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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Il Riformista Rassegna Stampa
11.02.2026 Piano per Gaza e riarmo iraniano Bibi da Trump in cerca di risposte
Analisi di Giuseppe Kalowski

Testata: Il Riformista
Data: 11 febbraio 2026
Pagina: 7
Autore: Giuseppe Kalowski
Titolo: «Piano per Gaza e riarmo iraniano Bibi da Trump in cerca di risposte»

Riprendiamo dal RIFORMISTA di oggi 11/02/2026, a pagina 7, l'analisi di Giuseppe Kalowski dal titolo "Piano per Gaza e riarmo iraniano Bibi da Trump in cerca di risposte".


Giuseppe Kalowski

Nuovo incontro fra Trump e Netanyahu, a Washington, per decidere sui destini del Medio Oriente. Tantissima la carne al fuoco, si discuterà soprattutto sull'Iran, il dossier più bollente e chiaramente del futuro di Gaza. 

Negli ultimi giorni il clima è stato mite e assolato, quasi primaverile, inconsueto per la stagione. Un meteo che ha riportato la gente al mare come fosse estate, creando un contesto emotivo rilassato e gioioso. Un’atmosfera leggera, che stride però con ciò che si muove sotto la superficie.

In netto contrasto con questa apparente normalità, Netanyahu è partito ieri per Washington, dove oggi è previsto l’incontro con Donald Trump. Un viaggio già in agenda ma anticipato di una settimana alla luce della situazione estremamente delicata con l’Iran e dei primi colloqui indiretti svoltisi in Oman tra l’inviato americano Steve Witkoff e il ministro degli Esteri iraniano. In Israele l’aspettativa diffusa è che qualcosa stia per accadere. L’unica cosa che non può più continuare è lo status quo con Teheran.

Dopo aver accertato che il rimpiazzo dei missili balistici distrutti nella guerra dei dodici giorni procede a una velocità superiore alle previsioni, la preoccupazione del governo israeliano è cresciuta drasticamente. Il timore a Gerusalemme è che dai negoziati tra Iran e Stati Uniti possa emergere un accordo “al minimo”, politicamente utile a Washington ma incapace di tenere conto delle esigenze di sicurezza israeliane. Secondo quanto trapela, l’Iran potrebbe essere disposto a concessioni sul nucleare, ma non a rinunciare al proprio arsenale balistico, percepito in Israele come una minaccia esistenziale. Il rischio, agli occhi israeliani, è che un’intesa limiti di fatto la libertà d’azione di Israele, precludendo la possibilità di intervenire autonomamente contro Teheran.

Non a caso, nel Paese si guarda con scetticismo ai colloqui in corso e c’è chi auspica il loro fallimento, ritenendo strutturalmente inaffidabile il regime iraniano. Un collasso dei negoziati potrebbe innescare una risposta militare americana, probabilmente con il sostegno israeliano, soprattutto nel caso – ritenuto tutt’altro che remoto – di un attacco missilistico diretto contro il territorio dello Stato ebraico.

Netanyahu arriva a Washington con un obiettivo chiaro: convincere Trump a includere nei negoziati non solo il dossier nucleare, ma anche la limitazione dei missili balistici e la fine del sostegno iraniano a Hezbollah e agli Houthi. Per Israele non può bastare un accordo circoscritto al nucleare. Il premier intende ribadire la necessità di preservare la piena libertà operativa dell’IDF qualora l’arsenale balistico iraniano continuasse a crescere.

Il governo e le forze armate israeliane sono consapevoli di trovarsi di fronte a un’opportunità forse storica per ridimensionare la minaccia degli ayatollah e dei loro proxy regionali. Netanyahu teme tuttavia che Trump possa optare per un’azione militare limitata, sul modello di quella condotta contro gli Houthi, lasciando intatte le capacità strategiche iraniane e costringendo Israele a “finire il lavoro”.

L’incontro tra Trump e Netanyahu sarà dunque un vertice strategico a tutto campo: non solo legato ai negoziati Iran-USA, ma finalizzato a definire lo scenario nel caso in cui i colloqui fallissero. Non a caso, insieme al premier sono presenti il suo segretario militare e il direttore del Consiglio di Sicurezza Nazionale, Gil Reich. Sul tavolo potrebbe finire anche la seconda fase del piano Trump per Gaza, un progetto che fatica a decollare per la mancanza di volontà di Hamas di disarmarsi e per l’assenza di garanzie di sicurezza ritenute sufficienti da Israele.

Gerusalemme non si fida delle garanzie internazionali; il quadro multilaterale è paralizzato da veti incrociati e il rischio è uno stallo prolungato. Per questo Israele chiede all’amministrazione americana di assumersi la responsabilità di una svolta strategica capace di ridisegnare realmente gli equilibri di sicurezza della regione.

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redazione@ilriformista.it

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