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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Shalom Rassegna Stampa
15.02.2026 Dopo l’Iran, il pericolo verrà dalla Turchia?
Analisi di Ugo Volli

Testata: Shalom
Data: 15 febbraio 2026
Pagina: 1
Autore: Ugo Volli
Titolo: «Dopo l’Iran, il pericolo verrà dalla Turchia?»

Riprendiamo da SHALOM, l'analisi di Ugo Volli dal titolo "Dopo l’Iran, il pericolo verrà dalla Turchia?".

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Ugo Volli

Recep Tayyip Erdogan. L'ostilità del presidente turco nei confronti di Israele è sempre più concreta.

Il rinvio della resa dei conti con l’Iran
Per quel che si può capire dalle fonti pubbliche, la resa dei conti con l’Iran è rinviata di almeno un altro mese. Trump ha dichiarato alla stampa di voler dare tempo alle trattative fino alla fine di marzo e Netanyahu, pur avendo detto che non ha la minima fiducia nella volontà degli ayatollah di trattare davvero, non può certo portare Israele a uno scontro col presidente americano attaccando prima di questo termine. Tutta questa dilazione può essere un trucco, perché nel frattempo il dispositivo bellico americano in Medio Oriente si rafforza continuamente, ma questa crescita militare può essere anche solamente uno strumento di pressione. Al di là dell’Iran, a Israele restano comunque due ragioni di preoccupazioni, una immediata e una di lungo periodo, che si incrocia però con la prima.

La situazione a Gaza
Il problema immediato sta a Gaza, dove Hamas lavora per ricostruire le proprie forze e sporadicamente attacca Israele dai tunnel, anche se è isolato dalla maggior parte dei rifornimenti (anche se ogni giorno ci sono droni che cercano di portargli armi dal Sinai egiziano). Inoltre nella zona di Gaza che controlla (intorno al 40% della Striscia) Hamas ha reimposto il proprio potere sulla popolazione eliminando nemici e riscuotendo tasse. Le violazioni della tregua portano a scontri con le truppe israeliane. Nel frattempo, c’è una pressione internazionale per evitare lo sbandamento di Hamas, anche fra i consiglieri di Trump c’è chi vorrebbe lasciare ai terroristi le “armi leggere”. È comunque difficile che fra i reparti internazionali che in teoria dovrebbero prendere il controllo della Striscia ve ne sia qualcuno disposto a fare il difficile lavoro di disarmare e neutralizzare Hamas, che ha dichiarato più volte di rifiutare la cessione delle armi. È possibile che alla fine il compito torni all’esercito israeliano, aprendo un nuovo ciclo di scontri. Un analogo livello di preoccupazione si ha per l’altro teatro di guerra dove Israele ha vinto, ma non ha potuto concludere l’azione: il Libano, dove pure Hezbollah tenta di riarmarsi e riorganizzarsi.

Il ruolo della Turchia
Fra i paesi che si candidano e preparano le loro truppe al controllo di Gaza c’è l’Indonesia, il più popoloso paese islamico del mondo, da sempre piuttosto ostile a Israele, ma così lontano da non essere pericoloso per quello che potrebbe fare ma solo preoccupante per una probabile tolleranza e copertura dei terroristi. Molto più inquietante è la candidatura della Turchia, su cui si concentra la seconda preoccupazione di Israele, quella di lungo periodo. Come l’Iran, anche la Turchia è un potere imperiale, con nostalgia della sua passata egemonia su tutto il Medio Oriente; anch’essa è stata a lungo in passato alleata di Israele e ha cambiato posizione con l’avvento al potere degli islamisti. In particolare, l’ostilità a Israele è un punto focale della politica di Recep Tayyip Erdogan, primo ministro dal 2003 al 2014 e poi fino a oggi presidente della Repubblica, capo del partito islamista AKP, imparentato con la Fratellanza Musulmana.

