Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Mentre tratta con Trump, l’Iran impicca manifestanti Commento di Giulio Meotti
Testata: Il Foglio Data: 18 febbraio 2026 Pagina: 1/IV Autore: Giulio Meotti Titolo: «Mediazione e repressione»
Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 18/02/2026, a pagina 1/IV, il commento di Giulio Meotti dal titolo: "Mediazione e repressione".
Giulio Meotti
Abbas Araghchi, il ministro degli Esteri iraniano, usa un linguaggio soft per trattare con gli Usa a Ginevra, per prendere tempo ed evitare un attacco militare. Ma il suo regime, nel frattempo, continua ad uccidere i dissidenti, trasformando anche gli ospedali in centri di tortura.
“I colloqui sul nucleare dipendono dalla capacità degli Stati Uniti di evitare richieste irrealistiche”. Tradotto secondo il Wall Street Journal: gli iraniani vogliono la revoca delle sanzioni in cambio della sospensione dell’arricchimento dell’uranio per tre anni, ma in assenza di un impegno a fermare del tutto il programma atomico la domanda è se sarà sufficiente a soddisfare Donald Trump. Ieri, all’ambasciata dell’Oman a Ginevra, si è svolto il secondo round di colloqui indiretti tra Iran e Stati Uniti. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, prima di volare a Teheran ha detto che è stato raggiunto un “accordo di intesa su un insieme di princìpi guida”. La delegazione americana era guidata da Steve Witkoff e Jared Kushner e c’era anche il capo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), Rafael Grossi. Parlando alla Bbc, il viceministro degli Esteri iraniano Majid Takht Ravanchi ha lasciato intendere che gli Stati Uniti non insistono più sull’arricchimento zero: “Non è più sul tavolo”. Nelle stesse ore, Russia e Cina si univano all’Iran in esercitazioni nello Stretto di Hormuz, chiuso per poche ore e cruciale rotta da cui passa il venti per cento del petrolio mondiale (e il petrolio iraniano che per l’80 per cento va in Cina), mentre il Pentagono ha dispiegato una portaerei (un’altra in arrivo), navi e aerei da guerra. La mancanza di rotte alternative rende Hormuz ancora più critico dal punto di vista strategico.
Si calcola che una sua eventuale chiusura porterebbe subito il prezzo del petrolio a barile dagli attuali 68 a oltre 120 dollari, con tutte le conseguenze economiche. La Casa Bianca è sotto pressione anche da Israele: il premier Benjamin Netanyahu, che ha appena incontrato Trump a Washington, vuole lo smantellamento totale dell’infrastruttura nucleare iraniana e dei suoi missili balistici. L’Iran è l’unico paese senza armi nucleari ad aver prodotto uranio arricchito al 60 per cento, vicino alla soglia del 90 per cento necessaria per un’arma atomica. A Trump ieri ha risposto Ali Khamenei: “Non giureremo fedeltà a leader corrotti al potere negli StatiUniti”. La Guida suprema ha poi minacciato di affondare le navi americane. “Sono a Ginevra con idee concrete per raggiungere un accordo giusto”, dichiarava ieri mattina il ministro degli Esteri iraniano Araghchi. “Ciò che non è sul tavolo è la sottomissione”.
E non sembra sul tavolo degli americani neanche la difesa del dissenso iraniano, nonostante l’aiuto promesso da Trump e mai arrivato. Mentre a Ginevra l’Iran cercava la mediazione, in casa il regime accelerava la repressione: condannati a morte altri quattordici manifestanti, mentre riprendevano le manifestazioni per la fine dei quaranta giorni di lutto per imorti di gennaio. Ieri sono arrivate immagini di spari sulla folla al cimitero di Abdanan. In totale, dal 1° gennaio al 12 febbraio, il regime ha comminato ed eseguito 417 condanne amorte per impiccagione (111 solo a febbraio). In realtà, il numero effettivo sarebbe di gran lunga superiore alle 417 e altrettante sarebbero avvenute in segreto nelle carceri iraniane.
Al culmine delle proteste, tra l’8 e il 13 gennaio, la priorità delle cure non era determinata dalla gravità delle ferite, ma dal livello di sicurezza assegnato ai pazienti. Cure deliberatamente interrotte, causando la morte dei dissidenti. Feriti attaccati ai ventilatori e all’ossigeno e privati delle macchine. Altri portati dalla terapia intensiva all’obitorio mentre avevano ancora segni vitali. Medici e infermieri arrestati per essersi rifiutati di eseguire tali ordini. Pazienti che insistevano per essere dimessi nonostante le gravi ferite per evitare gli arresti. Certificati di morte emessi senza seguire le procedure legali. Pazienti feriti trasferiti dai letti d’ospedale a luoghi sconosciuti. Cartelle cliniche sequestrate dagli ospedali. “Se la comunità globale non reagisce in modo deciso quando 216 scolari vengono uccisi a colpi d’arma da fuoco e sepolti in segreto, ciò consente che il più grave dei crimini venga commesso impunemente”, ha affermato ieri Bahar Ghandehari del Centro per i diritti umani in Iran. Associazioni di insegnanti hanno indetto scioperi per domani in segno di protesta. Iran International parla di 36.500 morti in totale. Mentre a Ginevra tira aria di appeasement, in Iran ristagna l’odore di sangue.
Per inviare al Foglio la propria opinione, telefonare: 06/5890901, oppure cliccare sulla e-mail sottostante