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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Il Giornale Rassegna Stampa
23.02.2026 L’analista Rhode non ha dubbi. ‘Qui la trattativa non ha senso. Il regime va rimosso in fretta’
Intervista di Fiamma Nirenstein

Testata: Il Giornale
Data: 23 febbraio 2026
Pagina: 8
Autore: Fiamma Nirenstein
Titolo: «L’analista Rhode non ha dubbi. ‘Qui la trattativa non ha senso. Il regime va rimosso in fretta’»

Riprendiamo da IL GIORNALE di oggi 23/02/2026 a pag. 8 l'intervista di Fiamma Nirenstein a Harold Rhode dal titolo: "L’analista Rhode non ha dubbi. ‘Qui la trattativa non ha senso. Il regime va rimosso in fretta’"


Fiamma Nirenstein

Harold Rhode, analista orientalista americano, già consigliere del Pentagono

Harold Rhode ha passato la vita a spiegare quello che è così difficile accettare nella cultura contemporanea: la pace non è un obiettivo universale, comune a tutti, per alcune culture le priorità non sono il benessere e l’educazione, ogni cultura ha caratteristiche che la spingono su binari divergenti da quello che ci figuriamo come desiderabile. Allievo preferito del grande professor Bernard Lewis, anni di studi a Teheran, frequentazione continua dei Paesi arabi e in particolare dell’Iraq, molte lingue al suo arco fra cui ebraico, arabo, persiano, ha lavorato al Pentagono come consigliere per la politica e la cultura Medio Orientale. La nostra antica amicizia ci porta in ogni angolo dell’attuale aspettativa dell’attacco che deve scuotere alle fondamenta il mondo intero..

“E’ proprio così” dice il dottor Rhode” siamo a una svolta decisiva, e anche ad un angolo cieco. Gli americani non capiscono perché le cose non si muovono...”.È così: Steve Witkoff riporta, sconcertato a sua volta, che Trump non capisce perché l’Iran, a fronte dell’accumulo mai visto prima di mezzi bellici marini e aerei potenti e sofisticati, non si decide ad accettare le sue proposte di trattativa. Perché non “capitola”? Le proposte riguardano l’uranio, i missili balistici e i proxy che cingono d’assedio il Medio Oriente, e, ha detto, rischiano di saltare se gli ayatollah procedono a giustiziare, come sembra in queste ore, i giovani catturati durante le manifestazioni. Trump ha anche un intento morale molto acceso: ha appena detto che sa che l’Iran ha ucciso 32mila dimostranti. In effetti sarebbe logico che l’Iran abbandonasse le minacce.. e trattasse. Perché non lo fa?

“L’Iran non è solo minaccioso. Pretende al contempo di dare notizie positive, di annunciare svolte... Giuoca nel negoziato secondo la regola mediorentale di cui è perfetto esponente. Bisogna capire: usa due misure. La prima è quella della forza dell’avversario, la seconda quella della volontà di usarla. La forza la vede esposta; ma vede anche l’incertezza. Trump aspetta, rimanda... Quindi la sua minaccia di azioni mostruose vuole incunearsi nell’incertezza umanitaria tipica dell’Occidente”.

D’altra parte però anche Trump giuoca sui loro nervi...

“Ma qui viene una convinzione culturale basilare: il mondo musulmano tratta solo quando viene sconfitto.Dopo la fine della guerra il vincitore detterà le condizioni, e qui si cercherà di trattare: ma di fatto il perdente dovrà arrendersi, e lo sa. Se non lo fa, verrà distrutto. Ci contavano i dimostranti iraniani che dopo la fine della guerra dei 12 giorni sono finalmente usciti allo scoperto mostrando tutta la loro convinzione che ormai il regime fosse finito e stesse per andarsene. Ma Trump ha tardato..e le dimostrazioni si sono fermate. Ora vedo che tornano.”.

Un segno di speranza?

“Si, quando studiavo all’Università di Mashad nel 1978 vidi Khomeini diventare sempre più importante, anche se ancora non era affatto popolare, quanto più la gente si accorgeva che il regime dello Shah non aveva la forza e la volontà di reggersi in piedi. La cultura del più forte è molto importante.. Le manifestazioni segnano la debolezza del regime”.

Ma mi sembra che Khamenei non capitoli anche perché crede nella  santità della missione del regime, che non cerchi la trattativa perché pensa di incarnare una missione santa, irrinunciabile.

“Qui ci sono due elementi. Uno, è quello degli interessi mostruosi costruiti in questi anni a suon di miliardi sottratti al popolo, esportati, accumulati che il potere non vuole perdere, e che riguarda una larga parte della piramide shiita. E poi c’è una piccola percentuale  di ayatollah molto potente che pensa anche che provocare una conflagrazione sia un fatto positivo perché questo porterà alla venuta del profeta, il Mahdi, che sconfiggerà l’Occidente intero, fino a Roma e a New York, e quindi li porterà alla vittoria…Questi, vogliono la guerra”.

E allora Trump che deve fare?

“E’ chiaro: la parola trattativa non ha nessun senso né con gli avidi delinquenti, né con gli Ayatollah fanatici.  Prima se ne accorge e meglio sarà. Il regime deve essere rimosso dal potere, il popolo martoriato deve decidere finalmente del suo futuro. Dopo tanta sofferenza dal 1978, ci sono buone ragioni di sperare che l’Iran possa finalmente cessare di essere una minaccia e unirsi di nuovo alla comunità internazionale, come prima della rivoluzione islamica”.

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