venerdi 13 febbraio 2026
CHI SIAMO SUGGERIMENTI IMMAGINI RASSEGNA STAMPA RUBRICHE STORIA
I numeri telefonici delle redazioni
dei principali telegiornali italiani.
Stampa articolo
Ingrandisci articolo
Clicca su e-mail per inviare a chi vuoi la pagina che hai appena letto
Caro/a abbonato/a,
CLICCA QUI per vedere
la HOME PAGE

vai alla pagina twitter
CLICCA QUI per vedere il VIDEO

Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



Clicca qui






Informazione Corretta Rassegna Stampa
13.02.2026 La catastrofe annunciata
Commento di Daniele Scalise

Testata: Informazione Corretta
Data: 13 febbraio 2026
Pagina: 1
Autore: Daniele Scalise
Titolo: «La catastrofe annunciata»

La grammatica della paura/11: La catastrofe annunciata
Commento di Daniele Scalise


Daniele Scalise

Rottura, escalation, Armageddon: la grammatica della paura nelle notizie sulle operazioni militari israeliane.

C’è una formula che ritorna con una puntualità quasi liturgica ogni volta che Israele avvia un’operazione militare, sia essa mirata contro un capo di Hamas, una risposta a razzi lanciati dal Libano o un’incursione in Cisgiordania dopo un attentato. È la formula dell’“inizio della fine”, dell’escalation irreversibile, della miccia che condurrà all’incendio globale. Non importa quale sia il contesto, quale sia la sequenza degli eventi, quale sia la scintilla che ha preceduto la reazione: l’operazione israeliana diventa immediatamente la soglia dell’Armageddon.

Questa non è solo una deformazione giornalistica, né un eccesso di enfasi da titolo urlato. È un meccanismo retorico preciso, una grammatica della paura che rovescia la cronologia e, insieme, il giudizio morale. L’azione che segue un’aggressione viene raccontata come se fosse l’atto originario, la causa prima, il punto da cui tutto precipita. I razzi, i sequestri, gli attentati, le infiltrazioni armate scompaiono sullo sfondo, diventano rumore di fondo o, al massimo, “tensioni pregresse”. L’intervento israeliano, invece, si staglia come evento assoluto, come rottura definitiva di un equilibrio che, a sentire certi commentatori, sembrava reggere fino a un minuto prima.

Il risultato è un fatalismo comunicativo che non invita a capire, ma a sospendere il giudizio. Se ogni operazione è l’inizio della catastrofe, allora non conta più discutere se fosse necessaria, proporzionata, inevitabile o evitabile. Conta solo l’idea che qualunque mossa produca un effetto domino incontrollabile. Si diffonde così una convinzione paralizzante: meglio non fare nulla, perché ogni azione è potenzialmente apocalittica.

È un dispositivo potente, perché si alimenta di immagini forti e di lessico escatologico. Si parla di “polveriera”, di “baratro”, di “guerra regionale alle porte”, anche quando i fatti raccontano una dinamica circoscritta, per quanto drammatica. La previsione della catastrofe diventa essa stessa la notizia principale, mentre l’analisi concreta dei dati militari, degli obiettivi dichiarati, delle regole d’ingaggio passa in secondo piano. Il pubblico viene così immerso in una atmosfera di inevitabilità, nella quale ogni gesto è già condannato prima ancora di essere compreso.

Questo schema ha un effetto ulteriore, più sottile. Sposta l’attenzione dalla responsabilità di chi ha innescato la sequenza degli eventi alla responsabilità di chi ha risposto. È una torsione narrativa che alleggerisce l’aggressore e carica l’aggredito del peso delle conseguenze globali. Se la tua reazione rischia di incendiare il Medio Oriente, allora la colpa potenziale di quell’incendio è tua, non di chi ha acceso il primo fuoco.

Non si tratta di negare che ogni operazione comporti rischi reali, né di minimizzare le sofferenze che inevitabilmente si producono in un conflitto. Si tratta di restituire complessità al discorso pubblico, sottraendolo alla tentazione dell’apocalisse permanente. Quando l’eccezione diventa la regola e l’Armageddon è sempre dietro l’angolo, il linguaggio smette di descrivere la realtà e comincia a deformarla.

La catastrofe annunciata funziona perché seduce. Offre una trama semplice, un prima e un dopo netti, un momento zero da cui tutto precipita. Ma la storia del conflitto mediorientale, con le sue stratificazioni, le sue responsabilità incrociate e le sue ripetizioni cicliche, è molto meno lineare. Ridurla a una sequenza di apocalissi imminenti significa, in fondo, sottrarre agli individui e agli Stati la possibilità di agire in modo razionale, perché ogni decisione viene già iscritta nel registro della rovina.

E così la paura diventa non solo una reazione emotiva, ma uno strumento politico e comunicativo. Chi la maneggia sa che un’opinione pubblica spaventata è più incline a giudicare per riflesso che per analisi. La vera sfida, allora, non è soltanto valutare le scelte sul terreno, ma imparare a riconoscere quando il linguaggio della fine del mondo viene usato per impedirci di pensare.


takinut3@gmail.com

Condividi sui social network:



Se ritieni questa pagina importante, mandala a tutti i tuoi amici cliccando qui

www.jerusalemonline.com
SCRIVI A IC RISPONDE DEBORAH FAIT