Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
L’infame doppio standard su Israele Commento di Iuri Maria Prado
Testata: Il Riformista Data: 19 febbraio 2026 Pagina: 5 Autore: Iuri Maria Prado Titolo: «Cisgiordania? Scandalo occupazioni Palestina? Giusto cacciare gli ebrei. L’infame doppio standard su Israele»
Riprendiamo dal RIFORMISTA del 19/02/2026, a pagina 5, il commento di Iuri Maria Prado dal titolo "Cisgiordania? Scandalo occupazioni Palestina? Giusto cacciare gli ebrei. L’infame doppio standard su Israele"
Iuri Maria Prado
Il linguaggio avvelenato dei servizi da Giudea e Samaria: ogni presenza ebraica è "occupazione" ed è "illegale", mentre il progetto palestinese di uno Stato islamico senza ebrei (come traspare dalla bozza di costituzione presentata) non fa neppure notizia.
L’“annessione della Cisgiordania”. I “nuovi insediamenti illegali nella West Bank”. Le “politiche israeliane nei territori occupati in violazione del diritto internazionale”. Questi ritornelli, ripetuti quotidianamente e ovunque come verità inconfutabili, rappresentano in modo esemplare il funzionamento del cosiddetto doppio standard quando di mezzo c’è Israele.
Non esiste alcuna “occupazione”, né tantomeno “illegale”, in Giudea e Samaria, vale a dire la regione impropriamente denominata Cisgiordania o West Bank. Il termine “occupazione” presuppone che la terra occupata sia altrui. Ma nel caso della Cisgiordania non si tratta di territorio altrui: tutt’al più di territorio disputato, non certo appartenente per diritto sovrano a un altro Stato riconosciuto. Allo stesso modo, parlare di “illegalità” implica l’esistenza di una norma che sancisca tale condizione. Una norma, non una raccomandazione dell’Onu, non un parere di una Corte internazionale, non il rapporto di qualche “special rapporteur”. Una norma precisa, vincolante. E quella norma non c’è.
A fondamento di quei ritornelli non vi è dunque un dato giuridico incontrovertibile, bensì un pregiudizio. Un pregiudizio di stampo etnico, razziale e religioso: l’idea che legalità e giustizia, in quella regione, si realizzino attraverso la prevenzione o l’eliminazione della presenza ebraica. Se si gratta la superficie delle accuse e delle semplificazioni, emerge un assunto elementare: in Giudea e Samaria non devono esserci ebrei e, se ci sono, la loro presenza è ritenuta “illegale”. Perché? Perché sono ebrei.
È paradossale che a un Paese come Israele, dove vivono circa due milioni di cittadini arabi con pieni diritti civili e politici, si imputino politiche di esclusione etnico-razziale. E lo è ancor di più se si considera che la presenza ebraica è stata quasi del tutto cancellata in molti Stati circostanti e che c’è chi vorrebbe eliminarla anche da Giudea e Samaria, fino a Gerusalemme.
Nei giorni scorsi si è avuta un’ulteriore dimostrazione di come una parte della leadership palestinese intenda l’“autodeterminazione”: attraverso una bozza costituzionale che delinea una teocrazia islamica fondata sulla Sharia. Un testo che tutela gli statuti religiosi e i luoghi di culto senza menzionare quelli ebraici — mentre, nella propria Dichiarazione d’indipendenza del 1948, Israele si impegnava a preservare i luoghi santi di tutte le religioni. Una Costituzione che garantisce il cosiddetto “diritto al ritorno” dei rifugiati palestinesi all’interno di Israele, prospettiva che equivarrebbe alla fine dello Stato ebraico. Eppure, tutto questo non sembra suscitare particolare allarme.
Mentre la costruzione di qualche condominio ebraico in Giudea viene definita “annessione”, passa quasi sotto silenzio il progetto di uno Stato islamico che non tutela la presenza ebraica e che prevede meccanismi di sostegno economico alle famiglie di chi compie atti di violenza, trasformando il “martirio” in un istituto remunerato. È un elemento che rivela quale sia l’orizzonte politico di certa dirigenza palestinese: non la costruzione di una propria entità statale in coesistenza con Israele, ma l’eradicazione di quella altrui attraverso un conflitto permanente.
Nel 1948, Israele si rivolse ai cittadini arabi invitandoli a mantenere la pace e a partecipare alla costruzione dello Stato, assicurando loro piena e uguale cittadinanza e adeguata rappresentanza nelle istituzioni. Sin dalla fondazione, il principio dichiarato è stato quello della tutela delle minoranze.
Resta l’impressione che la controparte palestinese, almeno in alcune sue espressioni politiche, immagini invece uno Stato retto da princìpi differenti: un ordinamento in cui gli ebrei non sono neppure nominati e la loro presenza non è contemplata come parte legittima del futuro assetto istituzionale. Ed è su questa asimmetria che si misura, ancora una volta, il peso del doppio standard.
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