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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Il Foglio Rassegna Stampa
23.02.2026 L’eccidio invisibile dei cristiani
Analisi di David Patrikarakos

Testata: Il Foglio
Data: 23 febbraio 2026
Pagina: 1
Autore: David Patrikarakos
Titolo: «L’eccidio invisibile dei cristiani»

Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 23/02/2026, a pag. 1 dell'inserto internazionale, l'analisi di David Patrikarakos (tradotto da Giulio Meotti) originariamente pubblicato su Mail on Sunday dal titolo: "L’eccidio invisibile dei cristiani".

David Patrikarakos - Transatlantic Leadership Network
David Patrikarakos
Plateau: Killing of 51 People Is an Inexcusable Security Failure - Amnesty  International Nigeria
Nello stato di Plateau, in Nigeria, le testimonianze parlano di villaggi rasi al suolo, chiese incendiate e comunità cristiane che si sentono bersaglio di una violenza sistematica.
Dal 2011 il bilancio è di decine di migliaia di morti, con l’apice nei massacri di Natale 2023: episodi che mostrano come alla competizione per la terra e alle pressioni demografiche si sovrapponga una frattura religiosa sempre più profonda

Guidando attraverso il vasto paesaggio bruciato, sento le parole che mi hanno seguito per tutto il giorno. ‘Hanno arrostito vivi il pastore e sua moglie in chiesa. Abbiamo sentito le loro urla’”. Così si apre il reportage sul Mail on Sunday di David Patrikarakos. “Lo stato di Plateau si estende fino all’orizzonte. Il ricco terreno nero che un tempo coltivava manioca e canna da zucchero ora è cenere. Gli alberi sono incrostati di fuliggine. I campi di mais che brillavano dorati al sole sono grigi e senza vita, uno dopo l’altro, uno stelo dopo l’altro, schierati come un esercito paralizzato dalla sconfitta.

Mattoni giacciono sparsi nella macchia. Blocchi di cemento sporgono dal terreno come denti seghettati. Tetti crollati verso l’interno. E poi le chiese. Un guscio bruciato dopo l’altro. Croci rotte. Finestre sfondate. Una è stata sventrata dal fuoco, un’altra ridotta in macerie. E’ come se qualcuno avesse cercato di cancellare ogni segno visibile del cristianesimo da questa terra. Per oltre due decenni, questo tratto della Middle Belt nigeriana – la faglia dove il nord a maggioranza musulmana incontra il sud a maggioranza cristiana – è stato sconvolto da ricorrenti ondate di spargimento di sangue. Il Security Tracker nigeriano stima che oltre 60 mila persone siano morte in tutto il paese a causa della violenza intercomunitaria e degli insorti dal 2011. Eppure, al di fuori dell’Africa questa carneficina raramente cattura l’attenzione. Ha trafitto la coscienza occidentale nel 2014, quando Boko Haram ha rapito più di 270 studentesse, innescando la campagna globale #BringBackOur-Girls e coinvolgendo personalità come Michelle Obama nella protesta, per poi spegnersi. Si è riaccesa brevemente lo scorso Natale, quando Donald Trump ha ordinato attacchi aerei contro obiettivi jihadisti nella regione a seguito di nuovi attacchi alle comunità cristiane, spingendo la Nigeria al centro del dibattito politico americano. Poi è scomparsa di nuovo dai titoli dei giornali. Eppure, la frattura religiosa che attraversa la Nigeria rispecchia le ansie che stanno ridisegnando la politica in Europa e in America: identità, migrazione, demografia, coesistenza religiosa. In Nigeria, queste tensioni sono semplicemente più acute e più sanguinose. La Nigeria ospita oltre 220 milioni di persone e si prevede che raggiungerà i 400 milioni entro pochi decenni, avviandosi a diventare una delle nazioni più popolose del mondo. Lo stato di Plateau, grande all’incirca quanto il Belgio, conta circa quattro milioni di persone incastonate in un fragile mosaico di villaggi agricoli e percorsi di pascolo che si estendono su terreni fertili e giacimenti minerari. Se a tutto ciò si aggiungono la rapida crescita demografica, le pressioni climatiche, le istituzioni deboli e la lunga ombra dell’insurrezione del gruppo jihadista Boko Haram – che ha ucciso decine di migliaia di persone – il mix infiammabile diventa chiaro. Di fronte a tutto ciò, definire la violenza qui semplicemente un ‘conflitto tra agricoltori e pastori’, come cercano di fare i funzionari governativi, inizia a suonare come un eufemismo diplomatico quando si vedono con i propri occhi le rovine di così tante chiese – e si ascoltano le storie di così tanti cristiani massacrati.

Arriviamo al villaggio di Gwet, parcheggiando vicino a un gruppo di case abbandonate, campi distrutti e un’altra chiesa in rovina. A dire il vero, non siamo esattamente i benvenuti. Le persone che hanno commesso queste atrocità – pastori musulmani Fulani – si vedono in lontananza: i nuovi, incontrastati padroni di questa zona un tempo devotamente cristiana. Mi è stato detto che normalmente massacrerebbero qualsiasi straniero che osasse avvicinarsi, ma sfortunatamente per loro, stamattina presto ho incontrato l’onorevole Dachahat Tongpan, segretario generale dell’area di governo locale. Questa parte dello stato ha una storia travagliata. Nel 2024, un video disgustoso circolava online di una folla di musulmani che decapitava un giovane cristiano qui e uccideva una famiglia di cinque persone, tra cui tre bambini. La gente ricorda. Dopo aver saputo che ero venuto per indagare sulla violenza contro i cristiani, il segretario insistette per fornire una scorta armata.

