Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Israele non farà mai sconti sulle armi leggere ad Hamas Analisi di Iuri Maria Prado
Testata: Il Riformista Data: 12 febbraio 2026 Pagina: 6 Autore: Iuri Maria Prado Titolo: «Israele non farà mai sconti sulle armi leggere ad Hamas»
Riprendiamo dal RIFORMISTA del 12/02/2026, a pagina 6, il commento di Iuri Maria Prado dal titolo "Israele non farà mai sconti sulle armi leggere ad Hamas"
Iuri Maria Prado
Se gli Usa, nel piano di pace, lasciassero davvero le armi leggere a Hamas, sarebbe un errore capitale. Perché anche solo con le armi leggere, il gruppo terrorista sarebbe in grado di infliggere danni e lutti a Israele, come ha sempre fatto. Il governo Netanyahu non è disposto ad accettare questo compromesso.
È stata presentata come una clamorosa indiscrezione rivelata dal New York Times, ma in realtà l’ipotesi circolava da settimane: la possibilità che Hamas, in una prima fase di un eventuale disarmo, potesse mantenere le “armi leggere” era già sul tavolo ben prima che la testata statunitense ne parlasse.
La questione, solo apparentemente marginale, è invece decisiva. È evidente che le formazioni terroristiche di Gaza operano anche – ma non soltanto – con razzi e granate. Il massacro del 7 ottobre è stato compiuto perlopiù con armi leggere, e limitarne il possesso a mortai e RPG non impedirebbe affatto il ripetersi di simili atrocità. Una sorta di licenza provvisoria al “porto di kalashnikov” non ridurrebbe le capacità offensive di Hamas: ne legittimerebbe piuttosto l’uso, solo perché singolarmente meno devastante di un missile.
Non è escluso che, in vista dell’attivazione della Fase 2 del Piano per Gaza, l’amministrazione statunitense possa essere tentata da una soluzione compromissoria. Del resto, già in occasione degli accordi per la tregua si consentì a Hamas di esercitare funzioni di “polizia”, poi tradottesi in esecuzioni pubbliche di presunti “traditori”. Tuttavia appare quantomeno improbabile che Israele, anche qualora accettasse formalmente una simile ipotesi, collaborerebbe davvero all’attuazione di un Piano che nella sua formulazione originaria prevedeva l’incondizionata smilitarizzazione della Striscia. È difficile immaginare che Benjamin Netanyahu – che ha formalmente aderito al cosiddetto Board of Peace riconosciuto dalla risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – possa prendere sul serio uno scenario che lasci i fucili nelle mani di migliaia di palestinesi intenzionati a usarli.
È vero che il viaggio negli Stati Uniti del premier israeliano era motivato, come egli stesso ha dichiarato, dall’urgenza di discutere una pluralità di dossier, a cominciare da quello iraniano. Ed è vero che tutto, in qualche modo, riconduce a Teheran: la guerra dei dodici giorni contro l’imminenza nucleare della Repubblica Islamica ha forse tamponato quel pericolo supremo, ma non ha neutralizzato il resto delle capacità offensive iraniane. In primo luogo il progetto balistico, addirittura intercontinentale, che potrebbe compensare i colpi inferti mesi fa ai siti di arricchimento dell’uranio.
L’esigenza di “schiacciare la testa del serpente” iraniano resta dunque al vertice delle priorità israeliane – e non solo israeliane, ma anche di Trump. Tuttavia il serpente ha deposto uova ovunque, e il nido di Gaza ne è ancora colmo. Pensare che, una volta schiuse, rappresenterebbero un problema minore e soltanto israeliano significherebbe tradire il principio su cui si fondava la risoluzione per il Piano di pace: che Gaza, così com’è, costituisce un pericolo per l’intera regione e per tutti i Paesi circostanti.
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