Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Da Teheran a Isfahan, cronache di un paese in fiamme (e allo stremo) Analisi di Nina Deutsch
Testata: Bet Magazine Data: 22 febbraio 2026 Pagina: 10 Autore: Nina Deutsch Titolo: «Da Teheran a Isfahan, cronache di un paese in fiamme (e allo stremo)»
Riprendiamo da BET MAGAZINE mese di febbraio 2026 a pag. 10, l'analisi di Nina Deutsch dal titolo: "Da Teheran a Isfahan, cronache di un paese in fiamme (e allo stremo)"
La rivolta iraniana sta continuando, nonostante la repressione durissima. Il regime è al collasso, ma non intende cedere.
Reza Pahlavi dall’esilio chiama a scioperi e mobilitazione, mentre oltre cento città iraniane sono in rivolta. Il regime risponde con fuoco reale, arresti di massa e blackout di Internet, accusando Usa e Israele di ingerenza. Washington e Gerusalemme esprimono sostegno ai manifestanti. Le piazze si riempiono di slogan contro Ali Khamenei e i simboli del regime.
Quindici giorni. Quindici notti consecutive di fuoco, barricate e urla nelle strade dell’Iran. Anche con minacce da parte dei vertici iraniani: «Se attaccati colpiremo Usa e Israele». Succedeva fino a poche settimane fa e ancora, mentre scriviamo, non c’è certezza di come evolveranno le cose. Dal cuore di Teheran alle province più remote, il Paese vive una delle più estese ondate di protesta degli ultimi anni, mentre la Repubblica islamica risponde con una repressione sempre più dura e con l’isolamento digitale di oltre 85 milioni di cittadini, tagliati fuori dal resto del mondo da un blackout quasi totale di Internet.
La rivolta, esplosa a fine dicembre per l’aumento vertiginoso dei prezzi, l’inflazione fuori controllo e il crollo del potere d’acquisto, ha rapidamente superato la dimensione economica. In pochi giorni si è trasformata in una sfida politica diretta al sistema teocratico, con slogan contro la Guida suprema Ali Khamenei e attacchi simbolici ai pilastri del potere. Le informazioni che arrivano dalla Repubblica islamica sono frammentate, parziali e in continuo cambiamento. Il blackout della rete, imposto dalle autorità, rende estremamente difficile verificare in tempo reale la reale portata degli scontri. Le notizie filtrano a ondate, attraverso contatti diretti, collegamenti satellitari come Starlink e video diffusi clandestinamente, rimossi nel giro di pochi minuti. In questo contesto, ogni bilancio è provvisorio e destinato a mutare di giorno in giorno.
CITTÀ IN FIAMME E REPRESSIONE ARMATA
Da Teheran a Mashhad, da Isfahan a Shiraz, passando per Tabriz, Rasht, Kerman e Zahedan, oltre cento città sono state teatro di manifestazioni, incendi e scontri. Barricate improvvisate bloccano le arterie principali, mentre i manifestanti lanciano pietre e bombole contro le forze di sicurezza. In alcune aree, secondo testimonianze raccolte da media internazionali, i dimostranti sarebbero riusciti temporaneamente a prendere il controllo di interi quartieri, dando alle fiamme edifici governativi e sedi delle milizie.
La risposta dello Stato è stata immediata e brutale. Le forze di sicurezza, come riferisce Reuters, hanno aperto il fuoco con munizioni vere, mentre cecchini e droni sorvegliano le strade dall’alto. Il procuratore generale Mohammad Movahedi Azad ha avvertito che i manifestanti e chiunque li sostenga saranno considerati “nemici di Dio”, un’accusa che nel sistema giudiziario iraniano può portare automaticamente alla pena di morte. Secondo organizzazioni per i diritti umani come HRANA (Human Rights Activists in Iran), con sede a Washington DC, il bilancio provvisorio sarebbe di almeno 72 morti e 2.311 arresti, ma fonti mediche e attivisti sostengono che le cifre reali siano molto più alte: un medico di Teheran citato dalla rivista Time aveva riferito di almeno 217 morti registrati in solo 6 ospedali di Teheran giovedì sera. Video mostrano obitori sovraffollati, corpi avvolti in sacchi neri e famiglie in cerca dei figli scomparsi.
STATUE ABBATTUTE E SIMBOLI NEL MIRINO
Nel caos delle proteste, i manifestanti hanno preso di mira i simboli del regime. A Teheran è stata danneggiata una statua del generale Qassem Soleimani, figura centrale dell’apparato militare iraniano e trasformata in icona nazionale dopo la sua uccisione in un raid statunitense nel 2020. In altre città, sono stati colpiti ritratti di Ruhollah Khomeini e simboli della Repubblica islamica. Colpire le statue non è solo vandalismo: nella storia delle rivoluzioni è un atto profondamente politico, un gesto che segna la rottura con un passato percepito come oppressivo e la volontà di ridefinire l’identità collettiva.
