Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Il ‘fisioterrorista’ di Medici Senza Frontiere Commento di Iuri Maria Prado
Testata: Il Riformista Data: 26 febbraio 2026 Pagina: 5 Autore: Iuri Maria Prado Titolo: «Il ‘fisioterrorista’ di Medici Senza Frontiere»
Riprendiamo dal RIFORMISTA del 26/02/2026, a pagina 5, il commento di Iuri Maria Prado dal titolo "Il ‘fisioterrorista’ di Medici Senza Frontiere"
Iuri Maria Prado
Eccone un altro: Fadi Al-Wadiya, fisioterapista di Medici Senza Frontiere e terrorista della Jihad Islamica. L'organizzazione medica denuncia la sua uccisione da parte di Israele, ma se ne guarda bene dal dire cosa facesse realmente il suo dipendente.
«Siamo indignati e condanniamo fermamente l’uccisione del nostro collega». Così si esprimeva Medici Senza Frontiere nell’estate del 2024, quando l’esercito israeliano eliminava Fadi Al-Wadiya, fisioterapista nei ranghi dell’organizzazione umanitaria. Israele sosteneva allora che l’operatore dividesse il proprio curriculum tra le corsie degli ospedali di Gaza e la manifattura di ordigni. Nei giorni scorsi è arrivata la conferma – senza che la notizia sia stata smentita in modo convincente – che quel “collega” era effettivamente un esponente della Palestinian Islamic Jihad.
Solerti nel diffondere la propria indignazione al momento dell’operazione israeliana, i vertici di Medici Senza Frontiere non hanno finora ritenuto di dover spendere una parola sul profilo del dipendente che stipendiavano, nonostante il doppio ruolo – tutt’altro che commendevole – di terrorista in uniforme sanitaria. Non solo: l’organizzazione non si limitava a impiegarlo, ma sosteneva economicamente anche la sua famiglia. È possibile che fosse bisognosa di assistenza, ma in un contesto in cui l’Autorità Palestinese prevede sussidi ai familiari dei militanti, un’organizzazione umanitaria potrebbe forse destinare priorità e risorse a chi non è inserito in circuiti di militanza armata.
Il punto non è l’assistenza in sé, bensì il contesto in cui essa si inserisce. Operare in strutture dove gruppi armati trovano riparo o copertura espone inevitabilmente a interrogativi sulla neutralità e sull’affidabilità. Se tra il personale figurano soggetti coinvolti in attività militanti, la credibilità dell’intera missione umanitaria ne risente. In questi casi, l’assunzione di responsabilità e la trasparenza dovrebbero precedere ogni altra reazione.
Eppure, quando Israele ha chiesto all’organizzazione di fornire nomi, cognomi e profili del personale operativo nell’area, la risposta è stata un’ulteriore protesta: un “cinico tentativo di impedire alle organizzazioni di fornire servizi in Palestina”, è stato sostenuto. Ma la richiesta di chiarimenti su chi opera in un teatro di guerra segnato dalla presenza di gruppi come Hamas o la Jihad islamica non può essere liquidata come un capriccio.
La questione, al di là delle polemiche, riguarda la coerenza tra principi dichiarati e pratiche effettive. In contesti ad altissimo rischio politico e militare, la neutralità non è solo un’affermazione di principio: è una condizione che va dimostrata con rigore, soprattutto quando emergono elementi che mettono in dubbio la distinzione tra operatori umanitari e militanti armati.
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