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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Il Foglio Rassegna Stampa
25.02.2026 L’Ucraina in Europa, adesso!
Intervista di Micol Flammini

Testata: Il Foglio
Data: 25 febbraio 2026
Pagina: 1
Autore: Micol Flammini
Titolo: «L’Ucraina in Europa, adesso!»

Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 25/02/2026, a pag. 1/I, con il titolo "'L’Ucraina in Europa, adesso!", l'intervista di Micol Flammini a Sanna Marin.

Micol Flammini
Micol Flammini

Sanna Marin: l'UE necessita di autonomia strategica nei settori  dell'energia, dell'alimentazione e della difesa | Tematiche | Parlamento  europeo
L’ex premier finlandese Sanna Marin richiama il concetto di “sisu”, spirito di unità e preparazione che ha portato Helsinki nella Nato e che dovrebbe guidare tutta l’Europa.
Secondo Marin, la guerra moderna, fatta anche di droni e tecnologie, riguarda tutti, e senza maggiore pressione su Mosca non ci sarà una pace giusta

Kyiv, dalla nostra inviata. Le commemorazioni, i discorsi, le promesse, i ricordi e infine la necessità di cambiamento, azione, reazione. Quattro anni di invasione totale si vedono tutti e non soltanto in Ucraina, dove il paesaggio è stravoltoe le divise colorano di verde le strade. Si vedono anche fra noi, membri dell’Unione europea e della Nato. Si vedono a tal punto che il mondo prima della guerra facciamo ormai fatica a ricordarlo. Vediamo, sentiamo i quattro anni: qualcuno li osserva, altri invece agiscono. Sanna Marin, ex premier della Finlandia, è tra i volti di uno dei cambiamenti più profondi del suo paese e dell’Alleanza atlantica – fu durante il suo mandato che Helsinki si unì alla Nato e la Russia, che pretendeva che la Nato si allontanasse dal suo territorio, si ritrovò con un confine più lungo e molto ben armato di 1.340 chilometri in più.

Per il 24 febbraio è venuta a Kyiv, per partecipare alla conferenza della Yalta European Strategy (Yes), creata dall’imprenditore ucraino Victor Pinchuk. Marin viene da uno dei paesi europei che dell’essere pronti e della capacità di reagire hanno fatto uno stile di vita. C’è una parola in finlandese che dovrebbe diventare un comandamento per tutti gli europei: sisu. “Il sisu è una mentalità che ti permette di pensare che quando incontrerai una difficoltà, la supererai”, spiega al Foglio Marin. Il sisu è fegato, è spirito, è mentalità. “Sai che qualsiasi cosa arriverà, noi siamo pronti”. I finlandesi sentono questi quattro anni, li sentono e sono pronti a quelli che verranno dopo. “Credo che un tratto della mentalità finlandese ci porti anche a superare i tempi duri insieme: unità e senso di appartenenza. Quando viene chiesto ai finlandesi se sono disposti a difendere il loro paese, la risposta è affermativa. Siamo fra i popoli più pronti, forse siamo al secondo posto dopo gli ucraini”. Sisu è reazione, unità, appartenenza e preparazione. “E’ la storia che ci ha resi preparati”, dice Sanna Marin. E’ vero che tutti i paesi che hanno conosciuto e subìto l’espansionismo di Mosca hanno sviluppato livelli di guardia e di prontezza molto alti, ma la Finlandia ha fatto un lavoro particolare con la popolazione. “Abbiamo perso terra e vite a causa dell’Unione sovietica, sappiamo cosa vuol dire avere un vicino aggressivo, conosciamo il dolore delle perdite che ci ha inflitto, per questo non abbiamo ridotto negli anni le nostre capacità militari, abbiamo continuato a investire, non abbiamo mai rinunciato al servizio militare obbligatorio e guardando alla nostra storia sappiamo che i tempi peggiori possono sempre arrivare”. Ci sono popoli cresciuti con la mentalità di guerra, che non vuol dire violenza ma spirito di prontezza, consapevolezza della perdita, ricordo del benessere come di una condizione mai scontata. Sono i popoli non cresciuti con un’artificiale distorsione del pacifismo, ma con la contezza che per la pace bisogna lottare. “E quando i tempi peggiori arrivano, devi essere preparato, altrimenti sei vulnerabile. Abbiamo imparato dal nostro passato, le lezioni apprese ti aiutano a mettere in sicurezza il futuro. E penso sarebbe saggio per tutta l’Europa prepararsi: se accade qualcosa di brutto, non dobbiamo essere colti di sorpresa”. Qualcosa di brutto è già accaduto, ci siamo in mezzo. Una parte di Europa è stata colta di sorpresa e continua a sorprendersi, l’altra no. La prontezza però non è soltanto una questione mentale e finora il limite fra l’essere pronti o meno è stata soprattutto una questione geografica, oltre che storica. Gli ucraini tentano spesso di sottolineare che gli europei sono rimasti a una concezione della guerra antica, legata al carro armatoche vìola i confini, a un’azione muscolare, e non considerano, per esempio, l’incursione di un drone come una questione di sicurezza. “E’ importante 

