Riprendiamo l'articolo di Giulio Meotti, dalla sua newsletter, dal titolo: "Dal caviar al Qatar: la gauche invecchiata male e finita peggio".

Giulio Meotti
Nella gauche caviar, è il caviar che alla fine ha avuto la meglio.
Jack Lang, per mezzo secolo inattaccabile, è caduto a causa di Jeffrey Epstein.
Aveva osato tutto, Lang, da commissionare un film per glorificare se stesso alla capacità di nascondere i suoi rapporti con Epstein. Indossò una giacca con il collo alla Mao di Thierry Mugler che causò scandalo all’Assemblea Nazionale, dove le cravatte erano la norma. Lang alle feste diceva: “La cultura sono io”.
E ora la festa è finita. Lang aveva provato a salvarsi diventando ambasciatore de facto del Qatar, elogiando il ruolo dell’emirato sponsor di Hamas nel “disseminare l’Islam in Europa” e nel “difendere la Palestina”.
Nel 1987 da ministro della Cultura francese ha fondato l’Istituto del mondo arabo di Parigi, che da allora ha diretto grazie al sostegno e ai soldi del Qatar.
Al Bataclan non avevano ancora finito di contare i morti che Lang era già sui media a difendere il Qatar dalle accuse di finanziare il terrorismo islamico.

Jack Lang in Qatar
Dire Lang è dire Mitterrand, l’era della sinistra socialista caviale e champagne. Ne era il simbolo e il bardo che voleva “battere il fanatismo con la cultura”. Il gran ciambellano dal servilismo cortese, per non parlare del denaro pubblico speso senza freni.
Lo storico Pierre Vermeren su Le Figaro spiega la caduta del “goscismo culturale”.
Lang voleva portare l’arabo ovunque, dal festival di Avignone alle scuole pubbliche. Un personaggio degno di Sottomissione di Houellebecq.
Non era un sopravvissuto; era il simbolo di un’epoca in cui il servilismo cortese verso il potere si mascherava da progressismo e il denaro pubblico scorreva senza freni per finanziare festival, mostre e clientele.

Attentatori palestinesi in mostra al Jeu de Paume di Parigi
Mostre come quella al famosissimo Museo Jeu de Paume di Parigi, che ha ospitato gli attentatori suicidi palestinesi. La mostra “Death” della fotografa Ahlam Shibli ha presentato dozzine di attentatori suicidi palestinesi con didascalie che glorificano la loro morte.
Il mondo di ieri invecchiato male e finito peggio.
Per decenni, la sinistra politica e mediatica ha sostenuto Lang e ne ha fatto il proprio eroe. Oggi è un parafulmine, usato per deviare i fulmini e proteggere aree, settori, individui e personalità molto più sensibili. È una cortina fumogena.
Laurent Joffrin, caporedattore di Le Nouvel Observateur, ha dato la miglior definizione della gauche caviar: “Una sinistra che dice ciò che va fatto ma non fa ciò che dice, che ama il popolo ma evita di condividerne il destino, che vota con i lavoratori ma cena con la borghesia”.
Espressione abusata, “gauche caviar”, come “comunista col Rolex”, ma che indica un mondo che ha dominato la politica europea per decenni.
Uno dei suoi rappresentanti più noti, Dominique Strauss-Kahn, sappiamo come è finito (festini e orge).
“Nel 1990, la sinistra rivoluzionaria cedette il potere alla sinistra al caviale”, scrive Camille Kouchner ne La Familia Grande. Il suo patrigno, Olivier Duhamel, era un rinomato esperto di diritto costituzionale, onnipresente sui media dove vestiva i panni del progressista sentenzioso, candidato al Conseil Constitutionnel (la Corte suprema francese).
Duhamel era il re dell’aristocrazia intellettuale, compreso il ruolo di direttore di Sciences Po, la più prestigiosa università di Parigi, fintanto che, come Epstein, non è venuto fuori che aveva una passione per le minorenni.
Il libertarismo sessuale era rimasto l’unico cemento ideologico di questa cricca al potere e che per anni ha offerto protezione al terrorista rosso Cesare Battisti.
Poi l’antico fervore egalitario, da opportunismo sontuoso camuffato in raffinatezza culturale, si è trasformato in compiaciuta sottomissione a potenze petrolifere e regimi autoritari.
L’ultima sopravvissuta della dinastia è Ségolène Royal.
Non la ricordate, Ségolène?
Ancora si ricorda la sua guerra alla Nutella: “Contiene olio di palma, non mangiatela”.
E i sussidi per andare a lavorare in bicicletta, come nella Cina di Mao.