‘Devi vedere Ground Zero’, mi ha detto. La mitragliatrice pesante montata sul camion avrebbe garantito che i Fulani ci lasciassero indisturbati. Il reverendo Iliya Ayuba Fwangle è il presidente locale dell’Associazione cristiana della Nigeria. Mentre siamo uniti in mezzo alla devastazione, si gira verso di me. Il suo immacolato abito gessato contrasta con il paesaggio devastato.

‘Vi preghiamo di tornare e di raccontare al mondo il genocidio che noi cristiani stiamo vivendo qui’. ‘Jonas’ ha 29 anni. Tiene il suo machete di metallo come una coperta di conforto. ‘Per legna da ardere’, dice, ‘ma anche’, aggiunge, guardando i Fulani in lontananza, ‘per protezione’. Siamo tra i resti anneriti 

della sua casa di famiglia. Questa è la prima volta che osa tornare dal 16 maggio 2023: il giorno in cui il suo mondo è stato distrutto. Inizia a ricordare. Quella mattina presto, famiglie Fulani erano state viste lì vicino mentre radunavano bestiame e beni, spostandosi in numeri insolitamente grandi. Nel giro di poche ore hanno preso d’assalto il suo villaggio gridando ‘Allahu Akbar’ e chiamando infedeli i cristiani che vi vivevano. Hanno sparato nelle case, cacciato via le famiglie e bruciato tutto ciò che potevano. Erano metodici nella loro ferocia.

Gli islamisti hanno assassinato il padre di Jonas: mi mostra il punto esatto. ‘Gli ho gridato di scappare’, racconta. ‘Poi mi sono girato e ho visto che gli avevano sparato. Giaceva nel suo stesso sangue’. Tredici persone sono state uccise in questo villaggio di circa 800 abitanti. ‘Le chiese sono sempre il loro obiettivo principale’, dice. E’ un attacco al cuore della loro fede. Un messaggio scritto con il fuoco. L’organizzazione di difesa dei diritti cristiani Open Doors ha riferito che la stragrande maggioranza dei cristiani uccisi per la loro fede in tutto il mondo (tra ottobre 2024 e settembre 2025) è stata assassinata in Nigeria. La mattina seguente, arriviamo in un cimitero ricoperto dalla terra gialla tipica della regione. Parleremo di una delle peggiori atrocità a memoria d’uomo: i massacri di Natale del 2023. In 48 ore di sangue tra il 23 dicembre e il giorno di Natale, folle di persone hanno attaccato almeno 17 comunità rurali nelle zone di Bokkos e Barkin Ladi, uccidendo almeno 200 persone e ferendone altre 500. Nei giorni precedenti gli attacchi, circolavano avvertimenti: ‘Fate attenzione a come festeggiate il Natale, altrimenti potreste non festeggiarlo affatto’. All’interno di una chiesa sopravvissuta a Bokkos, mi siedo su una sedia vicino al palco, accanto a un leggio e a una batteria. La musica è importante per i cristiani nigeriani. Il reverendo Silas Caleb Dang racconta la storia. Mentre i cristiani di tutto il mondo si preparavano a celebrare la nascita del loro Salvatore, spari divampavano tra le colline. Le case stavano già bruciando quando un pastore corse dentro la sua chiesa, chiuse la porta a chiave e si inginocchiò all’altare. ‘Entrò in chiesa per pregare Gesù’, mi racconta. ‘E lo bruciarono vivo’. Nel vicino villaggio di Muong, l’orrore si è ripetuto. Verso le 17 della vigilia di Natale del 2023, si sono uditi degli spari nei villaggi vicini. ‘Hanno incendiato una casa con la moglie del pastore e i suoi cinque figli intrappolati dentro’, racconta, seduto di fronte a me con un caftano color senape. ‘Hanno urlato: Allahu Akbar! Mentre sparavano, chiamandoci tutti infedeli. Hanno massacrato 23 persone tra donne, bambini e anziani’. Il reverendo John Dakwat ritiene che, a parte le dispute sulla terra o i furti di bestiame, le comunità cristiane vengano attaccate a causa della loro religione. ‘In qualsiasi villaggio entrino, si assicurano di bruciare la chiesa e uccidere i nostri uomini santi’, dice. ‘Ci dicono: ‘Se costruite una nuova chiesa, un giorno la trasformeremo in una moschea’’. A Jos, la capitale dello stato di Plateau – al centro della divisione religiosa della Nigeria – vedo crocifissi nelle chiese a pochi isolati dai minareti. Il richiamo alla preghiera echeggia sopra le baracche di lamiera ondulata, mentre ogni tanto risuonano nell’aria le note di una musica sacra. E, mi viene ripetuto più volte, qui non potrà mai esserci pace tra cristiani e musulmani. ‘Non possiamo dimenticare quello che ci hanno fatto’, dice Patricia, mentre i suoi bambini piccoli siedono accanto a lei in un campo per sfollati, con lo sguardo perso nel vuoto. I Fulani hanno ucciso suo marito a colpi di arma da fuoco davanti a lei. Patricia è nel campo da tre anni, con poche speranze di tornare a casa o di migliorare la sua vita (…) Mentre ci allontaniamo da questa regione travagliata per l’ultima volta, mi ritrovo a pensare a qualcosa che è successo il giorno prima nel centro di Jos. Eravamo fermi a un semaforo. Sul marciapiede lì vicino, un bambino che stringeva un giocattolo mi ha fissato attraverso il finestrino e ha seguito il mio sguardo verso la chiesa dall’altra parte dell’incrocio. Poi ha alzato lentamente le dita e, sorridendo, si è fatto il segno della croce”. 

(Traduzione di Giulio Meotti)

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