Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Testata: Il Foglio Data: 15 febbraio 2026 Pagina: II Autore: Pierluigi Battista Titolo: «Effetto Rushdie»
Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 15/02/2026, a pag. II, con il titolo "Effetto Rushdie", l'analisi di Pierluigi Battista.
Pierluigi Battista
Salman Rushdie è simbolo vivente della libertà d’espressione, sopravvissuto alla fatwa di Khomeini e all’attentato del 2022, e rimasto coerente nella difesa del diritto di offendere contro ogni fanatismo
Meno male che Salman Rushdie c’è. Meno male che è scampato – sia pur con un occhio in meno e il corpo devastato – alle furiose coltellate di un fanatico che nell’agosto del 2022, in un anfiteatro di Chautauqua nel nord dello stato di New York, voleva dare compimento con trentaquattro anni di ritardo alla fatwa omicida di Khomeini nei confronti del blasfemo autore dei Versi satanici.
Per fortuna in tutti questi anni, braccato e maledetto, lo spirito combattivo di Rushdie ha fieramente resistito. Per fortuna continua la sua battaglia uno scrittore che ha fatto della libertà d’espressione un valore assoluto e non negoziabile secondo convenienze e appartenenze. Meno male che Rushdie sia uno dei pochi a non farsi sommergere dall’ipocrisia di chi – in Italia ne abbiamo a bizzeffe, e sono tra i più ciarlieri e prepotenti – invoca la libertà per sé e per la propria tifoseria e la censura per gli altri. Meno male, ora è uscita la traduzione in Italia dei saggi di Rushdie,Linguaggi della verità (Mondadori): l’uscita di ogni suo libro è una boccata d’ossigeno e di libertà e in queste pagine Rushdie, lo ha ricordato sulla Lettura del Corriere della Sera Vanni Santoni, non manca nemmeno la libertà dianeddoti molto compromettenti per la sua famiglia: “Il nonno che si dava arie da saggio e si rivelò pedofilo e uno zio che collaborava con i servizi segreti pakistani che coprirono Osama Bin Laden”.
Rushdie non avrebbe certo desiderato diventare il simbolo della libertà martirizzata dal fanatismo e dal terrorismo ideologico e religioso. Ma quando nel 1988 l’ayatollah Khomeini invocò “la morte dolorosa” (“dolorosa”, sottolineato) del blasfemo autore dei Versi satanicicominciò subito una spaventosa caccia all’uomo con punte di sadismo e – questo è il terreno della vergogna e dell’omertà – con poche vere manifestazioni di solidarietà da parte degli scrittori e degli intellettuali indotti dalla paura a non mettersi contro i potenti. I potenti veri, quelli dediti all’assassinio politico e all’annichilimento anche fisico di ogni dissidente. Nelle piazze islamiche incandescenti di odio per il Nemico, si accesero falò con il libro anatemizzato. Sui cartelli che raffiguravano Rushdie in sembianze diaboliche si incitava all’annientamento dello scrittore storpiandone il nome: “Impiccate Satan Rushdie”. Khamenei, in questi ultimi mesi il carnefice numero uno dei manifestanti di Teheran, proclamò: “La freccia nera del castigo sta per conficcarsi nel cuore di questo blasfemo bastardo”. Il prezzo della taglia milionaria garantita per chi fosse stato in grado di scovare il rifugio di Rushdie aumentò da subito vertiginosamente. Il traduttore giapponese dei Versi satanici venne sgozzato. Quello norvegese accoltellato. Quello italiano, Ettore Capriolo, fu ritrovato miracolosamente vivo in una pozza di sangue, massacrato dalle pugnalate: da quel momento ha lasciato il mestiere di traduttore. Ma la libertà d’espressione, appunto, non godeva di grande favore, anche se non ai livelli miserevoli in cui è ridotta adesso, soffocata nella tenaglia di una doppia censura di opposti, della destra trumpiana da una parte e della sinistra immersa nell’oscurantismo woke dall’altra.
