Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Il lungo viaggio di Ciro Principe in difesa della verità Intervista di Nathan Greppi
Testata: Bet Magazine Data: 16 febbraio 2026 Pagina: 1 Autore: Nathan Greppi Titolo: «Il lungo viaggio di Ciro Principe in difesa della verità»
Riprendiamo dal BET Magazine edizione online, il commento di Nathan Greppidal titolo "Il lungo viaggio di Ciro Principe in difesa della verità".
Nathan Greppi
Ciro Principe
Se qualcuno, dopo il 7 ottobre, ha cercato sui social canali d’informazione che spiegassero le ragioni d’Israele per vedere un lato del prisma che i media mainstream non fanno vedere, potrebbe essersi imbattuto almeno una volta nei video del comico e influencer napoletano Ciro Principe, il quale svolge un’intensa attività per combattere tutti quei pregiudizi e luoghi comuni che negli ultimi due anni e mezzo hanno avvelenato il dibattito pubblico.
Di recente, Principe ha pubblicato il suo primo libro, Come sono diventato pro Israele. Come un ateo è diventato il difensore del popolo di Dio, in cui racconta il percorso che lo ha portato ad appassionarsi di ebraismo e Israele.
Interessante è il confronto che egli fa tra gli ebrei e i napoletani: a suo dire, entrambi i popoli hanno avuto nel corso della storia la forza di rispondere alle loro sventure attraverso l’ironia e la creatività. Tuttavia, egli denuncia anche la presenza di un “altra Napoli”, che secondo lui vive di vittimismo e per questo si sente più vicina ai palestinesi.
Il linguaggio che utilizza è assai ironico, prendendo in giro coloro che coltivano ostilità e pregiudizi verso gli ebrei e Israele, senza la pretesa di essere un trattato politico. E forse è giusto così: esistono molti modi di combattere per la verità, e ognuno lo fa attraverso lo stile che gli appartiene.
Alla luce della pubblicazione di Come sono diventato pro Israele, Principe ha gentilmente concesso un’intervista a Bet Magazine/Mosaico.
Come hai iniziato a interessarti del mondo ebraico e Israele?
In realtà è iniziato già da piccolo, solo che non lo sapevo. Da ragazzino mi sono innamorato della comicità e ho scoperto che tutti gli artisti a cui mi affezionavo, che mi facevano ridere e riflettere, erano ebrei o almeno avevano quelle radici. L’umorismo ebraico mi ha permesso di percepire il mondo in un modo completamente diverso da quello convenzionale.
Poi è arrivata la botta vera: il 7 ottobre. All’inizio l’ho ignorato, come racconto nel libro: messaggini sugli attacchi in Israele, io che chiudo WhatsApp e vado allo stadio. Solo dopo, quando ho deciso di guardare davvero i video, mi si è rotto qualcosa dentro. Non era “un’altra escalation”: era un crollo morale del mondo. Da lì ho cominciato a studiare, leggere, parlare. E non ho più smesso.
Nel libro parli di due Napoli. Alla luce dell’episodio della ristoratrice che ha cacciato via gli israeliani, qual è quella predominante oggi?
Nel libro dico che esistono due Napoli: la Napoli “ebrea” – quella che soffre, reagisce, crea, trasforma il dolore in arte, il pregiudizio in musica, le batoste in ironia. E l’altra Napoli – quella che piange davanti alle telecamere e poi parcheggia l’Audi sul marciapiede. Quella che urla “ingiustamente carcerato” per il boss, che vive di vittimismo e di alibi, che assomiglia a certi meccanismi palestinesi: non parti mai dal reato, parti sempre dal pianto.
L’episodio della ristoratrice che caccia gli israeliani, purtroppo, appartiene alla seconda Napoli: quella che non conosce, non studia, si fa trascinare da slogan e da un antisionismo da bar, convinta di essere “dalla parte dei deboli” mentre ripete dinamiche di odio che non capisce nemmeno. Ma attenzione: non è la “Napoli intera”. È solo la parte più rumorosa. La Napoli che io amo è l’altra: quella che se sapesse chi era Giorgio Ascarelli (fondatore ebreo della squadra di calcio del Napoli, ndr), si vergognerebbe a cacciare un israeliano da un locale.
Perché, nonostante il contributo dato all’Italia, gli ebrei sono percepiti come “altro” rispetto al resto della società?
Perché l’antisemitismo è la forma di stupidità più sofisticata del pianeta. Nel libro scherzo dicendo che esiste quasi un “gene antisemita”: quel mattoncino nel DNA che sussurra “gli ebrei sono cattivi” a gente che non ha mai conosciuto un ebreo in vita sua. Ogni epoca si è inventata una scusa diversa per odiarli: troppo ricchi e troppo poveri; colpevoli del capitalismo e del comunismo; onnipotenti manipolatori e contemporaneamente capri espiatori del mondo.
