2 Lettere
1. I volti dell'antisemitismo
Cara Debora,
Ti scrivo perché seguo da tempo le tue battaglie contro l’antisemitismo e la tua analisi sempre lucida, e spesso dolorosa, sulle derive dell’odio anti-israeliano in Italia. C’è un tema che oggi più che mai grida vendetta per la sua ipocrisia e credo che nessuno meglio di te possa comprendere il senso di solitudine che prova chi osserva questa realtà con onestà intellettuale.
Mi riferisco all’incredibile disparità di trattamento mediatico e politico riservata a due episodi avvenuti di recente nel nostro Paese. A settembre, a Parma, quattro ragazzi sono stati ripresi mentre intonavano un canto fascista. La reazione è stata unanime: uno scandalo nazionale. Titoli in prima pagina, talk show dedicati al "pericolo nero", condanne durissime da parte di ogni schieramento. Giusto così, sia chiaro: il fascismo è una ferita aperta e l'apologia di quel regime non può avere spazio in una democrazia.
Tuttavia, quasi nello stesso arco di tempo, abbiamo assistito a qualcosa che, se possibile, è ancora più inquietante per la sua natura ideologica istituzionalizzata: il post dei Giovani Democratici di Bergamo con la frase "meglio porci che sionisti". Eppure, in questo caso, il silenzio è stato assordante. Non ci sono state maratone televisive, né richieste di scioglimento di organizzazioni, né l'indignazione collettiva che una frase del genere avrebbe dovuto scatenare.
Deborah, come sai bene, quella frase non è solo una critica politica. Dire "meglio porci che sionisti" significa utilizzare un linguaggio di deumanizzazione che affonda le radici nei secoli più bui della storia europea. Paragonare l'ebreo (o chi ne sostiene il diritto all'autodeterminazione, il sionista appunto) a un animale impuro come il maiale è un topos classico dell'antisemitismo che pensavamo di aver relegato ai musei dell'orrore. È l'essenza stessa del pregiudizio che diventa slogan politico sotto l'ombrello protettivo della "critica a Israele".
Ciò che mi spaventa non è solo l'ignoranza di questi giovani militanti, ma la reazione della cosiddetta "società civile". Perché il coro di quattro ragazzotti a Parma viene visto come una minaccia esistenziale allo Stato, mentre un messaggio d'odio così strutturato, proveniente dal cuore del mondo giovanile della sinistra istituzionale, viene derubricato a banale incidente di percorso o, peggio, ignorato?
Esiste oggi in Italia una gerarchia dell’indignazione. Sembra che l'antisemitismo, quando si maschera da antisionismo, diventi un "odio accettabile". Si ha l'impressione che la sinistra preferisca chiudere entrambi gli occhi pur di non affrontare il cancro che sta crescendo al suo interno, quel mix di terzomondismo e odio per le radici occidentali che vede in Israele il male assoluto.
Mi piacerebbe avere una tua riflessione su questo. Come possiamo combattere una battaglia culturale se le armi del giudizio morale non sono uguali per tutti? Se condanniamo il braccio teso – e dobbiamo farlo – ma restiamo in silenzio davanti alla deumanizzazione del "sionista", non stiamo forse tradendo quegli stessi valori di libertà e dignità umana che diciamo di voler difendere?
Il rischio è che, continuando con questo doppio standard, si finisca per normalizzare un odio che è pronto a esplodere in forme ancora più violente. La storia ci insegna che quando si inizia a dare del "porco" a qualcuno per la sua identità, il passo successivo è sempre più tragico.
Ti ringrazio per il coraggio che metti ogni giorno nelle tue parole. Spero che questa mia possa offrirti uno spunto per continuare a dare voce a chi non accetta di vivere in un mondo dove esistono forme d'odio di serie A e di serie B.
Luca
Caro Luca,
Ti ringrazio per la tua lettera bella e importante. Viviamo un momento storico davvero tragico che fa sentire molti di noi soli e sconfortati.
Dire “meglio porci che sionisti” non è una posizione politica. È un cortocircuito morale. È la scelta di trasformare una parola storica, sionismo, in un insulto, senza sapere (o fingendo di non sapere) cosa significhi davvero.
Il sionismo non è un’arma, non è una razza, non è un governo. È l’idea, elementare e legittima, che gli ebrei abbiano diritto a uno Stato dopo secoli di persecuzioni culminate nella Shoah. Tutto qui. Il resto è propaganda.