In quell’anno l’allora principe Carlo si mostrò molto riluttante a spendere denaro monarchico per scorte e alloggi segreti a favore di uno scrittore minacciato di morte che aveva, a suo principesco avviso, offeso la religione (anche se, anni dopo, la saggia regina Elisabetta nominerà Rushdie baronetto). Cat Stevens, autore in passato di una canzone meravigliosa come Father and Son, diventato (“reincarnatosi”, ha detto lui in estasi mistica) Yusuf Islam dopo la conversione, dichiarò di essere “disposto a chiamare gli squadroni della morte, se solo avesse saputo dove si trovava quel blasfemo”. Lo storico Hugh Trevor-Roper, fresco di reputazione irrimediabilmente macchiata per avere perorato la causa dell’autenticità dei diari di Hitler rivelatisi una patacca, non si risparmiò nell’abiezione adulatoria verso i carnefici: “Non verserei una lacrima se qualche musulmano inglese lo aspettasse in un angolo buio per insegnargli le buone maniere”. Al coro dei complici della fatwa si accodarono la femminista Germaine Greer, Roald Dahl (le cui opere sono ora purgate dalla follia della cancel culture: ben gli sta, postumo), persino Jimmy Carter e buona parte degli esponenti più in vista dei Conservatoriinglesi. Per fortuna a questa ondata di umiliante sottomissione ai mandanti di un assassinio si ribellò una pattuglia agguerrita di intellettuali decisi a difendere in tutto il mondo la libertà d’espressione come valore universale violentemente messo in discussione dal fanatismo integralista: da Martin Amis a Christopher Hitchens, da Umberto Eco a Ian McEwan, da Susan Sontag a Paul Auster e pochi altri. Stephen King avvertì bruscamente le catene di librerie che avrebbe ritirato tutte le copie dei suoi bestseller se avessero messo in pratica la decisione di togliere dagli scaffali l’opera di Rushdie per inchinarsi al diktat degli ayatollah: “Se non vendete i Versi satanici non venderete Stephen King”. La minaccia funzionò. Anche se l’offensiva dei fanatici era potente e pervasiva. Persino il premio Nobel per la letteratura, l’egiziano Nagib Mahfuz, già messo all’indice dagli integralisti che avevano considerato come “vilipendio all’Islam” meritevole di “dolorose” punizioni il romanzo Il rione dei ragazzi, ebbe qualche esitazione a venire in soccorso dell’amico Rushdie. Nel 1994 però, la “dolorosa” punizione violenta arrivòanche per l’ottantaduenne Mahfuz, colpito più volte alla gola con un coltello (sempre un coltello, un pugnale, un oggetto acuminato) in una strada del Cairo. “Terrorismo culturale”, lo definì Rushdie. Ma alla fine Mahfuz si unì a un centinaio di scrittori e intellettuali musulmani che si erano schierati con un libro interamente dedicato allo scrittore braccato, For Rushdie: un atto di coraggio che nell’occidente dove non si rischiava nulla non venne nemmeno indicato come esempio.
Se sulle librerie funzionò bene la minaccia di King, ebbe meno risultati la battaglia di Rushdie, negli anni e decenni successivi, a favore della libertà d’espressione. Dopo la carneficina islamista dei vignettisti di Charlie Hebdo nel gennaio del 2015, Rushdie si fece promotore con il Pen club degli Stati Uniti di un riconoscimento, il “Centenary Courage Award”, come premio e omaggio al settimanale che aveva osato, dopo aver peraltro pubblicato vignette molto caustiche e corrosive sulla religione cristiana e su quella ebraica, mettere in copertina un disegno decisamente irriverente su Maometto. Ma molti autori, lo ricorda lo stesso Rushdie in Knife (Mondadori) – il racconto dei giorni che seguirono l’accoltellamento per mano del fanatico musulmano nel 2022 – giudicarono quella scelta “islamofobica e statalista”: “C’era stata una bella baruffa.Alcune amicizie si erano interrotte, e lo dico per esperienza diretta, perché pensavo, e penso tuttora, che la scelta di non solidarizzare con i nostri colleghi massacrati dai terroristi islamisti per aver disegnato delle vignette sia indice di confusione morale”. “Il terrore non deve terrorizzarci. La violenza non deve fermarci. La lutte continue. La lotta continua”, disse in una cerimonia dove non era presente la principale avversaria del riconoscimento a Charlie Hebdo, la scrittrice Joyce Carol Oates. Ma il terrore terrorizzava allora e continua a terrorizzare, la violenza fermava e continua a fermare molti scrittori che hanno accettato volentieri, e con spirito di branco addomesticato, la soggezione, il silenzio, l’omertà, la condizione di procedere con la “lingua tagliata”, secondo la celebre immagine di Elias Canetti, per non essere accusati di quella autentica impostura intellettuale chiamata “islamofobia” (per cui in Francia venne scaraventata sul banco degli imputati persino Oriana Fallaci). E del resto, proprio a pochi giorni dal massacro di Charlie Hebdo, con i corpi dei vignettisti crivellati dalle fucilate dei kalashnikov islamisti, Papa Francesco annunciò che non ci sarebbe stato nulla di cui stupirsi o indignarsi se qualcuno avesse deciso di reagire con un “pugno” a chi si fosse permesso di insultare la propria madre. Ma Rushdie tenne duro, allora e negli anni successivi, fino a dichiarare con una punta di provocatoria e consapevole baldanza che “la libertà di espressione cessa di esistere senza la libertà di offendere” e persino di “essere offesi”. Una visione molto radicale (e rara in un mondo intellettuale incline alla censura preventiva di opinioni considerate “offensive”) che vede nella libertà d’espressione la linfa vitale delle società aperte e non asfissiate da un Dogma indiscutibile. Un oltranzismo della libertà che ha indotto Rushdie a non retrocedere nemmeno in battaglie controverse e minoritarie. Come quando, in un’intervista alla Bild, Rushdie dopo il pogrom del 7 ottobre prese di mira i “giovani progressisti” il cui odio per Israele sconfinava nella simpatia per Hamas. “E’ assolutamente giusto che le persone di tutto il mondo siano profondamente angosciate da ciò che sta accadendo a Gaza”. Ma “vorrei solo che alcuni manifestanti menzionassero Hamas, perché è da lì che è iniziato tutto” e prendessero le distanze da una “organizzazione terroristica”: è “molto strano che giovani studenti e attivisti progressisti sostengano un gruppo terroristico fascista” e un regime come quello imposto da Hamas a Gaza, identico a quello dei talebani, dove era sconosciuta ogni forma di libertà, di dissenso, di critica, di eguaglianza tra uomo e donna, di riconoscimento minimo dei diritti degli omosessuali.