UN PAESE DIVISO E SOTTO PRESSIONE
Non tutta la popolazione sostiene la rivolta. Parte dell’opinione pubblica accusa i manifestanti di essere strumentalizzati dall’estero, sostenendo che solo “chi non si sente iraniano” attaccherebbe figure come Soleimani. Il regime insiste su una narrativa di complotto internazionale, puntando il dito contro Stati Uniti e Israele. L’Iran resta un Paese profondamente multietnico: circa il 60% della popolazione è persiana, seguita da azeri (circa 18%), curdi (14%) e beluci – appartenenti a popolo iranico abitante nella regione del Belucistan (4%). Storicamente, le autorità temono che tensioni sociali ed economiche possano saldarsi a fratture etniche, amplificando l’instabilità.
Reza Pahlavi e l’opposizione dall’esilio. Dall’estero, Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Shah deposto nel 1979, ha intensificato i suoi appelli. In una serie di messaggi pubblici, invita i cittadini a difendere i centri urbani, organizzare scioperi generali e paralizzare i settori chiave dell’economia, dal petrolio ai trasporti. Pahlavi si presenta non come restauratore della monarchia, ma come figura di transizione, sostenendo un futuro referendum popolare per decidere la forma di governo. Le sue parole trovano eco nella diaspora iraniana, ma restano controverse all’interno del Paese.
LE REAZIONI INTERNAZIONALI: USA E ISRAELE
Gli Stati Uniti hanno espresso sostegno al diritto degli iraniani a protestare, ma al momento resta in forse un intervento diretto. In Israele, come riportato dal Jerusalem Post, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato che il suo Paese «sta dalla parte del popolo iraniano nella lotta per la libertà», respingendo le accuse di ingerenza e ribadendo la preoccupazione per il ruolo regionale dell’Iran. Teheran, dal canto suo, denuncia un piano coordinato per destabilizzare il Paese e promette una risposta «senza clemenza».
Quindici giorni dopo l’inizio della rivolta, una cosa appare chiara: la paura non basta più a fermare la protesta. Nel buio del blackout, tra notizie frammentate e bilanci destinati a cambiare di ora in ora, l’Iran si muove su una linea sottile tra repressione e rottura storica. Se questa ondata si spegnerà o segnerà l’inizio di una nuova fase resta impossibile dirlo. Ma dopo un numero così alto di piazze in fiamme, una certezza rimane: nulla, in Iran, è più come prima.
IL BILANCIO DELLE VITTIME
A circa diciotto giorni (al momento in cui scriviamo) dall’inizio delle proteste, scoppiate a fine dicembre, il bilancio delle vittime in Iran resta uno dei nodi più drammatici e controversi. Le cifre disponibili variano in modo significativo a seconda delle fonti, riflettendo la difficoltà di raccogliere dati attendibili in un Paese segnato da blackout informativi, arresti di giornalisti e forti restrizioni all’accesso alle informazioni.
Secondo alcune stime diffuse da reti attiviste e rilanciate da media internazionali, il numero dei morti potrebbe superare le 12.000 persone. Si tratta della cifra più alta circolata finora, che include segnalazioni non ancora tutte verificabili in modo indipendente e che viene considerata da molti osservatori come indicativa della portata potenzialmente enorme della repressione, ma non confermata ufficialmente. Una stima più prudente, ma comunque molto elevata, parla di oltre 3.400 vittime, includendo manifestanti, civili colpiti durante le operazioni di sicurezza e, in alcuni casi, membri delle forze dell’ordine. Questo dato emerge da elaborazioni di organizzazioni per i diritti umani basate su segnalazioni dirette, fonti locali e verifiche incrociate, pur ammettendo margini di incertezza.
Altri gruppi di monitoraggio, come reti di attivisti che operano fuori dall’Iran, indicano un numero compreso tra 2.500 e 2.600 morti, cifra che tiene conto solo dei casi raccolti e documentati attraverso testimonianze, video e dati ospedalieri, in un contesto in cui molte informazioni non riescono a uscire dal Paese. La stima più cauta arriva infine da organizzazioni internazionali come Iran Human Rights, che parlano di almeno 648 vittime verificate, includendo esclusivamente i casi confermati da più fonti indipendenti. Gli stessi osservatori sottolineano però che questo numero è quasi certamente sottostimato e destinato a crescere.