martedi` 10 febbraio 2026
CHI SIAMO SUGGERIMENTI IMMAGINI RASSEGNA STAMPA RUBRICHE STORIA
I numeri telefonici delle redazioni
dei principali telegiornali italiani.
Stampa articolo
Ingrandisci articolo
Clicca su e-mail per inviare a chi vuoi la pagina che hai appena letto
Caro/a abbonato/a,
CLICCA QUI per vedere
la HOME PAGE

vai alla pagina twitter
CLICCA QUI per vedere il VIDEO

Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



Clicca qui






Il Foglio Rassegna Stampa
10.02.2026 Arroccati al potere, l'essenza del regime degli ayatollah
Commento di Tatiana Boutourline

Testata: Il Foglio
Data: 10 febbraio 2026
Pagina: I
Autore: Tatiana Boutourline
Titolo: «Tutto pur di resistere: l’essenza della Repubblica Islamica in due gesti»

Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 10/02/2026, a pag. I con il titolo "Tutto pur di resistere: l’essenza della Repubblica Islamica in due gesti" l'analisi di Tatiana Boutourline.

Tatiana Boutourline | ISPI
Tatiana Boutourline

Fin dal suo arrivo al potere, l'ayatollah Khomeini ha reso chiaro a tutti che dell'Iran (in quanto paese) non gli interessava nulla. L'unica cosa che contava, per il suo regime, era la conquista del potere per esportare la rivoluzione islamica nel mondo. Così è ancora oggi.

 A un mese dal più terrificante dei suoi massacri, l’ayatollah Ali Khamenei è comparso sugli schermi iraniani in un messaggio registrato diffuso a due giorni dal quarantasettesimo anniversario della Rivoluzione islamica. La scenografia era quella consueta, tende pesanti di velluto e sullo sfondo la solita foto del fondatore, Ruhollah Khomeini, e altrettanto consueti sarebbero stati i richiami alla forza, all’unità e all’orgoglio se Khamenei non avesse dovuto intervallarli continuamente con parole come “popolo” e “nazione” per invocare dimostrazioni di fedeltà alla causa. Il che dà la misura di quanta acqua sia passata sotto i ponti da quando l’ayatollah Khomeini rispose: “hicci”, ossia “niente”, a Peter Jennings dell’Abc che gli chiedeva cosa provasse a rimettere piede in Iran dopo quattordici anni di esilio. Era il 1 febbraio del 1979, Khomeini era appena sceso da un Boeing 747 dell’Air France, dieci giorni dopo lo scià avrebbe lasciato l’Iran per non farvi ritorno, l’ambasciatore americano all’Onu, Andrew Young, definiva Khomeini “una specie di santo” che non avrebbe mai trasformato l’Iran in uno stato islamico fondamentalista (“è fuori questione”, disse), e in quel clima fin troppi commentatori occidentali finirono a sdilinquirsi per quel “niente” così ascetico, così misterioso, così orientale, senza capire che in quel “niente” c’era tutto del progetto di Khomeini: l’Iran come un mezzo e l’islam rivoluzionario come il fine.

Quarantasette anni più tardi, la Repubblica islamica è uno stato-zombie in cui ogni gesto, ogni parola, ogni sparo girano intorno alla sopravvivenza del regime più ancora che all’islam, così mentre le forze di sicurezza presidiano le strade contro cittadini che invece di commemorare la Rivoluzione attendono la notte per gridare dalla finestra: “Khamenei cadrà. Questo è l’anno del sangue”, il sistema, al massimo della sua debolezza e al contempo della sua paranoia, si conta, rinserra le fila e punisce chi si smarca dalla linea della Guida suprema.

Ieri sono stati arrestati alcuni esponenti della galassia riformista tra cui l’ex parlamentare Ali Shokouri Rad e Azar Mansouri, segretaria del Partito di unità nazionale che ha sostenuto Massoud Pezeshkian alle elezioni presidenziali. Shokouri Rad e Mansouri devono affrontare l’accusa di “destabilizzazione”: in queste settimane, entrambi hanno criticato la ferocia della repressione, ma senza chiamare in causa Khamenei. In un nota il Partito di unità nazionale ha descritto come preoccupante la contrapposizione tra le forze di sicurezza e quanti hanno perseguito la loro attività politica entro il perimetro delle leggi della Repubblica islamica in un momento di gravi sfide interne e minacce esterne, evocando l’idea di una “rottura del sistema decisionale”. Eppure non c’è nulla di nuovo nelle purghe nei confronti dei cosiddetti riformisti, ogni stagione di proteste ha avuto le sue, perché il ruolo dei riformisti è quello di fungere da contro-canto, da suggerire la possibilità di una moderazione solo teorica (perché il regime ha ucciso indifferentemente con Mohammad Khatami, con Mahmoud Ahmadinejad, con Ebrahim Raisi e con Massoud Pezeshkian) e si montano la testa, se pensano davvero di poter dire qualcosa di diverso diventano subito eversivi, come è accaduto ai leader dell’Onda verde, Mir Hossein Moussavi e Mehdi Karroubi. “Abbiamo fallito”, ha scritto il sociologo ritenuto vicino al presidente Pezeshkian di cui qualcuno già parla come di un morto che cammina, Mohammad Fazeli. “Abbiamo dedicato la vita a evitare questo momento, ma abbiamo fallito. Abbiamo cercato nei libri, in lingue diverse, come evitare la violenza, come vivere diversamente, come comunicarlo alla gente e anche ai leader, e abbiamo fallito”.

Ma la verità è che nella Repubblica islamica il sogno del gradualismo dall’alto è morto, non tanto per l’incapacità e l’opportunismo di chi ha provato a incarnarlo, ma perché il regime è di per sé irriformabile, tant’è che, in uno dei suoi ennesimi cinici giri di giostra, Hassan Khomeini, il nipote di Ruhollah che del campo riformista è stato uno dei fari, ha presenziato a una cerimonia con il capo di stato maggiore dei pasdaran Abdolrahim Mousavi, un appuntamento in cui l’ospite d’onore è sempre stato Ali Khamenei. In queste settimane, va da sé, Hassan Khomeini non ha pronunciato una parola contro i massacri. “Se la Repubblica islamica cadesse – ha detto – per gli iraniani sarebbe peggio”.

Per inviare al Foglio la propria opinione, telefonare: 06/5890901, oppure cliccare sulla e-mail sottostante


lettere@ilfoglio.it

Condividi sui social network:



Se ritieni questa pagina importante, mandala a tutti i tuoi amici cliccando qui

www.jerusalemonline.com
SCRIVI A IC RISPONDE DEBORAH FAIT