Questa contraddizione perfetta funziona perché l’antisemitismo è comodo: ti evita di guardare i tuoi fallimenti; ti regala un nemico eterno da usare come valvola di sfogo; ti illude che ci sia sempre “qualcun altro” dietro le tue sfighe. Gli ebrei hanno creato cultura, scienza, medicina, musica, cinema. Ma proprio perché sono stati costretti, per secoli, a diventare eccellenti per sopravvivere, questa eccellenza genera invidia. E l’invidia, quando non viene elaborata, diventa odio.
Nel libro parli molto degli ostaggi del 7 ottobre, e cerchi di smontare i falsi miti su Israele e il rapporto tra Occidente e mondo islamico tramite una ricostruzione storica. Come ti sei documentato?
Come un maniaco. Non c’è un modo più elegante per dirlo. Ho iniziato da Herzl, con Lo Stato ebraico: lì capisci che il sionismo non nasce da una fantasia teologica, ma da una necessità di sopravvivenza. Poi sono passato a Benny Morris e ai “nuovi storici israeliani”, a Ben-Dror Yemini e al suo libro Industry of Lies, un’enciclopedia di tutte le bugie su Israele diffuse da media, accademia e attivismo.
Ad un certo punto mi sono soffermato su Netanyahu, che nel suo libro Fighting Terrorism spiega esattamente l’ideologia del terrorismo islamista che oggi colpisce l’Occidente e Israele nello stesso modo, per poi finire con Oriana Fallaci: lei mi ha insegnato che puoi essere sola contro mezzo mondo, ma se hai i fatti dalla tua parte non hai bisogno di applausi.
Hai ricevuto molti attacchi a causa della tua scelta di campo?
Sì. Nel libro spiego come funzionano le campagne di segnalazioni coordinate: gruppi Telegram e WhatsApp di propal e islamisti che, appena vedono un contenuto pro Israele, danno il via alla caccia: “Segnalate questo account!”. E lì partono come uno sciame di vespe digitali. L’algoritmo non guarda il contenuto, conta solo il numero di segnalazioni. Io venivo limitato per aver scritto “Hamas è un’organizzazione terroristica”, mentre post con “morte agli ebrei” restavano tranquillamente online.
Poi ci sono gli attacchi personali: insulti alla famiglia; minacce dirette; negazionisti dell’Olocausto che usano pure l’IA per provare le loro follie, e quando l’IA li smentisce dicono che è “controllata dagli ebrei”. A volte ti viene da chiederti “ma chi me lo fa fare?”. Però ogni volta che vedo quanta ignoranza e cattiveria c’è, capisco che se mi fermo io, loro vincono un round. E questo non glielo voglio concedere.
Al contrario di te, altri comici e uomini di spettacolo si mettono a fare propaganda anti-Israele, spesso scivolando nell’antisemitismo. Perché?
Conosco benissimo quel mondo perché è da dove vengo. La risposta che va più di moda è: “E poi chi lavora più?”. Ma i motivi principali sono tre secondo me: ignoranza, convenienza e vigliaccheria travestita da coraggio.
Partiamo dall’ignoranza: molti parlano di Israele e Palestina come parlano del meteo. Non hanno letto un libro, ma hanno letto dieci slogan. È lo stesso meccanismo dei talk show: invitano gente che “fa audience”, non gente che ha studiato.
Per la convenienza, oggi “fa figo” essere “contro l’Occidente”, contro la NATO, contro Israele. Ti dà quella patina da ribelle a basso costo. Se sei un comico o un artista che ha paura di perdere pubblico, è molto più facile attaccare Israele che criticare, per esempio, il fondamentalismo islamico.
Infine, c’è la vigliaccheria: molti non sono antisemiti consapevoli, sono codardi. Sanno che mettersi contro Israele non comporta reali rischi personali. Al massimo qualche polemica. Ma a criticare apertamente Hamas, l’Iran, certe moschee radicali, lì ti tremano le gambe.
In più, c’è una componente di vecchia ideologia mai elaborata: anni e anni di narrazione in cui Israele è “l’America del Medio Oriente”, quindi il “nemico dell’oppresso”. Se cresci in quell’ambiente, ti viene naturale schierarti “con i palestinesi” anche senza avere la minima idea di cosa succede davvero a Gaza o in Cisgiordania. Risultato: gente che fa satira contro il potere, ma quando il potere si chiama Hamas o Islam, improvvisamente diventa muta.
L’antisemitismo e l’odio contro Israele sono particolarmente diffusi tra i giovani. Se avessi davanti dei ragazzi, che consiglio gli daresti?
Direi questo, guardandoli dritti in faccia: Spegnete Instagram per un attimo e accendete il cervello. Se la tua opinione sul conflitto viene da tre reel e due meme, non è un’opinione: è fake news. Studiate. Leggete. Non fidatevi né dei Propal, né di me, né di nessuno: andate direttamente a riscontrare le fonti primarie.
E ai ragazzi direi questo: non vi chiedo di essere pro Israele per forza. Vi chiedo di essere pro verità. Se studiate davvero, se guardate i fatti, se usate testa e cuore insieme, il resto verrà da sé.