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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Newsletter di Giulio Meotti Rassegna Stampa
18.02.2026 Chiudere l’ONU. Finalmente!
Newsletter di Giulio Meotti

Testata: Newsletter di Giulio Meotti
Data: 18 febbraio 2026
Pagina: 1
Autore: Giulio Meotti
Titolo: «Chiudiamo l'Onu, il più grande manicomio della storia»

Riprendiamo l'articolo di Giulio Meotti, dalla sua newsletter, dal titolo: "Chiudiamo l'Onu, il più grande manicomio della storia". 


Giulio Meotti

Cosa avrebbe pensato il grande scrittore George Orwell dell'ONU? 

“A child should never be in a marriage”, annunciano le Nazioni Unite.

Ecco i dieci paesi con i tassi più alti di matrimoni infantili:

1. Niger — 76%
2. Ciad — 61%
3. Repubblica Centrafricana — 61%
4. Mali — 54%
5. Mozambico — 53%
6. Sud Sudan — 52%
7. Bangladesh — 51%
8. Burkina Faso — 51%
9. Guinea — 47%
10. Somalia — 45%

Perché allora l’Onu questa settimana usa una ragazza occidentale per rappresentare il matrimonio infantile quando avviene nei paesi non occidentali?

 

Capita, quando nomini l’autore di 1984 segretario generale del più grande ufficio oggetti smarriti del diritto internazionale.

È come se, per illustrare la fame in Africa si usasse un pasciuto bambino scandinavo: un atto di whitewashing che copre la realtà demografica e culturale e insinua un orrendo paternalismo colonialista. Globalismo fa rima con razzismo.

La scelta dell’Onu non è innocente; è un sintomo di un’agenda che usa l’estetica woke occidentale per evitare di puntare il dito contro culture non bianche, temendo accuse di razzismo e islamofobia. In un mondo politicamente corretto fino all’assurdo, l’Onu spinge una narrazione “inclusiva” che, paradossalmente, esclude le vere vittime dell’oppressione.

Qualcuno sintonizzi allora le sale dell’Onu con la CNN: c’è un documentario sulle bambine date in sposa ai vecchi in Afghanistan in cambio di denaro…

 

Bravissimo lo storico Rafe Heydel-Mankoo:

“Ho corretto l’immagine per te, Nazioni Unite. L’Onu sa che il matrimonio infantile è una caratteristica predominante delle culture non bianche (i peggiori colpevoli sono le culture islamiche e alcune culture africane e asiatiche). Ma è fondamentale per l’ideologia progressista che solo le persone bianche debbano essere rappresentate negativamente”.

Ma questo è l’Onu: un leviatano burocratico che indulge in distorsioni che rasentano il ridicolo e il grottesco.

Nel 2011, la missione degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite sotto Barack Obama rivelò che “74 centesimi su ogni dollaro speso dalle Nazioni Unite sono legati ai costi del personale”.

Ora sappiamo di pagare anche chi pensa che il problema dei matrimoni infantili siano i paesi occidentali, non certo la pletora di stati falliti e tribali.

Tra il 1995 e il 2019, nel glorioso “Stato di Palestina” sono stati registrati 200.000 matrimoni, il 95 per cento dei quali riguardava ragazze minorenni. L’Iraq ha appena abbassato a 9 anni l’età legale del matrimonio. E le bambine siriane sono sposate giovanissime anche nella gloriosa Repubblica federale multiculturale tedesca.

Eppure, per l’Onu la sposa bambina è una ragazza bianca e bionda.

D’altronde, il Consiglio di Sicurezza, che dovrebbe essere l’“adulto nella stanza”, per le minacce a stabilità e sicurezza globali, a gennaio è guidato dalla Somalia, uno stato fallito nel mezzo di una guerra civile noto per tutto tranne che per la stabilità o la sicurezza, ma sicuramente per avere tante spose bambine.

D’altronde, il regime islamico dell’Iran, dove dal 1979 l’età legale per sposarsi è stata abbassata a 9 anni, legalizzando la pedofilia, è stato appena eletto vicepresidente della Commissione delle Nazioni Unite per lo sviluppo sociale, i cui temi prioritari saranno la “promozione della democrazia, l'uguaglianza di genere e la garanzia della tolleranza e della non violenza”.

Presidente: “Non sento obiezioni”.

Capita solo all’Onu che si prenda sul serio Francesca Albanese, un personaggio da romanzo italiano.

Capita che UN Women - l’organizzazione dell’Onu per i diritti delle donne - abbia impiegato mesi prima di riconoscere che Hamas ha compiuti stupri di massa sulle donne israeliane il 7 ottobre, pur non mancando il compleanno di Amal Clooney.

Capita che l’Onu celebri il burqa come strumento di emancipazione femminile.

Capita che una conferenza dell’Onu sulla libertà di stampa venga cancellata per non indispettire i turchi.

Capita che per le Nazioni Unite la parola “umanità”, in inglese mankind, vada sostituita con humanity. Fa più woke.

Capita che il segretario delle Nazioni Unite António Guterres dica che il terrorismo islamico è colpa del cambiamento climatico.

Dunque, i matrimoni infantili sono fra bianchi, le donne ebree meritano gli stupri di Hamas, le donne afghane devono essere rimesse al loro posto dai Talebani, la misoginia la sconfiggiamo con la scrittura inclusiva, i cristiani bruciano a causa della Co2 e gli ayatollah sono maestri di progresso.

Come in Orwell, all’Onu la guerra è pace, l’ignoranza forza, l’oppressione è empowerment e la realtà è malleabile.

John Bolton, ex ambasciatore americano all’Onu, ha detto: “L’edificio del Segretariato dell’Onu a New York ha 38 piani. Se ne perdesse dieci, non farebbe la minima differenza”.

Ecco allora che qualcuno ha rifatto la stessa immagine col segretario generale Guterres.

Perché prima questo carrozzone di pazzi corrotti chiuderà, meglio staremo tutti.

E al posto dell’Onu a New York costruiscano un centro commerciale, una nuova Trump Tower o un bordello “pace e amore”. Qualsiasi cosa andrà bene al posto di questo manicomio di vetro.

La newsletter di Giulio Meotti è uno spazio vivo curato ogni giorno da un giornalista che, in solitaria, prova a raccontarci cosa sia diventato e dove stia andando il nostro Occidente. Uno spazio unico dove tenere in allenamento lo spirito critico e garantire diritto di cittadinanza a informazioni “vietate” ai lettori italiani (per codardia e paura editoriale).

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