Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Hamas, la macchina invisibile della propaganda Analisi di Daniele Scalise
Testata: Setteottobre Data: 24 febbraio 2026 Pagina: 1 Autore: Daniele Scalise Titolo: «Hamas, la macchina invisibile della propaganda»
Riprendiamo dal giornale di SETTEOTTOBRE online, il commento di Daniele Scalise dal titolo: "Hamas, la macchina invisibile della propaganda"
Daniele Scalise
Dai documenti sequestrati a Gaza emerge l’architettura di un sistema mediatico capillare che ha lavorato per anni per isolare Israele e orientare l’opinione pubblica internazionale
Il piano operativo è dettagliato fino alla ossessione, con obiettivi scanditi nel tempo, budget assegnati, linee guida per la comunicazione interna ed esterna, elenchi di nomi da colpire mediaticamente e altri da esaltare come modelli di virtù politica. I documenti sequestrati nella Striscia di Gaza e analizzati dal Meir Amit Intelligence and Terrorism Information Center ci ridanno un’immagine meno improvvisata e molto più strutturata dell’apparato di propaganda di Hamas, che già prima della guerra aveva costruito un’infrastruttura comunicativa pensata per incidere nel dibattito palestinese, israeliano e occidentale.
Tra i materiali studiati figura il “Piano operativo 2022 del Movimento di Resistenza Islamico Hamas – Provincia di Gaza”, un testo che copre il triennio 2022-2025 e che porta la firma del direttore del Dipartimento Informazione, Ali al-Amoudi, uomo di fiducia di Yahya Sinwar. Il documento rientra in un progetto più ampio denominato “Spada di Gerusalemme” e definisce con precisione ciò che l’organizzazione intendeva fare sul terreno mediatico: rafforzare la legittimazione internazionale della cosiddetta resistenza, ostacolare qualsiasi forma di normalizzazione con Israele, colpire psicologicamente la società israeliana e consolidare il consenso interno nella Striscia.
Il piano si articola in venticinque sezioni e spazia dalla produzione di contenuti tradizionali alla gestione di campagne digitali sponsorizzate, indirizzate in modo mirato al pubblico israeliano. Non si tratta soltanto di comunicati o interviste, ma di un lavoro sistematico che include video, infografiche, vignette satiriche, sondaggi costruiti per orientare la percezione pubblica e inserzioni a pagamento sui social media. Lo studio parla esplicitamente di “rafforzare la guerra psicologica mediatica contro avversari e nemici”, con l’obiettivo dichiarato di minare la resilienza della società israeliana attraverso la diffusione di contenuti che mettano in risalto presunti fallimenti militari o politici.
La satira occupa uno spazio specifico nel progetto. È prevista la creazione di pagine online dedicate alla produzione comica, così come la realizzazione di cortometraggi sulle sconfitte dell’“esercito sionista”, destinati a circolare sia nella Striscia sia all’estero. L’intento vuole raggiungere due obiettivi: da un lato si consolida l’identità interna attorno a simboli e figure carismatiche e dall’altro si tenta di rendere più digeribile e penetrante il messaggio presso pubblici lontani dal conflitto.
Un capitolo centrale riguarda la lotta contro la normalizzazione delle relazioni con Israele. Nei documenti compaiono progetti intitolati “Intensificare la lotta dei media contro la normalizzazione e il boicottaggio dell’occupazione”, con attività che vanno dal reclutamento di scrittori contrari a ogni apertura diplomatica fino alla preparazione di vere e proprie liste nere dei “normalizzatori”. Parallelamente, è prevista una “lista d’onore” per chi si distingue nel boicottaggio. In questo quadro, la dimensione culturale ed economica diventa terreno di scontro quanto quello militare.
Il versante internazionale riceve un’attenzione altrettanto meticolosa. La sezione dedicata al pubblico straniero prevede un sito di notizie in inglese, la pubblicazione settimanale di un “Palestine Report”, la formazione di portavoce capaci di intervenire nei media occidentali e il reclutamento di giornalisti e attivisti pronti a sostenere la linea del movimento. I rapporti finanziari interni del 2021, anch’essi sequestrati, mostrano che testate come Al-Risala, Shehab, Safa e il quotidiano Filastin, presentate come indipendenti, risultano integralmente finanziate e orientate da Hamas, inserite in un sistema mediatico che opera in sinergia con la dirigenza politica.
Al centro di questa rete compare la figura di Ali al-Amoudi, arrestato da Israele nel 2004 e condannato all’ergastolo prima di essere liberato nell’accordo Shalit. La sua ascesa ai vertici del Dipartimento Informazione nel 2021 coincide con l’affermazione, all’interno di Hamas, della generazione dei detenuti rilasciati. Uomo poco esposto pubblicamente, al-Amoudi partecipava ai forum ristretti attorno a Sinwar e coordinava la strategia comunicativa con le strutture operative del movimento. Secondo fonti israeliane, sarebbe stato ucciso nei primi mesi della guerra successiva al 7 ottobre.
Il quadro che emerge dai documenti restituisce un sistema pensato per operare su più livelli e con continuità, in cui propaganda tradizionale e strumenti digitali convivono all’interno di una pianificazione rigorosa. Comprendere questa architettura significa leggere con maggiore consapevolezza ciò che circola nello spazio pubblico, dove spesso le vignette e i personaggi ombra precedono, accompagnano e talvolta preparano il terreno agli eventi sul campo.