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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Informazione Corretta Rassegna Stampa
19.02.2026 Il problema del disarmo a Gaza
Analisi di Ben Cohen

Testata: Informazione Corretta
Data: 19 febbraio 2026
Pagina: 1
Autore: Ben Cohen
Titolo: «Il problema del disarmo a Gaza»

Il problema del disarmo a Gaza
Analisi di Ben Cohen 
(Traduzione di Yehudit Weisz)
https://www.jns.org/gazas-disarmament-headache/


Ben Cohen

Affinché lo Stato ebraico possa godere di una sicurezza duratura lungo il confine con Gaza, due sono le misure inderogabili. In primo luogo, Hamas e le altre fazioni armate palestinesi devono essere completamente e verificabilmente disarmate. In secondo luogo, futuri attacchi terroristici non possono essere prevenuti solo con misure relative alla sicurezza, ma è urgente e necessario un programma di deradicalizzazione della popolazione e del governo.

In mezzo alla follia sanguinosa del pogrom di Hamas nel sud di Israele del 7 ottobre 2023, c'era tuttavia del metodo. Il sequestro di oltre 250 israeliani e residenti stranieri – rapiti mentre venivano incendiate le loro case e le donne sottoposte a brutali stupri – è stato un colpo  da maestro del crimine. La presenza degli ostaggi a Gaza, le lunghe settimane e i mesi di incertezza sul loro destino, la pubblicazione periodica di video di prigionieri di Hamas, emaciati, che imploravano di essere rilasciati – tutto ha sconvolto la psiche israeliana. Sul campo, nella Striscia, il timore che gli ostaggi potessero essere giustiziati aveva impedito alle Forze di Difesa Israeliane, nonostante tutti i loro successi, di infliggere ad Hamas la sconfitta irreversibile che sembrava giustificata. Hamas sta ora raccogliendo i frutti di quella strategia. Uscita dalla guerra  molto danneggiata ma ancora intera, l'organizzazione terroristica islamista ha colto abilmente gli aspetti chiave della situazione dell'immediato dopoguerra, cristallizzatasi in seguito al cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti in ottobre. Hamas ha capito di poter ancora governare la Striscia senza rivali. E ha capito che i suoi combattenti avevano ancora le loro armi. Su entrambi i punti, non ha voluto cedere, perché farlo avrebbe significato inchinarsi all'”occupazione.

L'incontro della settimana scorsa alla Casa Bianca tra il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, è stato scarso di dettagli resi pubblici su entrambi gli argomenti discussi dai due leader: la persistente minaccia rappresentata dall'Iran e le prossime fasi per garantire la pace a Gaza. Ciononostante, il clima di riservatezza che ha caratterizzato i loro colloqui ha lasciato intendere che non fossero sulla stessa lunghezza d'onda su nessuno dei due temi. Gaza e l'Iran sono, ovviamente, strettamente interconnessi, in particolare perché la Repubblica Islamica è stata il principale sostenitore di Hamas e poi perché il regime di Teheran è votato alla distruzione di Israele. Anche se l'Iran non fosse un fattore determinante, l'attuale direzione del processo di pace e di ricostruzione a Gaza sarebbe comunque fonte di profonda ansia per Israele. Affinché lo Stato ebraico possa godere di una sicurezza duratura lungo il confine con Gaza, due sono le misure inderogabili. In primo luogo, Hamas e le altre fazioni armate palestinesi devono essere completamente e verificabilmente disarmate. In secondo luogo, futuri attacchi terroristici non possono essere prevenuti solo con misure relative alla sicurezza, ma è urgente e necessario un programma di deradicalizzazione della popolazione e del governo. Altrimenti, la visione di Gaza delineata nel primo dei 20 punti del Piano di pace di Trump per Gaza – una “zona deradicalizzata e libera dal terrorismo che non rappresenti una minaccia per i suoi vicini” – rimarrà un sogno irrealizzabile. Le notizie sui piani statunitensi sul disarmo, tenuti gelosamente custoditi, sono state, nella migliore delle ipotesi, frammentarie. L'ipotesi che circola attualmente è che ad Hamas dovrebbe essere consentito di conservare le armi che non rappresentano una minaccia per Israele. Non è chiaro quali armi rientrino in questa categoria, dato che si presume comunemente che si tratti di armi leggere. Permettere ad Hamas di conservare le sue pistole, i suoi AK-47 e i suoi droni non rappresenta solo una minaccia per Israele, come è stato dimostrato in numerose occasioni prima e dopo il 7 ottobre. Rappresenta una minaccia anche per i palestinesi che si oppongono ad Hamas all'interno di Gaza, che sono stati i primi bersagli della sua forza di sicurezza interna “Arrow” dopo la fine delle ostilità. Quell'arsenale garantisce anche la sopravvivenza di Hamas come gruppo separato in grado di consolidare e mantenere il potere negli anni a venire, nonostante le varie promesse fatte da Washington, Parigi e altre capitali durante la guerra, secondo cui Hamas non dovrebbe e non può essere un partner nella governance postbellica di Gaza.

