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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Il Tempo Rassegna Stampa
09.02.2026 Parla Daniel Pipes: ‘L’islam politico è l’ultimo totalitarismo rimasto’
Intervista di Francesco Subiaco

Testata: Il Tempo
Data: 09 febbraio 2026
Pagina: 9
Autore: Francesco Subiaco
Titolo: ««L'Islam politico è l'unica ideologia totalitaria rimasta. Combatterla è una priorità per tutto l'Occidente»»

Riprendiamo da IL TEMPO del 09/02/2026, a pag. 9, con il titolo "«L'Islam politico è l'unica ideologia totalitaria rimasta. Combatterla è una priorità per tutto l'Occidente»", l'intervista di Francesco Subiaco a Daniel Pipes.

Trump e l'arte del doppio ingraziamento: Intervista a Daniel Pipes

Daniel Pipes descrive il Medio Oriente come una regione in rapido mutamento, con Israele e Turchia potenze dominanti, l’Iran in declino e un futuro segnato dalla sfida centrale dell’islamismo politico.
Prevede il collasso a rallentatore del regime iraniano e una possibile rivoluzione anti-islamica, mentre la rivalità Ankara-Gerusalemme strutturerà blocchi regionali contrapposti

«L’Iran è a un punto di svolta. Ma la vera sfida è con l’islamismo politico». È questa la tesi di Daniel Pipes, docente, analista internazionale, direttore del Middle East Forum. Pipes ha prestato servizio in cinque amministrazioni statunitensi, svolgendo ruoli chiave, specie nell’era Bush, nell’ambito della sicurezza e dell’antiterrorismo.

Come valuta l’attuale scenario mediorientale?
«Come accade dalla Prima guerra mondiale, la regione continua ad attraversare cambiamenti rapidi, probabilmente i più rapidi al mondo. Oggi Turchia e Israele sono emersi come le potenze regionali dominanti, con gli Emirati Arabi Uniti che si rafforzano in modo impressionante. Al contrario, l’Iran ha perso la maggiore influenza, mentre ex potenze come Egitto, Siria e Iraq restano quasi irrilevanti. L’Arabia Saudita dovrebbe essere importante, data la popolazione, l’estensione territoriale e la spesa militare, ma rimane sempre più una potenza potenziale che reale».

In che modo la rivalità tra Turchia e Israele plasma le dinamiche regionali?
«Trent’anni fa la loro alleanza aveva profondità e apparente solidità, ma l’ascesa al potere di Recep Tayyip Erdogan nel 2003 ha profondamente cambiato la visione e l’orientamento della Turchia, verso l’islamismo e lontano dall’Occidente. Suggerisco di vedere questo cambiamento come paragonabile alla presa del potere dell’ayatollah Khomeini in Iran nel 1979, solo attuata in modo più democratico, meno violento e molto più competente. Le tensioni tra Ankara e Gerusalemme dominano già la politica siriana e probabilmente si estenderanno ad altre regioni, come Cipro, Gaza e la Somalia».

Quali scenari futuri dovremmo aspettarci in questo scacchiere in evoluzione?
«Ci si può aspettare che Israele e la Turchia guidino ciascuno un blocco rivale di paesi: i firmatari degli Accordi di Abramo da una parte, gli islamisti sunniti come Arabia Saudita e Qatar dall’altra».

Quali prospettive vede per il regime iraniano?
«La repressione e il fallimento economico fanno sì che sia in corso un collasso al rallentatore. Ogni insurrezione lo lascia ulteriormente indebolito. Alla fine una di esse rovescerà la dittatura. Se la rivoluzione islamica ha dato inizio all’attuale era del Medio Oriente, una rivoluzione anti-islamica la concluderà. Sarebbe il massimo dell’ironia se il figlio dello scià, deposto nel 1979, tornasse sul trono circa mezzo secolo dopo».

Come vede l’evoluzione della questione iraniana, a margine dell’incontro tra i governi statunitense e iraniano in Oman?
«Dato che la Repubblica Islamica dell’Iran crollerà, e che l’unica domanda è quando e come, la vera questione in Oman riguarda il ruolo degli Stati Uniti: faranno parte della soluzione oppure no? Detto più direttamente: attaccheranno il regime, come milioni di iraniani sperano, oppure no?».

