanese, dopo aver ordinato l’evacuazione di 45 villaggi. In particolare, nel governatorato di Baalbek, nei villaggi di Hermel e Douris, sono nascosti 500 missili. L’obiettivo principale comunque è Naim Qassem, capo di Hezbollah. Non ci sono conferme sulla sua morte. È stato invece ucciso Mohammad Raad, potente parlamentare di Hezbollah, e il capo militare della Jihad Islamica in Libano, Osman Adnan».

Qual è la struttura militare di Hezbollah nel Sud di Beirut?
«Nel quartiere di Al-Dahiya al-Janoubia ci sono circa 7.000 miliziani. Sotto scorrono tunnel lunghi chilometri, con posti letto, mense e poligoni di tiro. Gli accessi sono situati in seminterrati di palazzi, moschee, scuole e ospedali».

Veniamo a noi. Non è chiaro se i missili iraniani possano colpire l’Italia. Può dirci quello che sa?
«È certo che possano colpire Grecia e Turchia. Sull’Italia non c’è certezza: per alcuni la distanza è eccessiva; altri, compresa l’intelligence iraniana, ritengono che alcuni vettori possano raggiungere Puglia, Pantelleria o Lampedusa. Il rischio non è nullo».

Perché, secondo lei, l’Italia è stata colta di sorpresa, con diverse personalità a Dubai?
«A non aver fatto pienamente il proprio dovere, adempiendo ai compiti cui è preposta, è stata l’intelligence. Se i leader di Stati Uniti e Israele hanno ritenuto di non informare il nostro governo, il fatto che i ministri siano stati colti di sorpresa, e abbiano addirittura detto di non aver saputo niente, non deve trasformarsi in un atto di accusa agli alleati silenti, quanto in un allarme per l’inadeguatezza dell’intelligence. Che esiste apposta per informare il governo attingendo da fonti che pescano oltre il livello delle notizie ufficiali. E ha clamorosamente fallito».

Com’è possibile che il ministro Guido Crosetto fosse a Dubai nel pieno dello scoppio della crisi?
«Ha chiesto scusa, prendendosi generosamente colpe che non sono sue. Il punto cruciale è che, se il ministro della Difesa è all’estero e il ministro degli Esteri non è informato, significa che è l’intero sistema ad aver navigato al buio. Chi doveva essere in grado di accendere la luce è stato colto alla sprovvista: non è un infortunio da poco, non abbassa soltanto la stima internazionale verso i nostri servizi, ma tocca il prestigio di chi ne ha la responsabilità politica. Non erano notizie irraggiungibili, tant’è vero che in Italia ci sono persone al corrente degli eventi che non appartengono né al governo né ai servizi e che non sono state neppure interpellate».

Cosa non ha funzionato?
«Questo va chiesto alla Presidente del Consiglio».

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