Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Le Flotille non ricostruiranno Gaza... il Board of Peace sì Commento di Iuri Maria Prado
Testata: Il Riformista Data: 21 febbraio 2026 Pagina: 6 Autore: Iuri Maria Prado Titolo: «Le Flotille non ricostruiranno Gaza... il Board of Peace sì»
Riprendiamo dal RIFORMISTA del 21/02/2026, a pagina 6, il commento di Iuri Maria Prado dal titolo "Le Flotille non ricostruiranno Gaza... il Board of Peace sì"
Iuri Maria Prado
Tutti quelli che stanno criticando il Board of Peace di Trump per Gaza sono gli stessi che si opponevano anche al piano di pace, perché non riescono a capire che Hamas è una forza terrorista ed è un pericolo per tutta la regione.
L’accusa più inconsistente adoperata dai sabotatori del “Board of Peace”, cioè l’amministrazione transitoria incaricata di dare attuazione al Piano per la ricostruzione di Gaza, è che si tratti di una creatura che ha mutato aspetto da quando – nel novembre dello scorso anno – il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite l’ha riconosciuta e ne ha accreditato il mandato. Si sostiene, da parte del circolo che rema contro, che il presidente degli Stati Uniti ne avrebbe snaturato la struttura, pervertendola alla funzione di un attrezzo personale, lo scettro di un potere dispotico che annulla la legalità internazionale e la sostituisce con il prepotente regime affaristico cui si è messo a capo.
Si tratterebbe di critiche appena credibili se non provenissero da coloro che si erano dimostrati a dir poco indifferenti, quando non apertamente contrari, all’adozione del Piano per Gaza presidiato dal “Board of Peace”, di cui ora fanno mostra di rimpiangere le ambizioni originarie. La loro avversione, oggi strumentalmente articolata sull’eccessiva contaminazione trumpiana di quel dispositivo internazionale, era tale e quale fin dall’inizio: e cioè anche prima che fosse steso lo statuto di un Board dotato di poteri effettivamente gravitanti sul presidente degli Stati Uniti. A dimostrazione del fatto che il gran collegio del boicottaggio del Piano di pace per Gaza non si è adunato per contestare “come” il “Board of Peace” agirebbe, ma per il fatto stesso che nascesse con quei compiti, sulla base di una precisa premessa e in vista di un protocollo di attuazione altrettanto preciso.
La premessa era che Gaza costituiva, come costituisce, un rischio per la regione e per gli Stati circostanti: perché presenta una società pericolosamente radicalizzata e perché le organizzazioni terroristiche ancora vi esercitano il proprio potere. Ed era proprio sulla scorta di tale premessa che venivano indicati i passi necessari per l’attuazione del Piano di ricostruzione: deradicalizzazione della Striscia e disarmo di quelle formazioni terroristiche. Era questo che non piaceva agli attuali e finti estimatori del “Board of Peace” che fu: in buona sostanza dei bugiardi, scornati dall’unica risoluzione dell’Onu che non impacchettava il dossier su Gaza con tonnellate di carta sui crimini israeliani e sul vagheggiamento di uno Stato di Palestina purché fosse, amen se governato da Hamas e pazienza se rivolto all’Intifada senza fine.
Il fatto che cinque Paesi abbiano dato la propria disponibilità a fornire truppe per la costituzione della Forza di Internazionale Stabilizzazione rappresenta un contributo concretissimo, a confronto della chiacchiera sulla pace non si sa quando e non si sa come.
Certo, occorrerà verificare come lavorerà, con quale competenza ed efficacia, la struttura cui è affidata la “distruzione e l’impedimento della ricostruzione delle infrastrutture militari, terroristiche e offensive” a Gaza (punto 7 della risoluzione del Consiglio di Sicurezza), ma è altrettanto certo che non farà più danno delle inerzie e delle complicità che hanno consentito a Hamas e alle altre sigle macellaie della Striscia di mantenere il proprio potere, innanzitutto a danno della popolazione palestinese che – ma soltanto a parole – si vuole porre al vertice delle preoccupazioni legalitarie e umanitarie.
Abbiamo visto bene, d’altra parte, qual è il mazzo di alternative caro ai critici del “Board of Peace”: le flottiglie imbandierate del tricolore palestinese e le requisitorie di Francesca Albanese. Le une e le altre – guarda caso – graditissime da Hamas.
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