Un’ostilità sempre più concreta
Questa inimicizia è rimasta a lungo poco attiva, limitata a tentativi di influenzare in senso islamista gli arabi di Gerusalemme. a condanne verbali della politica israeliana contro i terroristi e a gesti velleitari come la contestazione degli accordi di Israele con Cipro per lo sfruttamento del gas sottomarino o di recente il blocco del passaggio degli aerei israeliani sull’Anatolia. Questa scarsa incisività era dovuta all’influenza moderatrice della Nato, cui la Turchia aderisce nonostante i giri di valzer con la Russia, alla rivalità con l’Iran e soprattutto alla diffidenza del mondo arabo nei confronti dei tentativi revanscisti dell’ex potenza imperiale che li aveva duramente dominati per secoli. Ora, dopo la vittoria israeliana, chiara benché ancora incompleta, nella guerra scatenata dall’Iran il 7 ottobre 2023, questi fattori di moderazione sono meno influenti. La Turchia si sente più forte dell’Iran e ne ha preso il posto in alcuni teatri strategici, innanzitutto in Siria e in parte nel sostegno ai vari gruppi terroristi mediorientali, nonostante le differenze religiose. I paesi arabi principali, innanzitutto Egitto e Arabia Saudita, non vedono più come pericolo principale la sovversione sciita guidata dall’Iran e quindi hanno cambiato atteggiamento nei confronti di Israele, non più considerato come un alleato contro l’Iran ma come una potenza egemone nella regione da cui guardarsi. Chi ai loro occhi può controbilanciare questa potenza è proprio la Turchia. Si è delineata così non solo una maggiore assertività turca, anche sulla base del buon rapporto che Erdogan intrattiene sia con Putin che con Trump, ma l’inizio della formazione di un nuovo blocco strategico contro Israele (e contro gli Emirati, che restano alleati): Turchia, Egitto, Arabia, la Somalia, la quale entra nel gioco perché Israele ha recentemente riconosciuto il Somaliland che essa rivendica come suo. Non si tratta per ora di un pericolo imminente come quello suscitato dall’Iran e dai suoi alleati, anche perché Egitto e Arabia almeno hanno tutto da temere dalla prospettiva di disordini regionali. Inoltre, la Fratellanza musulmana, cui Erdogan è organico, è nemica tanto del regime egiziano quanto di quello saudita, ancor più ora per via dei suoi tentativi riformisti.

Pericoli
Ma vi sono rischi reali. La piazza araba è fortemente anti-israeliana, anche se è stata tenuta a freno in questi ultimi anni e i governi devono tenerne conto. La pace con l’Egitto è molto fredda, nonostante gli accordi sulla vendita di gas israeliano conclusi recentemente e l’esercito egiziano si è rafforzato nel Sinai ben oltre gli accordi di pace. L’Arabia è una potenza economica fondamentale nella regione e senza di essa gli “accordi di Abramo” sono assi meno efficaci. Ma il pericolo viene soprattutto dalla Turchia, che ha un esercito fra i più forti del mondo e ormai aspira apertamente anch’essa all’armamento nucleare. Soprattutto la Turchia non è lontana da Israele, a differenza dell’Iran, sia per via di mare che di terra e controlla ormai il regime siriano con cui Israele cerca un accordo di pace con risultati non chiari. Se ci fossero contemporaneamente soldati turchi a Gaza e nella Siria meridionale, il rischio di un attacco contemporaneo su due fronti terrestri sarebbe molto grave. Questa è la ragione per cui Netanyahu ha posto il veto alla presenza di truppe turche a Gaza e, aiutando i drusi e negoziando con il governo siriano di Al Jolani, cerca di allontanare dal Golan fino all’altezza di Damasco ogni possibile concentrazione militare ostile. Ma il rischio esiste: non è affatto detto che il cambio di regime in Iran, se davvero Trump riuscirà a ottenerlo, elimini le tensioni dal Medio Oriente.

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