Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Iran, Trump invia la Gerald Ford (e Starlink) Cronaca di Mariano Giustino
Testata: Il Riformista Data: 14 febbraio 2026 Pagina: 6 Autore: Mariano Giustino Titolo: «Iran, Trump invia la Gerald Ford (e Starlink)»
Riprendiamo dal RIFORMISTA di oggi, 14/02/2026, a pagina 6, l'analisi di Mariano Giustino: "Iran, Trump invia la Gerald Ford (e Starlink) ".
Mariano Giustino
Gli Usa mandano la loro portaerei più grande, la USS Gerald Ford, nel Golfo, a rafforzare lo schieramento navale contro l'Iran. Segnale inequivocabile che Trump non sta mollando la presa, benché apparentemente continui a tergiversare con inutili negoziati.
Alla 62ª Conferenza sulla sicurezza di Monaco è presente anche il principe Reza Pahlavi. Un segnale politico non secondario: il vento sembra cambiato e una parte della comunità internazionale appare disposta a riconoscere nel figlio del deposto scià una possibile leadership in grado di garantire una transizione democratica in un Iran post-ayatollah. Pahlavi ha invitato gli iraniani a riprendere le proteste a partire dalla notte del 15 febbraio, lanciando un appello a gridare dalle abitazioni e dai tetti per otto notti consecutive slogan contro il regime.
Sul fronte tecnologico e informativo, l’amministrazione Trump avrebbe inviato clandestinamente in Iran circa 7.000 terminali Starlink per spezzare l’isolamento imposto dall’oscuramento della rete Internet, che si protrae da oltre un mese. Secondo diverse fonti, i fondi sarebbero stati riallocati da altri programmi per la libertà di accesso alla rete e l’ordine di spedizione sarebbe arrivato direttamente dal presidente.
Parallelamente si rafforza il dispositivo militare statunitense nella regione. Alla portaerei Abraham Lincoln, già schierata con il suo gruppo d’attacco composto da caccia, missili Tomahawk e unità navali di supporto, si aggiungerà la Gerald R. Ford, la più grande portaerei al mondo, partita dal Mar dei Caraibi verso il Medio Oriente. Due gruppi navali d’attacco si troveranno così davanti alle coste iraniane. Nella regione, inclusa la Giordania, sono state dispiegate nuove batterie antimissile THAAD per rafforzare le difese israeliane; immagini satellitari mostrano che alcuni sistemi già presenti sono stati riposizionati per intercettare eventuali missili iraniani in caso di rappresaglia. Il Pentagono ha inoltre intensificato la pressione navale nel Golfo Persico, ufficialmente per garantire la sicurezza dei Paesi dell’area, che pubblicamente si dicono contrari a un intervento americano ma che, secondo varie analisi, manterrebbero una posizione più ambigua.
Resta incerto se il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu abbia ottenuto le garanzie richieste durante l’incontro di due ore e mezza con Donald Trump nello Studio Ovale. Sul suo account Truth, il presidente statunitense ha ribadito di preferire la via diplomatica, pur lasciando sul tavolo l’opzione militare e avvertendo che, qualora la diplomazia fallisse, le conseguenze per l’Iran sarebbero “molto traumatiche”. Israele teme che l’ambizione di Trump di conseguire una vittoria diplomatica con un nuovo accordo sul nucleare possa indurlo a sottovalutare minacce ritenute più urgenti, in particolare l’arsenale missilistico iraniano, e a concedere un alleggerimento delle sanzioni che rafforzerebbe il regime e le sue ramificazioni regionali.
Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha dichiarato in un’intervista che gli Stati Uniti sembrerebbero disposti a tollerare un arricchimento nucleare iraniano entro limiti ben definiti. Se così fosse, si tratterebbe di una svolta significativa, considerando che finora Trump aveva insistito sull’“arricchimento zero”, chiedendo non solo la fine del programma nucleare ma anche l’eliminazione delle scorte di uranio arricchito, la neutralizzazione delle capacità missilistiche, la cessazione del sostegno ai gruppi sciiti armati – il cosiddetto “asse della resistenza” – e la fine della repressione interna. Da Teheran, tuttavia, il ministro degli Esteri Araghchi ribadisce che la Repubblica islamica intende discutere esclusivamente del dossier nucleare.
Il divario tra Washington e Teheran rimane dunque profondo. Salvo un cambiamento radicale, appare improbabile che l’Iran accetti i compromessi auspicati dall’amministrazione Trump. Teheran non intende negoziare sui missili balistici, che considera essenziali per la propria deterrenza, né rinunciare alla capacità di arricchire l’uranio. In questo scenario, tra pressioni militari, manovre diplomatiche e tensioni interne, il futuro della regione resta appeso a un equilibrio estremamente fragile.
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