Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
New York, l’ufficio contro l’antisemitismo affidato a chi attacca Israele Analisi di Rosa Davanzo
Testata: Setteottobre Data: 10 febbraio 2026 Pagina: 1 Autore: Rosa Davanzo Titolo: «New York, l’ufficio contro l’antisemitismo affidato a chi attacca Israele»
Riprendiamo dal giornale di SETTEOTTOBRE online, l'analisi di Rosa Davanzo dal titolo: "New York, l’ufficio contro l’antisemitismo affidato a chi attacca Israele"
La nomina di Phylisa Wisdom a capo dell’ufficio contro l’antisemitismo di New York è controversa perché proviene da ambienti progressisti radicalmente ostili a Israele e indulgenti verso Hamas
Definirlo ‘paradosso’ è un modo gentile per dire che si tratta di una vera e propria porcheria. E allora forse sarebbe venuto il momento di usare parole vere e non allusive quando parliamo della realtà che sta sotto i nostri occhi. In questi giorni rimbalza tra New York, le comunità ebraiche americane e i circuiti dell’attivismo progressista internazionale, una notizia che non si può liquidare come una polemica di parte o come l’ennesimo scambio di accuse sui social. Il nuovo sindaco Mamdani, salutato da una parte della sinistra come il volto di una città finalmente allineata ai movimenti più radicali, ha nominato Phylisa Wisdom direttrice generale dell’ufficio comunale incaricato di contrastare l’antisemitismo. Una scelta che, letta senza contesto, potrebbe sembrare neutra, perfino amministrativa, ma che diventa esplosiva se si guarda al profilo pubblico della persona scelta.
Wisdom non arriva dal mondo delle istituzioni né da quello della ricerca sui fenomeni d’odio, bensì da un’organizzazione progressista apertamente ostile allo Stato di Israele, che negli anni ha preso posizioni nette contro l’Idf e ha attaccato esponenti politici colpevoli, a suo giudizio, di aver condannato con troppa chiarezza Hamas dopo il 7 ottobre. Non si tratta di vecchi post dimenticati o di dichiarazioni estrapolate con malizia, ma di prese di posizione coerenti, reiterate, rivendicate come parte di una militanza che considera l’antisionismo una forma legittima di impegno politico e morale.
È qui che la nomina smette di essere una questione personale e diventa politica nel senso più pieno del termine, perché affidare la lotta all’antisemitismo a chi ha costruito la propria identità pubblica su una delegittimazione sistematica di Israele significa accettare, o quantomeno normalizzare, l’idea che l’odio antiebraico possa essere separato chirurgicamente dall’odio verso lo Stato ebraico. Un’idea che gran parte delle comunità ebraiche americane respinge da tempo, non per riflesso ideologico ma per esperienza concreta, avendo visto come slogan, campagne e boicottaggi formalmente diretti contro Israele si traducano spesso in intimidazioni, aggressioni e isolamento sociale di cittadini ebrei, soprattutto nei campus e negli spazi urbani più politicizzati.
La difesa dell’amministrazione Mamdani insiste sulla distinzione tra critica a un governo e pregiudizio religioso, ma questa distinzione, pur teoricamente sensata, mostra tutte le sue crepe quando chi è chiamato a tracciare il confine ha alle spalle un’attività che ha giustificato o minimizzato la violenza jihadista, presentandola come reazione comprensibile a una presunta oppressione strutturale. In un clima già segnato da un aumento degli episodi antisemiti, certificato da dati ufficiali e da rapporti delle principali organizzazioni ebraiche statunitensi, la sensazione diffusa è che la città stia lanciando un messaggio ambiguo, se non apertamente contraddittorio.
New York è stata a lungo un laboratorio delicato di convivenza, con una delle più grandi comunità ebraiche del mondo accanto a una galassia di movimenti politici e culturali spesso in tensione tra loro. Proprio per questo, chi guida le politiche contro l’antisemitismo dovrebbe incarnare una credibilità inattaccabile, capace di parlare a tutti senza sospetti di parte. La nomina di Wisdom, invece, sembra dire che la lotta all’odio può essere affidata anche a chi ha contribuito a ridefinirne i contorni, spostando l’asse dal pregiudizio verso gli ebrei a una battaglia ideologica contro Israele presentata come superiore, più giusta, più urgente.
Non sorprende che la reazione sia stata immediata e dura, perché al di là delle etichette e delle appartenenze, qui è in gioco una domanda semplice e scomoda: può chi considera lo Stato ebraico una realtà illegittima, e chi ha attaccato chi condanna Hamas, essere percepito come garante della sicurezza e della dignità degli ebrei newyorkesi. La risposta, per molti, è già scritta, e non promette nulla di buono per una città che rischia di trasformare una battaglia necessaria in un esercizio di ambiguità politica.