rendersi conto in tutta Europa che la guerra in Ucraina è cambiata radicalmente e le implicazioni ci riguardano tutti, non soltanto lungo il confine orientale. Si possono usare i droni, che possono per esempio mappare infrastrutture critiche, facendo un grande danno alla nostra sicurezza. Non direi che quando si vive più lontani dal confine ci si possa ritenere più al sicuro, al contrario ora è importante che tutta l’Europa sia pronta. Se la Russia guadagna terreno in Ucraina, la sua ambizione crescerà. Nel caso di una pace ingiusta, l’aggressione continuerebbe e non soltanto contro i paesi più vicini, ma anche altrove con i droni, con le nuove tecnologie, con l’AI”. Dopo quattro anni di invasione totale siamo ancora qui, e in Ucraina la pace non sembra più vicina, anzi, si ha la sensazione chiara che il paese si prepari a una guerra ancora più lunga, a una resistenza a oltranza e lo fa sentendo tutto il peso degli anni. “Non vedo un futuro prossimo in cui si realizzi un accordo di pace giusto”, dice Marin, insistendo sulla pressione: “Ci sono dei negoziati, ma purtroppo non stiamo esercitando abbastanza pressione sulla Russia per costringerla a sedersi al tavolo dei colloqui con la giusta mentalità. Così è complicato raggiungere un risultato. Dovremmo sostenere l’Ucraina, dare più supporto finanziario e ovviamente militare per assicurarci che le perdite russe diventino significativamente più alte, al punto che Putin sia costretto a negoziare una pace giusta, equa”.

Il significato della parola speranza cambia di lingua in lingua, di paese in paese. E’ affascinante notare come a seconda di chi la pronunci abbia un’accezione positiva o negativa. In Italia la speranza è un’attesa fiduciosa, una sensazione gradita. In Ucraina è una perdita di tempo, vuol dire affidare ad altri qualcosa che devi fare da solo. Sanna Marin ha pubblicato un libro dal titolo “Hope in Action”, speranza in azione. Visto da Kyiv può sembrare un ossimoro. “Il messaggio principale è che la speranza non è qualcosa che cade dal cielo, è qualcosa che creiamo con le nostre azioni”. E’ un concetto complesso da tradurre anche per l’Italia, rivela una differenza culturale sostanziale, ma dopotutto anche la parola sisu è piuttosto intraducibile. “La speranza si crea, non è lì da sola. Soprattutto si costruisce. Abbiamo costruito l’Unione europea e quando lo abbiamo fatto non era facile. Abbiamo creato speranza, lo abbiamo fatto agendo”. La cultura dell’azione contro quella dell’attesa.

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