Si possono criticare i governi, le guerre, le scelte politiche. Ma quando “sionista” diventa sinonimo di qualcosa di ripugnante, quando lo si contrappone a un animale impuro per l'ebraismo per insultare, la critica finisce e inizia la disumanizzazione. È un meccanismo vecchio, sporco, purtroppo già visto. Il paradosso è che chi usa questi slogan si crede “dalla parte giusta della storia”. In realtà ne ripete i riflessi peggiori: semplificazione, odio, identità di un popolo con una storia millenaria ridotta a caricatura. È la politica che si trasforma in amoralità.
Un partito che si definisce democratico dovrebbe educare al pensiero , non applaudire l’ignoranza militante di un gruppo di giovinastri. Quando il linguaggio scivola così in basso, non colpisce solo Israele. Colpisce l’idea stessa che un popolo possa esistere senza chiedere permesso. E questo, comunque lo si mascheri, ha un nome preciso. Non è “provocazione”, è antisemitismo. Sporco antisemitismo.
Il sionismo è una cosa molto semplice e importante:
è il movimento di liberazione nazionale del popolo ebraico. Punto.
Nasce tra fine Ottocento e primo Novecento, in Europa, quando gli ebrei capiscono sulla propria pelle che l’integrazione non li protegge: pogrom a Est, antisemitismo “colto” a Ovest, esclusioni, leggi razziali, violenze. Il sionismo dice una cosa che allora risultava scandalosa ma che oggi è ovvia per qualunque altro popolo: anche gli ebrei hanno diritto a uno Stato e all’autodeterminazione.
Il sionismo non è un’ideologia monolitica:
- esiste un sionismo laico e socialista (il kibbutz),
- un sionismo liberale,
- uno religioso,
- persino un sionismo pacifista.
- Ridurre questo a una caricatura insultante è ignoranza storica, è razzismo.
Trasformare “sionista” in un insulto equivale a dire che l’unico popolo al mondo che non avrebbe diritto a uno Stato è quello ebraico. Ed è qui che l’“antisionismo” smette di essere critica politica e diventa discriminazione e odio.
Si può criticare una guerra ma bisogna distinguere tra aggressore e aggredito. Demonizzare il sionismo significa colpire il principio stesso dell’esistenza ebraica come popolo e soggetto politico. Ed è per questo che certe frasi non sono “provocazioni”: sono vecchi fantasmi trasformati in slogan che dimostrano solo l'ignoranza di chi li pronuncia credendo di essere spiritoso. Il mio primo pensiero, nel leggere questa notizia, è stato povera Italia, povera gioventù. Rabbia e pena per un simile analfabetismo del cervello e dell'anima.
Un cordiale shalom
Deborah Fait
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2. Francesca Albanese, portavoce dell'ONU o di Hamas?
Gentile Deborah,
ho letto gli ultimi deliri di F Albanese. E' stato commesso un grosso errore. La Albanese più che portavoce dell'Onu, sembra portavoce di Hamas.
Del resto con l'ONU che ormai è uno stipendìficio inservibile non ci si può aspettare di meglio. La realtà sta cambiando in peggio sotto i nostri occhi. Un tempo l'Onu aveva autorevolezza, spirito di sacrificio, coscienza della sua missione. Oggi è ridotto ad una burocrazia per chiacchieroni e opportunisti.
La gran parte dei paesi membri dell'Onu sono paesi dittatoriali e/o islamici, che odiano la democrazia. E dunque non c'è da sperare.
I portavoce stile Albanese prevarranno e insieme alla verità, divoreranno anche l'ONU
Saluti
Dante D'Alessandro
Caro Dante,
l'ONU è diventato un'organizzazione antisemita da molti anni ormai quindi personaggi come la Albanese sono i rappresentanti giusti. Nell'intervista rilasciata a Al Jazeera a Doha, accanto al rais del terrorismo di Hamas, Francesca Albanese ha superato sé stessa e i confini della moralità additando Israele come il "nemico dell'umanità", facendone così un bersaglio da colpire senza pietà. L'Onu è stato già divorato, adesso bisognerebbe digerirlo come un bubbone velenoso e scioglierlo quanto prima.
Un cordiale shalom
Deborah Fait