Se l'organizzazione terroristica continua a essere la principale forza politica e militare all'interno di Gaza, possiamo scordarci la deradicalizzazione, una parola ingombrante che essenzialmente significa sradicare l'ideologia islamista, la glorificazione del jihad e il tipo di antisemitismo genocida che ha guidato le atrocità del 7 ottobre. Molti, se non la maggior parte, dei terroristi di Hamas che hanno invaso lo Stato ebraico in quel giorno nero erano bambini nei due decenni precedenti. Saranno stati nutriti con una dieta di odio per tutto quel tempo, indottrinati con mostruose caricature degli ebrei a casa, a scuola e in televisione, guardando una versione di Hamas in arabo di “Sesame Street” che presentava un topo parlante di dimensioni enormi di nome Farfour che criticava ebrei e israeliani ed esortava il suo pubblico a “Uccidere! Uccidere! Uccidere!”           Alcuni sostengono che l'opzione più realistica per Israele sia quella di mettere in quarantena l'enclave costiera. Ciò può essere ottenuto attraverso la creazione di una zona militare chiusa e impenetrabile attorno ai suoi confini, nonché vietando l'ingresso in Israele ai residenti palestinesi di Gaza. Il rischio di questo approccio, tuttavia, è la sua miopia. Gaza non esiste nel vuoto; è un nodo, seppur vitale, in una rete di estremismo e terrorismo che attraversa la regione. Questa realtà è illustrata graficamente dal fatto che la guerra contro Hamas a Gaza è stata anche una guerra contro Hezbollah in Libano, gli Houthi in Yemen, le milizie allineate all'Iran in Iraq e lo stesso regime iraniano. Finché Hamas governerà a Gaza, potrà partecipare a una futura guerra su più fronti. Inoltre, l'assenza di combattimenti prolungati a Gaza ha offerto ad Hamas l'opportunità di consolidare il proprio potere durante il processo di ricostruzione. Uno dei tanti aspetti deludenti del nascente governo di transizione del Board of Peace guidato dagli Stati Uniti è l'importanza che attribuisce ad alti rappresentanti di Qatar e Turchia. Entrambi i Paesi promuovono l'antisemitismo come una vera e propria dottrina di Stato, entrambi idolatrano Hamas ed entrambi stanno vivendo un'accresciuta influenza parallelamente al relativo declino dell'Iran come potenza regionale. Con Qatar e Turchia al posto di comando, Hamas ha ancora meno incentivi al disarmo. Per quanto riguarda la deradicalizzazione, come potrebbe un processo del genere decollare quando due dei principali membri del Board of Peace promuovono attivamente le stesse dottrine velenose? La risposta ovvia in questo caso – ovvero che alle Forze di Difesa israeliane dovrebbe essere consentito di completare il lavoro iniziato in seguito al massacro di Hamas – non è semplice. Trump ha lasciato intendere più volte che potrebbe dare il via libera a un'operazione del genere se Hamas non rispettasse le richieste del cessate il fuoco, ma la sua natura mutevole e il suo approccio diplomatico transazionale rendono insensato attribuire a tali dichiarazioni un valore duraturo. Se Israele dovesse lanciare un'operazione finale contro Hamas perché il suo rifiuto di disarmare non ha lasciato allo Stato ebraico altra scelta che “smantellarlo con tutte le sue capacità”, come ha affermato il Ministro della Difesa israeliano Israel Katz solo la scorsa settimana, potrebbe ritrovarsi a farlo da solo. E questo potrebbe essere un prezzo inevitabile da pagare.

 


takinut3@gmail.com

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