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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Il Tempo Rassegna Stampa
04.03.2026 No, Trump non si farà impantanare in Iran
Editoriale di Daniele Capezzone

Testata: Il Tempo
Data: 04 marzo 2026
Pagina: 1
Autore: Daniele Capezzone
Titolo: «No, Trump non si farà impantanare in Iran»

Riprendiamo da IL TEMPO di oggi 04/03/2026, a pag. 1, con il titolo "No, Trump non si farà impantanare in Iran", l'editoriale di Daniele Capezzone. 

Confessioni di un liberale. Daniele Capezzone al Caffè della Versiliana  Giovedì 14 luglio, ore 18:30 - Versiliana Festival
Daniele Capezzone

Donald Trump's Iran attacks speech, annotated | CNN Politics
Trump ha costruito la sua linea politica contro le guerre infinite e punta a evitare qualsiasi impantanamento in Iran.
Il suo schema è colpire con forza, ottenere il massimo risultato e stabilizzare rapidamente

Donald Trump potrà certamente commettere molti errori, tranne uno, e di questo possiamo essere ragionevolmente certi: non si farà impantanare in Iran. Da dieci anni, dalla sua prima candidatura nel 2016, tutta la sua polemica con i predecessori alla Casa Bianca è stata incentrata sulle «endless wars», cioè sulle guerre senza fine, dall’Iraq all’Afghanistan.

Questo non vuol dire affatto che Trump (sia nel primo sia in questo secondo mandato) si sia precluso azioni militari anche molto penetranti e coraggiose. Ma al tempo stesso il Presidente conosce (e percepisce per primo, in questi tempi nevrasthenici) l’insostenibilità per le opinioni pubbliche occidentali di guerre lunghe, di sacchi con i cadaveri che tornano a casa, e dei relativi effetti di panico anche economico.

Dunque, il suo schema è: colpire, centrare il massimo risultato possibile, e poi stabilizzare al più presto. Questo lo espone al rischio di situazioni irrisolte (o solo parzialmente modificate), lo porta a preterire, paese per paese, una decente stabilità rispetto a una democrazia perfetta. Ma lo cautela rispetto al pericolo, per lui devastante, di un pantano all’estero.

Proviamo a proiettare questa impostazione sul caso iraniano: in quattro giorni di operazioni, gli eserciti americano e israeliano hanno decapitato i vertici delle gerarchie del regime degli ayatollah con una precisione formidabile, trasmettendo il messaggio anche alle seconde e alle terze linee iraniane della loro assoluta vulnerabilità. Anche i gerarchi minori di Teheran sanno di essere «uomini morti che camminano»: totalmente infiltrati dal Mossad, ben conosciuti dalla CIA, identificati e agevolmente eliminabili.

Diciamo che Trump ha trasposto lo schema «shock and awe» («colpisci e terrorizza») dalla dimensione militare complessiva alla psicologia individuale delle gerarchie nemiche: ha seminato il panico tra i vecchi e i nuovi tenutari del potere a Teheran, oggi realisticamente divisi in vere e proprie bande.

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