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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Libero Rassegna Stampa
18.02.2026 Gli svizzeri anti-Israele
Commento di Pietro Senaldi

Testata: Libero
Data: 18 febbraio 2026
Pagina: 6
Autore: Pietro Senaldi
Titolo: «Gli svizzeri anti Israele e l’oro nazista nei caveau»

Riprendiamo da LIBERO di oggi, 18/02/2026, a pag. 6, con il titolo "Gli svizzeri anti Israele e l’oro nazista nei caveau" il commento di Pietro Senaldi.

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Pietro Senaldi

In Svizzera la telecronaca delle Olimpiadi invernali diventa sermone pro-Pal e antisemita. Sulla RTF, della Svizzera Francese, mentre il duo israeliano Adam Edelman e Meachem Chen corre sul bob, il giornalista denuncia il "genocidio" dei palestinesi.

Si può capire che non sia elettrizzante per un telecronista commentare la prestazione della squadra israeliana nella gara di Bob a 2 dei Giochi Olimpici: Adam Edelman e Meachem Chen si sono piazzati ventiseiesimi su ventisei equipaggi in competizione. Ma questo non giustifica quanto accaduto alla Tv della Svizzera Francese (Rtf), con il giornalista sportivo Stefan Renna che, invece di descrivere la discesa, si è prodotto in un editoriale antisemita.
Il mezzobusto elvetico ha prima parlato di genocidio a Gaza, giustificandosi con il fatto che il termine è stato usato da una commissione d’inchiesta dell’Onu, ma lì ci lavora pure Francesca Albanese, quindi la definizione non fa legge. Poi si è eretto a giudice internazionale, sostenendo che il Comitato Olimpico avrebbe potuto (e secondo lui dovuto) escludere Edelman dalle gare perché l’atleta si è definito «sionista fino al midollo» e ha affermato che la reazione di Bibi Netanyahu al massacro del 7 ottobre «è la guerra moralmente più giusta della storia».
Ha concluso poi la denigrazione dell’atleta in pista ricordando che in passato egli si era scagliato contro uno slogan Free Palestine.
Risultato? La Svizzera ha fatto quello che non le è riuscito a Crans Montana, ha nascosto tutta la polvere sul tappeto e chi si è visto, si è visto. Il video è stato rimosso dal sito di Rtf perché il commento non era sportivo e diffidato Renna dal fare ulteriori commenti. Le proteste però di Israele e degli Stati Uniti sono cadute nel nulla, con la complicità del Comitato Olimpico che si è lavato le mani della questione, sostenendo che ogni responsabilità, e quindi ogni provvedimento, era in capo alla Confederazione, il che equivale a spegnere la questione. Ne consegue che per il Cio un atleta non può gareggiare con le foto dei colleghi morti nella guerra in Ucraina sul casco ma gli sportivi israeliani possono essere dileggiati perché sostengono politicamente il proprio Stato.
Meglio non approfondire più di tanto sulla giustizia svizzera, dolce con i suoi, severissima con gli altri, come ricorda la vicenda del calciatore Stefano Eranio. Nel commentare uno svarione difensivo nel corso di una partita di Champions League, l’ex centrocampista azzurro aveva detto che «i giocatori di colore sono forti fisicamente ma in fase difensiva spesso sbagliano perché non sono concentrati». Una frasaccia che gli costò il licenziamento su due piedi, malgrado le scuse fatte prontamente. Ennesima prova dei due pesi e delle due misure, una per i cittadini e l’altra per gli stranieri, la legge che Berna non infrange mai.
Che poi, a voler polemizzare di politica estera, è Israele ad avere un conto aperto con la Svizzera e non viceversa. Solo a fine anni Novanta le principali banche elvetiche (Ubs e Credit Suisse) raggiunsero un accordo per risarcire (1,25 miliardi di dollari, un’inezia rispetto alla cifra reale) i discendenti delle vittime dell’Olocausto dei soldi che si erano tenute per oltre cinquant’anni, accampando ogni scusa, perfino l’assenza del certificato di morte di chi era passato per le camere a gas. Anche in questo caso, nessuna ammissione di colpa, malgrado la neutralità pragmatica della Svizzera nel secondo conflitto mondiale, espressione indulgente che descrive i rapporti e le interconnessioni economiche della Confederazione con il nazismo, sia un dato storico acclarato.

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