Quanto è cruciale per l’Occidente la difesa della laicità e la protezione dall’islamismo?
«Poiché l’islamismo politico è l’unica ideologia totalitaria globale realmente solida (né Putin né Xi offrono grandi idee), combatterlo ha un’importanza suprema, grosso modo paragonabile alla lotta contro il fascismo nella Seconda guerra mondiale e contro il comunismo durante la Guerra fredda. Finora questa guerra è stata caratterizzata in Occidente soprattutto da autoinganno e codardia».

Come valuta la recente recrudescenza dell’antisemitismo nelle società occidentali?
«Essa differisce dalle precedenti forme di pregiudizio antiebraico perché è collegata principalmente alle azioni di Israele, e non alle comunità ebraiche nel mondo. Inoltre, tali azioni israeliane riguardano in modo schiacciante la Cisgiordania e Gaza in particolare, e non, per esempio, il Libano o l’Iran. Il pregiudizio antiebraico diminuirà solo quando Israele avrà risolto la questione palestinese. E ciò avverrà solo quando Israele capirà di dover ottenere la vittoria sulle leadership palestinesi, cosa che sorprendentemente non ha cercato fino ad ora».

Quali sviluppi dovremmo aspettarci nella guerra russa contro l’Ucraina?
«Ritengo che la copertura mediatica si concentri troppo sulle sofferenze in Ucraina. Esse sono reali, certamente, ma poiché gli ucraini stanno difendendo la loro patria da un conquistatore rapace, hanno la volontà di continuare, quindi quel tormento ha un’importanza secondaria. Le difficoltà nel raccontare ciò che accade in Russia fanno sì che le sofferenze lì ricevano molta meno attenzione, anche se hanno un significato molto maggiore: esse plasmano e potenzialmente minano la guerra di aggressione di Putin. Per questo motivo, ogni giorno in cui gli ucraini resistono li avvicina al successo. Ogni giorno mi rende più ottimista per l’Ucraina».

Come valuta la prospettiva di una forza militare dell’Unione Europea?
«L’ostilità di Trump verso gli alleati mi disgusta, ma ammetto di intravedervi un lato positivo. Finché gli Stati Uniti hanno avuto un potere schiacciante e lo hanno usato responsabilmente, come tra il 1945 e il 2008, i loro alleati potevano rilassarsi, spendere in servizi sociali e lasciare le questioni serie a Washington. Come osservai nel 1997, “l’adulto americano ha reso infantili gli altri”. Ma ora, dopo due presidenti statunitensi deboli, Obama e Biden, e ora uno imprevedibile e irresponsabile, quegli alleati devono maturare e assumersi responsabilità. Per l’Europa ciò significa lasciare il mondo piacevole del welfare e svegliarsi di fronte alle realtà dell’hard power: opporsi alla Russia, aiutare finanziariamente l’Ucraina e sviluppare una seria capacità militare in un’ottica euroatlantica. Anche se nasce da una causa infelice, è uno sviluppo estremamente positivo».

Come valuta gli attuali sforzi di riarmo in Occidente, in particolare in relazione alla Nato?
«Ottant’anni di dipendenza dagli Stati Uniti richiedono tempo per essere superati, quindi questo cambiamento procede con una lentezza dolorosa. La combinazione della minaccia russa e dell’enorme economia europea, vicina a quella statunitense e dieci volte superiore a quella russa, mi rende ottimista sul fatto che gli europei riusciranno a compiere questo cambiamento».

Qual è la sua valutazione della politica estera di Donald Trump?
«Un tempo dicevo che con lui un cowboy aveva conquistato la Casa Bianca. Ora lo definisco un principe medievale, che non risponde a nessuno. Si tratta infatti di un presidente vanitoso, ignorante, incoerente e sleale. Non ha una politica estera, ma un pregiudizio verso l’estero. Indubbiamente, a volte compie passi molto positivi, come aiutare Israele a distruggere l’infrastruttura nucleare iraniana, e questi vanno riconosciuti».

Come interpreta la recente e cauta riemersione dell’establishment tradizionale della politica estera repubblicana rispetto agli ambienti Maga?
«È una tendenza splendida, ma potrebbe cambiare in un istante. Domani Trump potrebbe sostituire Rubio con un politico MAGA radicale come Marjorie Taylor Greene, una sua ex alleata. Tutte le sue politiche sono imprevedibili e soggette a rovesciamenti immediati».

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