Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Lo scudo del Golfo contro il regime dell’Iran Analisi di Micol Flammini
Testata: Il Foglio Data: 02 marzo 2026 Pagina: 1 Autore: Micol Flammini Titolo: «Lo scudo del Golfo contro il regime dell’Iran»
Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 02/03/2026, a pag. 1, con il titolo "Lo scudo del Golfo contro il regime dell’Iran", l'analisi di Micol Flammini.
Micol Flammini
L’Arabia Saudita, guidata dal principe ereditario Mohammad bin Salman, avrebbe sostenuto dietro le quinte l’azione militare americana contro l’Iran, ritenendo che solo un intervento potesse ristabilire la deterrenza e impedire a Teheran di rafforzarsi
Roma. L’Arabia Saudita sapeva tutto e voleva tutto. Dopo settimane trascorse a far uscire comunicati in cui Riad condannava l’arrivo delle armi americane in medio oriente, un dispiegamento tanto massiccio che difficilmente sarebbe potuto servire soltanto a fare pressione contro il regime iraniano, si sa che invece era il Regno a dire a Donald Trump di procedere e attaccare, perché Teheran non avrebbe mai accettato un accordo serio e soprattutto gli Stati Uniti non si sarebbero mai potuti ritirare senza nulla in cambio. Il danno sarebbe stato disastroso, sarebbe statocome comunicare alla Repubblica islamica che Washingtonha paura di agire. Avrebbe avuto delle conseguenzedevastanti, per tutta l’area. La deterrenza ha bisogno di muscoli tesi e di azione. Per questo il principe ereditario saudita Mohammad bin Salman ha parlato più volte con Donald Trump e i collaboratori del presidente americano per dire di agire contro Teheran. Il linguaggio del medio oriente ha dei codici precisi e quando a gennaio i sauditi dicevano che avrebbero negato agli americani lo spazio aereo per agire contro l’Iran in realtà stavano soltanto imbellettando la loro immagine di potenza che crede nelle soluzioni diplomatiche. Sotto al belletto invece davano agli americani gli stessi consigli che sussurravano gli israeliani. Il Washington Post ha raccontato delle frequenti telefonate di Bin Salman con Trump, una fonte israeliana vicina all’intelligence ha confermato al Foglio che Israele non ha mai creduto che Riad potesse essere un freno all’azione.
La Repubblica islamica dell’Iran ha reso possibile l’impossibile, ha fortificato una coalizione che fino a qualche anno fa era non soltanto inesistente, ma assurda da concepire, e ha ridotto le distanze fra Israele e l’Arabia Saudita.
Israele e gli Stati Uniti hanno atteso prima di colpire, cercavano il momento perfetto, la riunione più affollata, l’effetto sorpresa ideale. La campagna di bombardamenti che ha ucciso la Guida suprema Ali Khamenei, decapitato il regime, colpendolo nella sua struttura politica, militare, religiosa, di polizia, non lascia nulla al caso. Dall’altra parte invece la Repubblica islamica risponde a casaccio, ha lanciato missili e droni non soltanto contro Israele, dove finora sono morte nove persone; non soltanto contro gli americani, i soldati uccisi sono cinque; ma anche contro i paesi del Golfo. Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Giordania, Arabia Saudita e anche Qatar e Oman si sono dovuti difendere dai colpi dell’Iran, che ha attaccato non solo obiettivi militari. Il grosso delle armi della Repubblica islamica è stato intercettato. Dopo gli Accordi di Abramo, in medio oriente ha iniziato a disegnarsi una coalizione nuova, fatta di paesi che all’ideologia preferivano gli affari, quindi alle tensioni preferivano l’istituzione di relazioni normali con Israele. Il piano è un prodotto della prima Amministrazione Trump, il presidente Joe Biden ne comprese la portata rivoluzionaria e continuò a lavorarci.Per tutti il coronamento ideale era e rimane l’ingresso dei sauditi nell’intesa: Biden chiese al suo segretario
di stato di lavoraci. Anthony Blinken ci provò, poi arrivò il 7 ottobre che fu anche un tentativo di uccidere la stagione degli accordi. Non avvenne: i sauditi hanno continuato a lavorare dietro le quinte, mentre chi era entrato negli Accordi di Abramo c’è rimasto.
In questi giorni, la rivoluzione è diventata ancora più importante, perché l’attacco dell’Iran contro i paesi del Golfo sancisce la nascita di una coalizione che fino a sabato non esisteva. Teheran l’ha creata, ha sparato su tutto il Golfo, attaccando simultaneamente paesi che non aveva mai etichettato come una minaccia al regime, ha tirato paesi neutrali al di fuori della loro neutralità, li ha messi tutti dalla stessa parte, contro se stesso. Lo ha fatto per vendicarsi dell’attacco subìto e per fare in modo che gli stati del Golfo facciano pressione su Trump, affinché interrompa la guerra. Non sta accadendo: mentre Israele e gli Stati Uniti hanno atteso e colpito quando e dove volevano, Teheran spara colpi ovunque, cucendo insieme un gruppo di paesi che mai finora aveva pensato di unirsi. Ha reso infrangibili gli Accordi di Abramo già esistenti. Ha dato ragioni in più a chi continua a esplorare l’intesa da anni. Ha avvicinato chi non voleva sentirne neppure parlare.
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