Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Giudea e Samaria: il peccato originale di essere ebrei Commento di Deborah Fait
Testata: Informazione Corretta Data: 25 febbraio 2026 Pagina: 1 Autore: Deborah Fait Titolo: «Giudea e Samaria: il peccato originale di essere ebrei»
Giudea e Samaria: il peccato originale di essere ebrei Commento di Deborah Fait
Deborah Fait
Hebron, le Tombe dei patriarchi. Giudea e Samaria sono ebraiche da sempre, anche se i media le chiamano "Cisgiordania" (nome coloniale e arabo). La presenza ebraica in Giudea e Samaria precede la nascita dello Stato di Israele, eppure viene descritta interamente come opera di occupazione e colonizzazione, così da giustificare la violenza degli arabi.
Nel dibattito pubblico europeo, Giudea e Samaria esistono solo con un altro nome: “Cisgiordania”, realtà farlocca mai esistita nella storia del Medio Oriente prima degli anni '50 del secolo scorso. Nello stesso dibattito, i “coloni” ebrei sono sempre e comunque il problema, mentre la violenza palestinese viene giustificata, nascosta, diventa reazione, frustrazione, talvolta perfino “comprensibile e giusta”.
Ma la realtà è molto diversa ed è giunta l'ora di fare chiarezza.
Su Wikipedia si legge: "La Giordania prese il controllo della Giudea e Samaria (territori noti storicamente con questi nomi biblici, che erano stati assegnati a Israele dalle Nazioni Unite dell'epoca) nel 1948. In seguito alla guerra arabo-israeliana. la Giordania formalizzò l'annessione dei territori situati sulla riva ovest del fiume Giordano il 24 aprile 1950.
In quell'occasione, il territorio venne ufficialmente annesso al Regno hascemita e ribattezzato Cisgiordania (o "West Bank").
Nessuno Stato però riconobbe quell'annessione.
Gli ebrei che vivono in Giudea e Samaria non sono un corpo estraneo piovuto da Marte. Molti di quei luoghi – Hebron, Shiloh, Bet El – sono nomi biblici ebraici, quando non esisteva nemmeno l'ombra di arabi in quelle terre. Luoghi che sono il cuore storico dell’identità ebraica.
Dopo il 1967, quando Israele riprese il controllo dell’area in seguito alla Guerra dei 6 Giorni, iniziò un processo di insediamento che ancora oggi divide il mondo.
C’è un dato che raramente viene ricordato, anzi viene volutamente nascosto: una parte significativa degli attacchi in quell’area -accoltellamenti, sparatorie, investimenti volontari- è partita da militanti palestinesi contro civili israeliani. Non parliamo di soldati ma di famiglie, ragazzi alle fermate dell’autobus, automobilisti sulle strade.
La violenza palestinese viene sempre descritta, nella narrativa comune, come inevitabile e giustificabile prodotto dell’“occupazione”. A pochi sorge il dubbio che questa benedetta occupazione sia palestinese e non israeliana. Ripeto se non fosse chiaro. Gli occupanti di territori ebraici da millenni sono gli arabi palestinesi, gli ebrei sono a casa loro: in Giudea e Samaria.
La leadership palestinese, da decenni, ha scelto una strategia ambigua e violenta: attentati seguiti dalla diplomazia ipocrita e piagnucolante all’estero, glorificazione dei “martiri” in casa. I manuali scolastici dove la storia viene contraffatta, gli stipendi ai detenuti per terrorismo, la retorica pubblica non sono dettagli folkloristici: sono elementi che alimentano un clima permanente di ostilità.
La parola “colono”(usata solo in Italia) è diventata una categoria morale prima ancora che giuridica. Evoca sopruso, illegalità, fanatismo. Ma dentro quella parola ci sono cittadini comuni, medici, insegnanti, famiglie che lavorano e crescono figli. Ridurre tutto a uno stereotipo non aiuta la pace, alimenta l'odio contro gli ebrei, serve solo a consolidare una narrazione ideologica, naturalmente falsa.