Nel disorientamento delle democrazie liberali, le minacce alla libertà e le giustificazioni più pretestuose per la sua limitazione, ha sostenuto Rushdie, sono partite dai luoghi dove meno te le saresti aspettate. In una lettera aperta a Harper’s Magazine, ispirata da Salman Rushdie e sottoscritta da 150 intellettuali nel 2020 tra cui Margaret Atwood, J.K Rowling, Ian Buruma, Martin Amis, Anne Applebaum, Jeffrey Eugenides, si affermava che “le potenti proteste per la giustizia sociale e razziale” non devono e non possono trasformare “la resistenza in un brand dogmatico e coercitivo” senza capovolgersi nel suo contrario e soprattutto a scapito della libertà d’espressione. “Il libero scambio di informazioni e idee sta diventando sempre più limitato” e la censura, diceva la lettera, si sta diffondendo ampiamente in tutta la cultura attraverso la pratica del “public shaming”, la “gogna pubblica”, con il rischio di semplificare brutalmente e in modo intollerante la discussione culturale nel nome di una “accecante certezza morale”. E così concludeva la lettera, anche con accenti disperati: “Le cattive idee si sconfiggono attraverso la loro esposizione, l’argomentazione e la persuasione, non cercando di zittire o allontanarle. Rifiutiamo qualsiasi falsa scelta tra giustizia e libertà. L’una senza l’altra non possono esistere”.
Un concetto che Rushdie ribadirà nel suo libro Knife in cui si descrive la progressiva atrofia della libertà d’espressione come un Armageddon finale tra due fanatismi contrapposti. La parola “libertà” era diventata un “campo minato”, secondo Rushdie: “Da quando i conservatori avevano cominciato ad appropriarsene, liberal e progressisti la stavano pian piano abbandonando, in favore di nuove definizioni del bene secondo le quali la gente non avrebbe più il diritto di mettere in discussione i nuovi dogmi. In quest’ottica la protezione dei diritti dovrebbe avere la precedenza sulla libertà di parola”. Ma “il progressivo allontanamento dai principi del Primo emendamento ha lasciato che questa pregevole parte della Costituzione americana cadesse nelle mani della destra che si è impadronita del Primo emendamento per mentire, insultare, calunniare”. Non è facile resistere a questa duplice ondata di tentazioni censorie, ma Rushdie si aggrappa al testo esplicito e luminoso del Primo emendamento come a una scialuppa di salvataggio: “Il Congresso non promulgherà leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione, o che ne proibiscano la libera professione; o che limitino la libertà di parola, o della stampa; o il diritto delle persone di riunirsi pacificamente in assemblea e di fare petizioni al governo per la riparazione dei torti”. Un testo chiaro, che non ammette deroghe, in cui Rushdie si è orientato come in una bussola mentale e morale anche prima della fatwa khomeinista. Anche nel romanzo I figli della mezzanotte,che nel 1981 lo ha reso celebre in tutto il mondo: un trionfo dell’immaginazione, del simbolismo magico, perfino delle allucinazioni oniriche dove però non si nascondeva il prezzo enorme dell’intolleranza tra indù e musulmani esplosa con la Dichiarazione d’indipendenza dell’India: undici milioni di esseri umani trascinati nel vortice di un doppio esodo apocalittico, un milione di morti, territori ancora contesi e bagnati di sangue. Rushdie nasce culturalmente, assieme all’indipendenza dell’India, nel culto della libertà d’espressione: meno male che Rushdie c’è.
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