Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
L’Iran al vertice della Carta dell’Onu Commento di Giulio Meotti
Testata: Il Foglio Data: 20 febbraio 2026 Pagina: 1/II Autore: Giulio Meotti Titolo: «L’Iran al vertice della Carta dell’Onu»
Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 20/02/2026, a pagina 1/II, il commento di Giulio Meotti dal titolo: "L’Iran al vertice della Carta dell’Onu".
Giulio Meotti
Yahya Aref, rappresentante dell'Iran, è stato eletto vicepresidente del Comitato per la Carta dell’Onu, incaricato di “sostenere i princìpi di pace, diritti umani e diritto internazionale”. Il tutto, mentre in Iran il regime che rappresenta impicca suoi cittadini tutti i giorni.
Sabato 14 febbraio: sedici impiccagioni. Domenica 15 febbraio: quindici impiccagioni. Lunedì 16 febbraio: quindici impiccagioni. Martedì 17 febbraio: dodici impiccagioni. Un festino di colli iraniani spezzati che farebbe arrossire anche il boia di Baghdad degli anni Ottanta. Da nessuna parte nella Carta delle Nazioni Unite, firmata nel 1945, c’è una riga che autorizzi un governo a strangolare manifestanti con una corda. C’è invece scritto a chiare lettere: mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, divieto dell’uso della forza, diritto all’autodeterminazione dei popoli, rispetto universale dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Eppure ora come vicepresidente della commissione incaricata di attuare la Carta delle Nazioni Unite c’è il paese che in quattro giorni ha trasformato le forche in catena di montaggio. Prima il regime iraniano è stato eletto vicepresidente (Abbas Tajik) della commissione Onu per lo Sviluppo sociale, che si occupa della “promozione della democrazia, l’uguaglianza di genere e la garanzia della tolleranza e della non violenza”. L’elezione è avvenuta per acclamazione e senza obiezioni da parte degli stati membri.
Nessuno ha avuto il coraggio di alzare la mano e dire “scusate, ma questi qui impiccano le donne perché non mettono il velo correttamente, torturano, stuprano in carcere, lapidano, amputano, e ora li mettiamo a insegnare tolleranza?”.
Ieri il regime iraniano è stato eletto vicepresidente (Yahya Aref) del Comitato per la Carta dell’Onu, incaricato di “sostenere i princìpi di pace, diritti umani e diritto internazionale”. Considerando quello che sta succedendo alle Nazioni Unite non si capisce tutto lo scandalo per la presenza di Francesca Albanese, special rapporteur dell’Onu, al Forum di Doha al fianco dell’illustre leader di Hamas, Khaled Meshaal, e dell’insigne ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi. “L’elezione di qualsiasi stato membro a un organo è il risultato del voto degli stati membri stessi”, si è giustificato Stéphane Dujarric, portavoce del segretario generale Guterres. “Quindi, la questione di chi viene eletto in quali organi è una questione che spetta agli stati membri. Ci aspettiamo che ogni stato membro di questa organizzazione rispetti la Carta, rispetti la Dichiarazione universale dei diritti umani, dato che essi stessi hanno aderito a questo club che è l’Onu e che sono i fondatori di alcuni dei nostri documenti fondativi”. Non fa una piega, anche se non si capisce cosa aspettino allora a far rientrare anche i talebani.
Dal 16 al 20 febbraio, il Comitato consultivo del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha convocato la sua 34esima sessione, con una funzionaria del regime iraniano, Afsaneh Nadipour, che siede per la prima volta come membro a pieno titolo e contribuirà alle discussioni su “prospettive di genere”, “ordine internazionale democratico” e “violenza di genere”. Poi, una settimana dopo, il 24 febbraio, il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi prenderà la parola per rivolgersi allo stesso Consiglio per i diritti umani in occasione dell’apertura della sessione del 2026.
Promuovere la democrazia, da un paese che ha ucciso decine di migliaia di suoi cittadini solo per la sfortuna di manifestare in piazza. Difendere l’uguaglianza di genere, da un paese che ha assassinato una giovane donna (Mahsa Amini) perché non indossava correttamente il velo e che ha stuprato le donne che manifestavano a gennaio per le strade. Garantire la tolleranza, da un paese che, come molti paesi musulmani, perseguita i cristiani e ostenta a gran voce il suo antisemitismo. Quanto alla nonviolenza, non vale nemmeno la pena menzionarla.
In confronto Jeffrey Epstein era un dilettante. Almeno non aveva un seggio a Ginevra per fare la morale al resto del mondo.