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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Setteottobre Rassegna Stampa
14.02.2026 Questo è Onu: l’Iran alla vicepresidenza della Commissione per lo sviluppo sociale
Cronaca di Paolo Montesi

Testata: Setteottobre
Data: 14 febbraio 2026
Pagina: 1
Autore: Paolo Montesi
Titolo: «L’Onu, l’Iran alla vicepresidenza della Commissione per lo sviluppo sociale»

Riprendiamo dal giornale di SETTEOTTOBRE online, il commento di Paolo Montesi dal titolo: "L’Onu, l’Iran alla vicepresidenza della Commissione per lo sviluppo sociale"

Un rappresentante del regime islamico entra nel bureau dell’organismo che promuove democrazia, inclusione e parità di genere. Proprio mentre il regime massacra i suoi cittadini a migliaia.

Ci sono decisioni che, pur muovendosi dentro le regole formali della diplomazia multilaterale, finiscono per produrre un effetto politico che va ben oltre la procedura e l’elezione dell’Iran alla vicepresidenza della Commissione per lo sviluppo sociale delle Nazioni Unite appartiene a pieno titolo a questa categoria, perché coinvolge un organismo che nei propri documenti programmatici richiama con insistenza la promozione dei diritti umani, la partecipazione democratica, la tutela delle donne e la riduzione delle disuguaglianze. Veder sedere in una posizione di guida un rappresentante della Repubblica islamica, mentre nel Paese continuano a essere documentate repressioni nei confronti del dissenso politico e restrizioni pesanti nei confronti della libertà femminile, crea un cortocircuito che non può essere liquidato come una semplice rotazione geografica.

Il diplomatico eletto è Abbas Tajik, membro della Missione permanente dell’Iran presso le Nazioni Unite a New York. Non si tratta di un dirigente politico di primo piano a Teheran, bensì di un funzionario incaricato di rappresentare ufficialmente lo Stato iraniano nei consessi multilaterali, e proprio per questo la sua nomina assume un valore simbolico rilevante, poiché rende visibile la piena legittimazione internazionale di un regime che, sul piano interno, è accusato da anni di violazioni sistematiche dei diritti fondamentali. Non è Tajik, in quanto individuo, a essere al centro della questione; ciò che conta è il segnale istituzionale che passa attraverso la sua elezione.

Si badi bene che la Commissione per lo sviluppo sociale non è un organismo marginale e che si occupa di temi che toccano direttamente la vita quotidiana delle persone, dalle politiche per l’inclusione alla protezione delle fasce più vulnerabili, e lavora su linee guida che dovrebbero rafforzare l’idea di una società aperta, pluralista e rispettosa delle differenze. In questo quadro, la presenza dell’Iran nel suo bureau solleva interrogativi che non riguardano solo la coerenza morale dell’Onu, ma anche la credibilità dell’intero sistema multilaterale, il quale rischia di apparire incapace di distinguere tra la rappresentanza formale degli Stati e il rispetto sostanziale dei principi che dichiara di promuovere.

I difensori della scelta ricordano che le Nazioni Unite sono un’assemblea universale, dove siedono governi molto diversi tra loro, e che le cariche interne rispondono a criteri di equilibrio regionale e di consuetudine diplomatica. È un argomento noto, e in parte fondato, tuttavia non elimina il problema di fondo, perché quando un organismo che parla di uguaglianza di genere e di non violenza assegna ruoli di responsabilità a Stati che vengono regolarmente criticati per la repressione delle proteste e per le restrizioni alla libertà personale, la distanza tra parole e realtà diventa troppo evidente per essere ignorata.

L’Iran, negli ultimi anni, è stato al centro di un’attenzione internazionale costante a causa delle proteste interne e della risposta dura delle autorità, e la questione dei diritti delle donne è tornata con forza nel dibattito globale. In questo contesto, l’elezione alla vicepresidenza della Commissione per lo sviluppo sociale non può essere letta come un atto neutro, perché contribuisce a normalizzare la presenza di Teheran in ruoli che, almeno sul piano simbolico, evocano valori che il regime viene accusato di comprimere entro i propri confini.
Il rischio, per le Nazioni Unite, è quello di trasmettere l’idea che i principi affermati nei documenti ufficiali possano convivere senza attrito con scelte che ne svuotano la portata politica. Se l’universalità diventa l’unico criterio, e se la procedura prevale sempre sulla coerenza, l’istituzione finisce per proteggere se stessa più di quanto non protegga le persone a cui dice di rivolgersi. In un’epoca in cui la fiducia nelle organizzazioni internazionali è già fragile, ogni decisione che appare come una concessione alla realpolitik contribuisce a eroderne ulteriormente l’autorevolezza, e questa è una conseguenza che non si può archiviare come un dettaglio tecnico.


info@setteottobre.com

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