La questione di Giudea e Samaria è politica, storica, giuridica. Può e deve essere oggetto di negoziato per mettere fine al terrorismo quasi quotidiano. Ma la violenza contro civili non è mai un argomento politico. È una scelta violenta come ogni azione palestinese.
Nessuna causa nazionale giustifica il terrorismo, e nessuna identità storicamente riconosciuta (con l'eccezione del professor Barbero che nega persino l'esistenza del popolo di Israele) può essere trasformata in imputato permanente.
Il conflitto non è una favola. È una tragedia con responsabilità arabe ben precise, non intercambiabili.
Forse il primo passo verso un dibattito onesto è smettere di raccontarlo quasi fosse una sceneggiatura già scritta. L'essere ebrei non può essere una colpa, il peccato originale appunto. Personalmente la cosa mi ha stancata, dopo decenni di spiegazioni non si riesce a fare un passo per uscire dalla spirale dell'odio viscerale di tanti occidentali. Le menzogne palestinesi, il loro continuo gne gne vincono sempre.
La parola “colono” funziona come una sentenza. Non descrive, condanna. Non distingue, semplifica. È l’etichetta che permette di spiegare tutto e giustificare quasi tutto.
Se un palestinese accoltella un ragazzo alla fermata dell’autobus, si parla di “tensione”.
Se un’auto viene crivellata di colpi, si parla di “spirale della violenza”.
Se un padre viene ucciso davanti ai figli, è “contesto giustificabile con l'occupazione”.
Se un ebreo vive a Shiloh o a Hebron, allora è lui il problema. A prescindere. Nelle case di Hebron, di Bet El, dove ora vivono arabi, vi sono ancora i segni lasciati dalle Mezuzot sugli stipiti delle porte a significare quanto quei luoghi siano radicati nella storia millenaria del popolo ebraico
Non importa che Israele abbia preso il controllo dell’area nel 1967 dopo una guerra non iniziata da lui. Non importa che gli attacchi partano da organizzazioni che glorificano i “martiri” e pagano stipendi ai detenuti per terrorismo.
La narrazione bugiarda è già pronta: il “colono” provoca, il palestinese reagisce.
È una favola rassicurante per ogni ignorante. Peccato che la realtà sia meno comoda.
La violenza contro civili israeliani non è un fenomeno marginale né accidentale. È stata per anni una strategia politica palestinese. Non rabbia spontanea, ma scelta organizzata. Non disperazione cieca, ma messaggio… "andatevene o vi ammazzeremo tutti"
Esistono estremisti ebrei? Pochi ma inevitabilmente esistono (a forza di prendere sberle uno reagisce), ma Israele li processa e li condanna penalmente. Ma trasformare casi singoli e rari in identità collettiva, mentre si relativizza il terrorismo sistematico palestinese, è un esercizio di doppio standard che in Europa ormai non fa più notizia.
La verità: va rifiutata l'idea che l’esistenza stessa di un ebreo in Giudea e Samaria sia una provocazione.
Se vivere in un luogo conteso diventa una colpa ontologica, allora il problema non è più politico. È ideologico.
Forse la domanda vera è un’altra: perché in ogni conflitto del pianeta si discutono confini, sicurezza, trattati — mentre nel caso di Israele si discute il diritto stesso degli ebrei a vivere dove la loro storia è nata?
Chiamarla “occupazione” è una posizione politica.
Chiamare “reazione” l’uccisione di civili ebrei è un’abdicazione della moralità. E' vigliaccheria, è giustificazione del terrorismo contro civili.
Finché non si ristabilirà questa distinzione elementare, la verità verrà stuprata, l'odio antiebraico si farà politica distruttiva dell'identità di un popolo e di Israele, patria millenaria e incancellabile del popolo ebraico.