Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Donald-Iran: non è affatto da escludere un attacco militare Analisi di Mariano Giustino
Testata: Il Riformista Data: 13 febbraio 2026 Pagina: 7 Autore: Mariano Giustino Titolo: «Donald-Iran: delusione Bibi. E i negoziati continuano...»
Riprendiamo dal RIFORMISTA di oggi, 13/02/2026, a pagina 7, l'analisi di Mariano Giustino: "Donald-Iran: delusione Bibi. E i negoziati continuano... ".
Mariano Giustino
L'incontro a porte chiuse fra Benjamin Netanyahu e Donald Trump riguardava soprattutto l'Iran. Cosa abbiano deciso, non è dato saperlo. Ma la forza americana nella regione del Golfo sta aumentando. La Turchia teme Israele e sta cercando di coinvolgere altri paesi mediorientali nel negoziato per evitare la guerra.
Dopo l’incontro a Washington tra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente Donald Trump, volto a orientare i negoziati statunitensi sul programma nucleare e missilistico iraniano, appare evidente che i prossimi giorni saranno “delicati e fatali” non solo per l’Iran ma per l’intero Medio Oriente. Secondo il quotidiano Ma’ariv, alla fine Trump potrebbe decidere di attaccare l’Iran.
Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno rafforzato il proprio dispositivo militare nella regione. Nuove batterie antimissile THAAD sono state dispiegate, anche in Giordania, per potenziare la difesa israeliana; immagini satellitari mostrano che alcuni sistemi già presenti nell’area sono stati riposizionati per intercettare eventuali missili iraniani in caso di rappresaglia. Il Pentagono ha inoltre intensificato la pressione navale nel Golfo Persico per offrire maggiori garanzie di sicurezza ai Paesi dell’area, ufficialmente contrari a un intervento americano ma, secondo diverse valutazioni, solo di facciata. Alla portaerei Abraham Lincoln, già operativa con il suo gruppo d’attacco composto da caccia, missili Tomahawk e varie unità navali, si aggiungerà una seconda portaerei.
Trump ha ribadito la propria posizione: “Vorrei che i negoziati con l’Iran continuassero per vedere se sarà possibile o meno raggiungere un accordo, ma se non fosse possibile non avremo altra scelta, la nostra risposta sarà dura”. La visita di Netanyahu negli Stati Uniti, organizzata rapidamente, è la settima dalla rielezione del presidente e giunge a meno di una settimana dai colloqui indiretti tra Teheran e Washington svoltisi in Oman. Alcuni funzionari israeliani ipotizzano che la ripresa dei negoziati possa servire a instillare nell’Iran un falso senso di sicurezza, aprendo la strada a un eventuale attacco a sorpresa; altri ritengono invece che Trump stia adottando una strategia più prudente, prendendo le distanze da precedenti aperture ai manifestanti antiregime iraniani.
Anche Ankara guarda con forte preoccupazione al programma nucleare iraniano. Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha avvertito che un’eventuale piena implementazione del nucleare da parte di Teheran potrebbe innescare una reazione a catena nella regione, spingendo Paesi rivali, inclusa la Turchia, a dotarsi di armi atomiche. Ankara insiste sulla via diplomatica e si oppone a un intervento militare, temendo che un’escalation possa provocare nuovi flussi di rifugiati e creare un vuoto di potere lungo i 550 chilometri di confine condivisi con l’Iran.
Per questo la Turchia ha tentato di promuovere un blocco regionale contrario alla guerra contro Teheran, cercando di esercitare pressioni su Trump affinché rinunciasse all’attacco, senza però ottenere risultati concreti. Se ad Ankara non piace l’idea di un Iran potenza nucleare, non piace neppure un Iran filoamericano o filoisraeliano: l’obiettivo turco resta un Iran debole e isolato. Diversa è la posizione degli Stati arabi del Golfo Persico (CCG), che preferirebbero una transizione ordinata o un cambiamento nei rapporti con Teheran. Per loro il problema non è tanto la natura del regime quanto la sua condotta regionale. Alcuni di questi Stati spingono per un ampliamento del tavolo negoziale ad altri attori regionali, nella convinzione che una partecipazione più ampia possa controbilanciare l’influenza israeliana sull’amministrazione Trump.
In un’ultima intervista, Hakan Fidan ha sostenuto che gli Stati Uniti sembrerebbero disposti a tollerare un arricchimento nucleare iraniano entro limiti chiaramente definiti. Se fosse confermato, sarebbe un punto di svolta: finora Trump aveva insistito sull’“arricchimento zero”, chiedendo non solo la fine del programma nucleare ma anche l’eliminazione delle scorte di uranio arricchito, la neutralizzazione delle capacità missilistiche, la cessazione del sostegno ai gruppi sciiti armati – il cosiddetto “asse della resistenza” – e la fine della repressione interna.
Da Teheran, tuttavia, il ministro degli Esteri Araghchi ribadisce che la Repubblica islamica intende discutere esclusivamente del dossier nucleare. Il divario tra Washington e Teheran rimane quindi profondo. Al momento, i missili balistici iraniani rappresentano la principale minaccia residua per Israele e per l’intero Medio Oriente, considerando che gli impianti nucleari sono stati parzialmente danneggiati nel conflitto dello scorso giugno.
Se l’Iran mantenesse la capacità di disporre di migliaia di missili balistici a lungo raggio, potrebbe preservare una credibile deterrenza anche in assenza di un’arma nucleare. Il possesso di tali missili, soprattutto se dotati di precisione e supportati da significative capacità di lancio, non costituisce una minaccia meno grave. È per questo che Teheran non appare disposta a negoziare su questo punto: la capacità missilistica è percepita come il cardine della propria deterrenza strategica.
Per inviare la propria opinione al Riformista, cliccare sulla e-mail sottostante.