domenica 12 aprile 2026
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Tra détente e guerra fredda: i refuseniks

Nel contesto della Guerra fredda, la questione dei refusenik rappresentò uno dei casi più significativi di intreccio tra diritti umani, diplomazia internazionale e politica delle superpotenze. Con questo termine si indicavano quei cittadini sovietici, in larga parte ebrei, ai quali veniva negato il permesso di espatrio, nonostante le pressioni internazionali e il clima della détente.

Il webinar intende analizzare il fenomeno dei refusenik alla luce delle relazioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica, del ruolo delle organizzazioni internazionali e delle mobilitazioni dell’opinione pubblica occidentale, mettendo in evidenza le storie individuali e il valore simbolico di questa battaglia per la libertà.



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Setteottobre Rassegna Stampa
22.02.2026 Cronache di sopravvivenza nella prigionia a Gaza
Cronaca di Anna Borioni

Testata: Setteottobre
Data: 22 febbraio 2026
Pagina: 1
Autore: Anna Borioni
Titolo: «Cronache di sopravvivenza nella prigionia a Gaza»

Riprendiamo dal giornale di SETTEOTTOBRE online, la cronaca di Anna Borioni dal titolo: "Cronache di sopravvivenza nella prigionia a Gaza"

Arbel Yehoud

Grandi occhi neri colmi di terrore infossati in un volto emaciato, una figura femminile minuta, esile costretta a camminare tra centinaia di terroristi palestinesi armati e mascherati, circondata da una folla di gazawi inferocita in cui si fa a gara a filmare con i telefonini l’orrenda sfilata. Il mondo ha conosciuto Arbel Yehoud il 30 gennaio 2025 quando è stata rilasciata dopo 482 giorni di prigionia in una delle più deliranti e perverse cerimonie con cui Hamas ha consegnato gli ostaggi israeliani rapiti il 7 ottobre 2023. “Ricordo di essere uscita e di aver visto quel mare di teste mascherate cinte da nastri verdi. Ero l’unica donna. La mia mente cercava di elaborare: sono libera? Ma sono ancora circondata da loro? Ero terrorizzata, temevo che una volta liberata sarei stata catturata da altre bande della Striscia”.

Arbel Yehoud, 30 anni, è stata rapita dai terroristi della Jihad Islamica insieme al suo compagno Ariel Cunio nella loro casa del Kibbutz Nir Oz. Quando è iniziato l’attacco si sono nascosti sotto il loro letto con il loro cane Murph, al quale hanno stretto il muso con la mano per impedirgli di abbaiare. Ma è servito a poco perché i terroristi li hanno trovati e trascinati fuori sparando subito al cane: “Abbiamo sentito Murph piangere finché non è morta”. Arbel è stata picchiata e Ariel è stato ferito alla testa. Portati nella Striscia di Gaza dopo tre ore sono stati separati, ciascuno inviato in nascondigli diversi. Nei primi mesi della loro prigionia, la coppia incredibilmente è riuscita a scambiarsi brevi messaggi attraverso intermediari, ma a un certo punto la comunicazione è stata bloccata dai rapitori. Da allora i due hanno vissuto in completa incertezza sul destino l’uno dell’altro, fino alla liberazione di Ariel, avvenuta dopo 738 giorni dal rapimento.

C’è voluto oltre un anno dalla sua liberazione affinché Arbel iniziasse a parlare della sua prigionia, rivelando che lo spettacolo nauseante del suo rilascio è stato solo l’ultimo atto della mostruosa condizione in cui è stata tenuta. Sempre in isolamento,affamata, due costole rotte, sottoposta a quotidiani abusi fisici, psicologici e sessuali.

Solo dopo che la venticinquenne Romi Gonen, rapita dai terroristi di Hamas al Nova festival e rilasciata dopo 471 giorni di prigionia, ha rivelato in un’intervista televisiva di essere stata aggredita sessualmente da quattro uomini diversi in differenti circostanze prima di essere trasferitasottoterra con altri ostaggi, Arbel che fino ad allora non era riuscita ad ascoltare le storie degli altri sopravvissuti, ha trovato la forza di parlare. “È stato difficile, ma alla fine ho deciso di guardare il servizio televisivo su di lei, identificandomi con molte delle cose che ha detto. Così mi sono resa conto che gli abusi che Romi descrive di aver vissuto ogni tanto, io li ho vissuti quasi ogni singolo giorno durante la prigionia”. Comprensibilmente Arbel non è entrata nei dettagli di quanto subito,ma nella sua sconvolgente testimonianza ha ammesso di aver provato a togliersi la vita tre volte: “Mi sentivo come se non potessi andare avanti. Ci sono stati momenti in cui ho pensato che fosse l’unica via d’uscita”. Ciò che l’ha aiutata ad andare avanti è stato l’amore per il compagno: “Ogni volta che ho tentato il suicidopensavo ad Ariele questo mi ha dato la forza di continuare a respirare”.

Arbel e Ariel sono riusciti a sopravvivere pensando alla possibilità di incontrarsi di nuovo, di avere ancora una vita insieme. Ora da liberi devono affrontare una nuova lotta: riabilitazione, notti insonni, flashback e traumi. Devono imparare a vivere di nuovo: “Da quando sono stata rilasciata, non sono ancora tornata veramente in vita” ha detto Arbel. La loro casa a Nir Oz non esiste più. Dopo la sua intervista, in poche ore sono stati raccolti più di 4 milioni di shekel (1.1 milioni di euro) di donazioni per ricostruire la loro casa. Ora da liberi non hanno nulla, ma hanno l’un l’altra e l’amore e la solidarietà di tanti israeliani che li aiutano ad avere di nuovo fiducia del mondo.

 


info@setteottobre.com

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