Prima consigliera di Mitterrand, poi compagna di vita e di partito di Francois Hollande (la cui presidenza è finita per una relazione extraconiugale, oltre che per le bombe al Bataclan), poi ministro per l’Ambiente e l’Energia, poi candidata alle presidenziali sconfitta da Sarkozy, poi candidata a guidare i Socialisti, poi ambasciatrice per l’Artico per Emmanuel Macron (sarebbe stato bello vederla alle prese con Donald Trump sulla Groenlandia), poi icona del gretismo prima di Greta e ora paladina della decolonizzazione.
La scorsa settimana la Royal ha compiuto una visita di alto profilo in Algeria, un paese che sta tenendo in ostaggio un giornalista francese (Christophe Gleizes) dopo aver imprigionato uno scrittore francese (Boualem Sansal).
La signora Royal ha ricevuto un’accoglienza più calorosa dei diplomatici. Si è svolto un incontro con il dittatore algerino Tebboune e i media in adorazione presso il Palazzo El Mouradia. Nessuna sorpresa: la soluzione della signora Royal è la sottomissione totale. Non solo ha evitato di menzionare il nome di Gleizes, ma ha anche detto agli algerini esattamente ciò che amano sentirsi dire: la Francia deve scusarsi e fare ammenda ancora e ancora. Ha denunciato “la retorica divisiva di coloro che ancora si rifiutano di riconoscere la sovranità nazionale dell’Algeria”. Chi sono questi vili colonialisti? Tebboune non avrebbe potuto dirlo meglio. Avrebbe potuto scrivere lui il suo discorso. Che classe.
Ségolène Royal, è vero, non è estranea alle lodi dei regimi autoritari.
Fece notizia nel 2007 quando elogiò la rapidità del sistema giudiziario cinese. E quello era solo l’inizio. Nel 2016, in qualità di ministro dell’Ecologia di Hollande, si recò a Cuba per i funerali di Fidel Castro. In quell’occasione, Royal lo salutò come “un monumento storico” e considerò “disinformazione” le denunce delle violazioni dei diritti umani commesse nel Gulag caraibico.
La Royal condivide con i suoi amici una spiccata passione per i regimi dittatoriali, soprattutto quando sono anti-occidentali e islamici. Champagne e Corano, Islam permettendo.
Possibile che tutti questi libertini siano finiti a lavorare per la mezzaluna?
Ha raccontato Jacques-Marie Bourget nel libro Le Vilain Petit Qatar:
“Secondo la classifica di The Economist, in materia di democrazia il Qatar si trova al 136esimo posto su 157 stati, dopo la Bielorussia. Stranamente, mentre tutte le anime belle evitano il baffuto dittatore Lukashenko, nessuno prova vergogna o rabbia nello stringere la mano di Al-Thani. E il fatto che il Qatar sia un inferno non scoraggia i grandi difensori dei diritti dell’uomo, soprattutto francesi, dall’andare ad abbronzarsi, invitati da Doha, da Segolene Royal a Najat Vallaud-Belkacem, da Dominique de Villepin a Bertrand Delanoe…”. Chiede Bourget: “Avete mai sentito Ségolène Royal e i magnifici campioni di libertà a Parigi citare il lavoro di Amnesty International sulla situazione in Qatar, alla quale sono andati in tutta coscienza e leggerezza?”.
E così la gauche caviar inclusiva, ipermoderna, emancipatrice, progressista, ecologica, imbevuta dell'ideologia della "diversità" e politically correct fino al grottesco, è diventata la “gauche abaya”, principale terreno per l’ingresso dell’Islam nella società europea. Jack Lang lo sapeva e aveva provato a rinnovarsi, stavolta non col botox, ma con gli emiri.
Come rivela il libro Qatar-France, une décennie de diplomatie culturelle, il Qatar ha pagato viaggi e assegnato premi a ex ministri della Cultura come Frédéric Mitterrand (il figlio) e Jack Lang, l’ex sindaco di Parigi Bertrand Delanoë, l’ex primo ministro Michel Rocard e l’intellighenzia di sinistra.
Anche Dominique De Villepin, che ora prova la volata presidenziale, si è messo a fare consulenza ai fondi sovrani islamici (Qatar in testa) e alle ricche famiglie del regime cinese.
E un’altra icona della gauche caviar, Laurent Fabius, il più giovane primo ministro di Francia nel 1984, è noto come “il miglior alleato del Qatar a Parigi”.
Quando Martine Aubry, sindaco di Lille, figlia dell’ex primo ministro e pezzo grosso dell’UE Jacques Delors, anche lei icona della gauche caviar, tenne un incontro con un imam a Roubaix, lui pretese che si svolgesse nel quartiere al 90 per cento musulmano, riconoscendo che il suo territorio era musulmano e che lei era tenuta a chiedere il permesso. La figlia di Martine, Manon Aubry, all’Europarlamento ha votato contro la liberazione del romanziere algerino Boualem Sansal.
Uno degli aspetti positivi dello scandalo Epstein è la caduta di questa monarchia di nepotisti e opportunisti che hanno contribuito a distruggere l’Europa. Quel che resta è un progressismo svuotato, ridotto a posture morali selettive: indignazione per l’Occidente, indulgenza per i suoi nemici.
Il caviar ha vinto e ha lasciato l’amaro in bocca a chi lo ha servito per troppo tempo. Ora resta solo il retrogusto stantio di un’epoca occidentale tramontata.
La newsletter di Giulio Meotti è uno spazio vivo curato ogni giorno da un giornalista che, in solitaria, prova a raccontarci cosa sia diventato e dove stia andando il nostro Occidente. Uno spazio unico dove tenere in allenamento lo spirito critico e garantire diritto di cittadinanza a informazioni “vietate” ai lettori italiani (per codardia e paura editoriale).
Abbonarsi alla sua newsletter costa meno di un caffè alla settimana. Li vale.
Per abbonarsi, clicca qui