Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Il conflitto armato è sempre una scelta di potere Analisi di Davide Romano
Testata: Il Tempo Data: 01 marzo 2026 Pagina: 2 Autore: Davide Romano Titolo: «Il conflitto armato è sempre una scelta di potere»
Riprendiamo da IL TEMPO del 01/03/2026, a pag. 2, con il titolo "Il conflitto armato è sempre una scelta di potere", l'analisi di Davide Romano.
Davide Romano
Non esistono guerre inevitabili quando chi governa ha un’alternativa sul tavolo e sceglie consapevolmente di non usarla. Hamas avrebbe potuto evitare la guerrarestituendo gli ostaggi, l’Iran evitare lo scontro rinunciando alla sfida nucleare: in entrambi i casi la guerra è stata una decisione politica, non un destino
C'è una lezione che la storia recente offre con brutale chiarezza: certi conflitti non nascono dall'inevitabilità, ma da una scelta deliberata di chi detiene il potere. È il caso tanto della guerra scatenata da Hamas contro Israele il 7 ottobre 2023, quanto di quelle provocate dal regime iraniano ieri e nel giugno 2025. Tutti questi conflitti, con i loro carichi di morti, erano evitabilissimi. Per Hamas la strada era semplice: restituire gli ostaggi israeliani.
Niente trattati complessi, niente equilibri geopolitici da ridisegnare. Bastava un gesto di umanità elementare. Hamas scelse di non compierlo. E mentre la guerra dilagava, mentre i civili morivano, una parte dell'opinione pubblica occidentale continuava ideologicamente a urlare contro Israele, ignorando chi tenesse in mano la chiave per fermare tutto. Chi come noi spiegava che senza la restituzione degli ostaggi la guerra non sarebbe mai finita veniva accusato, deriso, insultato. Eppure, i fatti parlano da soli: la guerra è cessata dopo l'accordo sulla liberazione degli ostaggi. Non prima, non durante le marce. Dopo l'accordo.
Hamas aveva bisogno della guerra, la cercava. Perché la guerra è l'ossigeno dei movimenti che non hanno nulla da offrire al proprio popolo se non il culto del martirio (vedi anche alla voce nazismo). I leader di Hamas vivevano in alberghi di lusso a Doha oppure stavano nei tunnel. E magari lanciavano razzi proprio dai luoghi dove i civili di Gaza abitavano, per usarli come scudi umani contro la reazione difensiva di Israele. Questo è il volto reale di chi si presenta come «resistenza».
Oggi l'Iran ripete lo stesso schema. Gli ayatollah potevano evitare un confronto militare con gli Stati Uniti e Israele rinunciando al programma nucleare. Non sarebbe stata una resa, sarebbe stato pragmatismo, tutela del proprio popolo. Invece hanno scelto l'irrigidimento, la retorica dello scontro di civiltà. Hanno voluto la guerra, ancora una volta.
Il parallelo tra Hamas e gli ayatollah è concreto. Entrambi governano attraverso il terrore. Entrambi opprimono donne, minoranze, dissidenti. Entrambi usano la minaccia esterna come collante ideologico. Non è un caso se Hamas è sostenuto proprio dal regime iraniano. Per questi governi criminali il popolo è un mezzo, non un fine. Se i regimi degli ayatollah e di Hamas rinunciassero alla distruzione degli «infedeli», perderebbero la propria ragione d'essere. Meglio fare soffrire il proprio popolo. Meglio i morti. Meglio la guerra, purché il potere resti nelle loro mani.
Riconoscere questo schema non significa sostenere acriticamente ogni risposta militare. Significa avere gli occhi aperti e fare pressione su chi ha veramente il potere di fermare un conflitto e sceglie di non farlo. Vuole dire non dimenticare che dietro ogni scelta di questi regimi ci sono vite reali sacrificate per un potere che non le ha mai rispettate. La via per la pace passa insomma per il disarmo dei regimi teocratici guerrafondai, non attraverso la resa delle democrazie.
Per inviare la propria opinione al Tempo, telefonare 06/675881, oppure cliccare sulla e-mail sottostante