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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Il Riformista Rassegna Stampa
19.02.2026 Hamid Zarei: Per risolvere Gaza basta abbattere il regime in Iran
Intervista di Antonio Picasso

Testata: Il Riformista
Data: 19 febbraio 2026
Pagina: 6
Autore: Antonio Picasso
Titolo: «Per risolvere Gaza basta abbattere il regime in Iran»

Riprendiamo dal RIFORMISTA del 19/02/2026, l'analisi di Antonio Picasso dal titolo "Per risolvere Gaza basta abbattere il regime in Iran".


Antonio Picasso

Hamid Zarei, dissidente iraniano in esilio, presidente della Pahlavi Centenary Foundation

Hamid Zarei, vicepresidente dell’Associazione Italia-Iran e ideatore della “Pahlavi Centenary Foundation”, è in esilio dalla caduta della monarchia e vive tra l’Italia e gli Stati Uniti. A Ginevra sono ripresi i negoziati sul nucleare.

Questo rischia di rendere vano il sangue versato?
«Il regime cerca sempre di guadagnare tempo. Già in passato ha distratto l’Occidente. Parlare del nucleare vuol dire dimenticare i diritti umani».

Se il regime cadesse, voi continuereste a perseguire le ambizioni nucleari?
«Non ne abbiamo bisogno. L’Iran può produrre energia e soddisfare la propria domanda interna grazie ad altre fonti. Il Paese è enorme. Eolico e solare sono due potenziali risorse senza che si debba ricorrere necessariamente al nucleare. In questo senso, le ambizioni “atomiche” del regime sono unicamente militari, con il chiaro e solo obiettivo di distruggere Israele».

Torniamo a Monaco. Vi aspettavate il successo delle vostre manifestazioni durante la Conferenza per la sicurezza?
«No, in effetti no. Però questa è la forza di quei 7-8 milioni di iraniani presenti in tutto il mondo. Le nostre manifestazioni sono sempre più imponenti: qui in Europa, a Sydney in Australia, da Los Angeles a New York negli Stati Uniti. A Monaco sono arrivati dall’Italia pullman carichi di manifestanti e rappresentanti della politica nazionale a nostro sostegno. È stato un richiamo collettivo a ciò che sta succedendo nel nostro Paese, dove la gente non può protestare».

Significativa anche la presenza di Reza Pahlavi. A margine della conferenza ha perfino incontrato Volodymyr Zelensky.
«Il sostegno alla bandiera con leone e sole, stemma della monarchia, è sempre più forte».

Ma davvero volete restaurare la monarchia?
«Non esageriamo. Chi pensa che Reza Pahlavi torni a Teheran, si metta la corona e cominci a governare è del tutto fuori strada. Il suo ruolo sarà di transizione, lo ha detto chiaramente. La sua intenzione è indire un referendum sotto il controllo delle Nazioni Unite e aprire così una pagina di libertà e democrazia per il Paese, anche se personalmente ho poca fiducia nell’Onu».

Tutto questo sostegno a Reza Pahlavi è perché non vedete alternative?
«L’opposizione al regime si sta stringendo intorno al pretendente Shah perché non vediamo soluzioni altrettanto valide. Narges Mohammadi, Premio Nobel per la Pace 2023, purtroppo non mi sembra abbia quel consenso di piazza necessario per costruire un’opposizione».

Perché non si fida dell’Onu?
«È molto semplice. Immaginiamo come avrebbe reagito la comunità internazionale se fosse successa una cosa del genere a Gaza. Il silenzio del mondo di fronte al massacro di giovani, donne e bambini per mano dei Pasdaran è snervante. Per questo stiamo organizzando una grande manifestazione davanti al Palazzo di Vetro dell’Onu a New York».

D’altra parte i tempi si allungano. Ormai più di un mese fa Donald Trump aveva promesso un intervento militare, che non c’è stato. Cosa vi aspettate ora dagli Stati Uniti?
«Non so cosa farà Washington. Posso però dire cosa non si deve fare: non bisogna pensare di fare la guerra all’Iran. L’Iran è un Paese amico dell’Occidente. Si devono invece colpire i punti strategici del regime».

Che però è radicato nella società da quasi mezzo secolo.
«Ma chi dice che l’apparato amministrativo sia davvero fedele al regime? È vero, dalla cosiddetta rivoluzione del 1979 gli ayatollah hanno cercato di mettere i loro fedelissimi nelle posizioni chiave, e in parte ci sono riusciti. Ma esiste un’opposizione silenziosa nel Paese, peraltro in costante contatto con noi all’estero, pronta a costituire una nuova classe dirigente».

In questi giorni il Board of Peace di Gaza è entrato nella sua fase operativa. Il metodo Board of Peace è riutilizzabile anche per l’Iran?
«Io credo che, per risolvere il problema di Gaza, basti abbattere il regime a Teheran. Non serve dire altro, vero?».

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redazione@ilriformista.it

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